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venerdì 13 agosto 2010

Più infrastrutture contro la crisi e per la globalizzazione

‘Dicono che c’è la crisi!’ Anche quest’anno, nell’intasamento di autostrade, stazioni ed aeroporti per l’esodo ferragostano, sentiremo ripetere questo trito luogo comune e mai come quest’anno sarà una frase fatta davvero fuori luogo. Nel 2009 gli Stati Uniti hanno fatto registrare un GDP (Gross Domestic Product) pro capite di 46 mila dollari, contro i 30 mila dell’Italia, con un gap, quindi, del 51%. Si dirà che non è una gran scoperta: è noto che gli americani sono più ricchi di noi! Eppure c’è stato un periodo, neppure troppo lontano, in cui non era velleitaria l’ipotesi di una lira forte, con cambio 1 a 1 sul dollaro. E’ sufficiente riandare ai primi anni ’80 per verificare come gli italiani vantassero un GDP di oltre 20 mila dollari l’anno, con un gap, rispetto agli USA, soltanto del 27%. Come siamo arrivati a questo punto? Negli anni ‘70 l’Italia è cresciuta del 3,1%, gli Stati Uniti del 2,1% e l’Europa del 2,6%. Per tutti gli anni ’80 la crescita delle tre economie è stata omogenea (2,2 %) ed è solo dagli anni ’90 che l’Italia inizia a perdere colpi: gli USA crescono del 2,2%, l’Europa del 1,9% e l’Italia dell’1,5%. Purtroppo questa tendenza si è accentuata negli ultimi 10 anni, allorquando l’Italia è cresciuta dello 0,4%, gli Stati Uniti dell’ 1,2% e l’Europa dell’ 1,3%. Si dirà che la crescita degli anni ’70 e ’80 è stata drogata dall’incremento del debito pubblico e che abbiamo finanziato la crescita degli anni ’90 con la diminuzione del risparmio. Tutto vero, ma il dato di fatto è che la nostra economia è in affanno e, a breve, non si intravvedono prospettive di inversione di tendenza. Le ragioni sono varie. La prima, a mio avviso, va individuata nella diffusa e consolidata visione esclusivamente di breve periodo, priva di analisi sugli effetti delle misure emanate. Non dico che si debba tornare al sistema dell’economia pianificata dell’Unione Sovietica d’antan, ma non si può neanche governare l’economia con una visione ad horas. Negli anni ’90 si riteneva che un forte vincolo allo sviluppo fosse costituito dall’elevato costo del lavoro e dalla scarsa produttività. Eppure fino al ’95 il differenziale di produttività con gli USA diminuiva fino quasi a colmarsi (95%) e tutte le misure per rendere flessibili i rapporti di lavoro non sono servite a molto, visto che, con un trend costantemente decrescente, oggi la nostra produttività è l’80% di quella degli USA. Così come è servita a poco la contrazione delle dinamiche salariali, voluta per contrastare la delocalizzazione delle aziende manifatturiere, come se noi potessimo competere con i paesi dell’est Europa e dell’Asia con l’arma del costo del lavoro! Marchionne porterà in Serbia la produzione di alcuni modelli. Ma, visto che il lavoro incide sui costi di produzione solo per il 7-8 %, siamo sicuri che la scelta derivi solo da questo fattore? Viene il sospetto che la ragione vera sia nell’inefficienza complessiva del nostro sistema. Consideriamo un esempio emblematico: sono trent’anni che la Fiat attende la realizzazione di che carica a ‘spalla’ le auto prodotte per portarle al porto di Catania. Certo alla politica, quella di basso profilo, le inefficienze fanno comodo. Nel caso in specie, oltre agli occupati diretti si aggiunge l’occupazione per il trasporto dallo stabilimento a Catania, con la possibilità di moltiplicare favori e clientele. Prima o poi, tuttavia, i nodi vengono al pettine e, quindi, il risultato finale è la perdita totale di occupazione, dopo aver comunque rovinato invano uno dei posti più belli del mondo. Un principio basilare a cui sono soggette le aziende è ‘selezionare per non essere selezionati’. Se un’azienda si fa carico dell’occupazione di un’area è meglio che chiuda subito i battenti. Sarà comunque costretta a farlo nel prosieguo. Altra considerazione riguarda il patto generazionale. Ad ogni manovra economica allunghiamo l’età pensionabile, tagliamo un po’ di welfare e di servizi. Abbiamo il 25–30% di disoccupazione giovanile ormai stabile. E’ vero che le attese di vita media aumentano (non, tuttavia, ai ritmi da cancan delle riforme pensionistiche) ma se non si incrementa la platea dei lavoratori non c’è aggravamento dell’età pensionabile che basti. Si è parlato e straparlato di patto sociale tra generazione. Di una generazione di vecchi egoisti che ha tutto e di giovani che non avranno niente. Se però continuiamo ad aumentare l’età pensionabile non creiamo il ricambio generazionale e impediamo ai giovani di costruire un futuro, un progetto di vita. Il patto generazionale oggi ha funzionato e funziona all’interno delle famiglie: nonni e padri mantengono figli e nipoti. Ma una generazione che non entra e rischia di non entrare mai nel mondo del lavoro e non fa figli da chi sarà mantenuta quando sarà vecchia? Non godrà di pensione e avrà già da tempo accompagnato all’ultima dimora i propri padri e nonni. Chiediamoci come mai, a fronte del maggior numero di settimane lavorate tra i paesi dell’Unione, abbiamo i più bassi indici di produttività. Non sarà un’inefficienza generale del sistema? Non dipenderà magari dal fatto che abbiamo troppi livelli decisionali (comunità locali, comuni, municipi delle grandi città, province, regioni)? Soluzione proposta: federalismo. Così avremo un livello decisionale in più! Non sarebbe invece meglio eliminare le province ridistribuendo le deleghe? Non sarà magari che abbiamo delle infrastrutture malandate? Uno dei pochi settori floridi della nostra economia è quello dello ‘shipping’. Peccato che le navi italiane per portare le merci dall’Asia all’Europa debbono fare il giro dell’Africa e sbarcano ad Anversa. Risparmierebbero 10 giorni di navigazione attraversando il canale di Suez e attraccando a Gioia Tauro, ma per raggiungere i mercati occorre poi percorrere l’intasata mulattiera della A1.

Nell’ultimo decennio il patto di stabilità europeo ha introdotto una moneta unica con una BCE senza i poteri forti della FED ( o della Banca d’Italia di felice memoria) e senza un governo unitario della politica economica. La conseguenza è in una visione meramente ragionieristica dell’economia, che antepone a tutto il rispetto dei parametri deficit/PIL e debito/PIL. Ecco quindi che mentre Obama, per far fronte alla crisi del 2008, in un solo anno incrementa di oltre 12 punti il debito degli Stati Uniti, anche a rischio di perdere consensi, l’Europa entra in paranoia con lo psicodramma collettivo della crisi greca. La misura di questa paranoia è tutta in due cifre: 45 miliardi di euro di interventi immediati a fronte di un debito estero della Grecia di 228 miliardi di euro, di cui 45 (ironia della sorte!) nei confronti della Germania. La conseguenza è che il PIL degli Usa passa dal -2,4 del 2009 ad una stima del +3,2 per il 2010 mentre il PIL dell’Europa arranca. Proviamo a dividere i parametri fondamentali dell’economia in due parti: quella a copertura delle partite correnti e quella destinata allo sviluppo. Sviluppo vuol dire creare infrastrutture. Bisognerebbe, quindi, limitare il patto di stabilità all’avanzo primario. Siamo tutti concordi nel ritenere che finanziare le partite correnti con il debito equivale ad un suicidio collettivo. Individuiamo allora le infrastrutture essenziali per lo sviluppo e le risorse per realizzarle e poniamo il tutto fuori dagli indicatori. In altri termini: perché non introduciamo gli “indebitamenti di scopo”, limitatamente a quelle infrastrutture giudicate indispensabili al rilancio dell’economia? Ricordiamo, ogni tanto, che il deficit del PIL si può ridurre lavorando sul deficit stesso, ma anche sull’incremento del PIL. Mentre noi assistiamo inerti al nostro declino di europei, l’est asiatico cresce a ritmi travolgenti. Ad oggi la middle class asiatica conta già circa 5-600 milioni di umani che arriveranno nel 2014 a quasi un miliardo. Tutto il mondo è in trepida attesa del nuovo piano quinquennale cinese (a proposito di economia pianificata...). Forse occorre guardare a quest’area non più come ad una minaccia ma come una opportunità. Non sono una storico, ma, se non ricordo male, i momenti di maggior sviluppo del mediterraneo coincidono con quelli di più intenso sviluppo dell’ estremo oriente. Ricordate ‘Il Milione’ di Marco Polo? Non è forse vero che Colombo cercasse una più veloce via delle Indie? Peccato che abbia scoperto l’America spostando così l’asse dell’economia verso il Nord Europa. Certo non possiamo riaprire la via seguita da Marco Polo (passa dal Kurdistan, in guerra perenne), ma se spostassimo le nostre produzioni di eccellenza nel Sud di Italia, nei pressi dei porti meridionali, forse potremmo raggiungere i ricchi mercati della middle e upper class cinese via Suez e con un vantaggio competitivo enorme in termini di trasporto. Si sa che i nuovi ricchi hanno bisogno di status simbol, di ostentare, e spesso più che comprare una prodotto comprano un prezzo. Più alto è il prezzo e più possono vantarsi dell’acquisto fatto. Il ‘made in Italy’ indubbiamente può essere uno dei maggiori statul simbol delle nuove classi emergenti cinesi e asiatiche. Certo bisognerebbe occupare ‘manu militari’ le vie più ‘in’ di Beijīng o Shangai con show room permanenti e magari avere qualche ‘Accademy’ linguistica che insegni il cinese ai nostri giovani.
L’Europa arranca, l’Italia è in asfissia e il Sud? Se da un lato non è più pensabile che il nord europeo ed italiano possa continuare ad erogare risorse, che sono troppo spesso bruciate nell’assistenzialismo più improduttivo, dall’altro occorre abbandonare la miope visione di una economia del nord slegata da quella del sud. E’, però, indispensabile che la criminalità organizzata smetta di essere un macigno/alibi, che nelle vaste aree meridionali dove non c’è la criminalità si esca dall’attuale torpore, che si comprenda che le infrastrutture nel sud sono utili innanzitutto per il nord. Il sud, però, deve smetterla di piangersi addosso e si rimboccarsi le maniche, in primis operando affinchè la pubblica amministrazione diventi più efficiente e trasparente.

Mi rendo conto di aver lanciato troppi temi e troppe provocazioni ma occorre un ripensamento collettivo e a breve del nostro futuro. Come disse una volta Jim Morrison: "Quando ti sveglierai e non vedrai più il sole o sarai morto o sarai il sole".

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