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venerdì 13 agosto 2010

La 1°parte della Costituzione Italiana merita di essere rivisitata

Dalli a Berlusconi e a Tremonti! Fino a ieri si osservavano dal buco della serratura i loro contrasti sulla manovra. Poi, dopo l’appello alla liberazione dell’impresa e dell’economia, i due sono presentati alla stregua di reaganiani fuori tempo, pronti a stravolgere la sacralità della Costituzione. Chi scrive non crede che i propositi enunciati dal premier e dal ministro dell’Economia andranno più in là delle buone intenzioni. Tuttavia, Silvio Berlusconi ha dato incarico all’on. Raffaello Vignali – che l’aveva proposta – di costituire una commissione per la semplificazione burocratica che si riunirà nei prossimi giorni. Se veramente si volesse fare sul serio, allora, il Paese avrebbe solo da guadagnare in efficienza, crescita economica e sviluppo civile e sociale. Anche la Costituzione presenta qualche problema di inadeguatezza. Nella Carta del 1948 non è prevista, infatti, un’adeguata considerazione dell’impresa come motore dell’economia e come luogo di promozione sociale. E questo è sicuramente uno dei suoi limiti. Come già accennato, nel dibattito sulla revisione costituzionale, svoltosi fino ad oggi, tutte le forze politiche hanno ritenuto intangibile la Prima Parte (principi fondamentali, rapporti civili, etico-sociali, economici, politici), come se ci fosse in agguato la solita reazione da neutralizzare mediante il rifiuto di ogni cambiamento. A sentire certi ragionamenti sembrerebbe davvero che in Italia vi siano forze politiche intenzionate, se ne avessero la possibilità, a smantellare i presìdi degli ordinamenti democratici. Invece, a mio avviso, anche la Prima Parte meriterebbe un’ampia rivisitazione.Vi sarebbe, innanzi tutto, l’esigenza di sintonizzare la Carta fondamentale della Repubblica non solo con l’insieme dei valori dell’Unione europea, ma anche con quanto sanciscono i trattati (che sono pur sempre fonti di diritto). In particolare, sarebbe necessario o quanto meno opportuno affrontare le questioni attinenti al Titolo III della Prima Parte (Rapporti economici). Le norme e gli istituti giuridici che vi sono contenuti sembrano assolutamente datati, tanto da risultare da sempre non attuati, non a causa di una perversa volontà politica (come si affermava una volta) ostile ad applicare la Costituzione, quanto piuttosto per una comprovata desuetudine.

Il Titolo III comincia dall’articolo 35 e finisce all’articolo 47. I primi tre articoli riguardano il lavoro. Basta una rapida lettura per comprendere che il legislatore del 1948 aveva di mira una precisa tipologia di lavoro: quello alle dipendenze, rinserrato all’interno della cittadella delle garanzie tradizionali. Per trovare un’indiscutibile conferma è sufficiente tornare per un momento all’articolo 38, lo stesso che regola (insieme all’articolo 32 dedicato sinteticamente alla tutela della salute) il welfare all’italiana (con una chiara distinzione tra previdenza ed assistenza ben più evidente ed esaustiva di quanto non sia stato comunemente acquisito dal dibattito in corso). In sostanza, prevale il solito profilo di un sistema di sicurezza sociale assai oneroso, impostato sul modello originario delle assicurazioni obbligatorie ed incapace di proiettarsi – anche mediante una diversa allocazione delle risorse – alla ricerca di un altro modello, più equo e solidale, più attento ai nuovi bisogni. Subito dopo ci si imbatte nell’articolo 39, che regola l’attività sindacale. Esso giace inapplicato da sempre e nessuno vuole darvi attuazione, anche perché, a pensarci bene (ma non lo faremo in questa sede) sull’impianto complessivo dell’articolo 39 è rimasta molta polvere del passato regime corporativo, pur in un contesto di libertà sindacale ribadita e riaffermata. Arriviamo, così, all’articolo 41 dove si parla di iniziativa economica privata, come se ci si riferisse ad una “parola malata”, ad un valore spurio, in “libertà vigilata”, con cui il legislatore del 1948 ha stretto un compromesso in attesa di tempi migliori, del sorgere di quel che avrebbe portato alla socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio. Il terzo comma recita, infatti, che “la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”. Stanno in questo comma le radici di quella propensione dirigistica dell’economia che ha svolto un ruolo tanto nefasto nel corso della nostra storia recente e che è sempre in agguato nella cultura di importanti forze politiche e sociali. La medesima cultura dirigistico-statalista ricompare subito dopo, all’articolo 42, dove si afferma che la proprietà è pubblica o privata e che i beni economici appartengono (si noti la sequenza) “allo Stato, ad enti o a privati”.Anche gli articoli 43 e 44 sono buoni testimoni di una visione messianica propria del socialismo reale (possibilità di esproprio indennizzato nei confronti da aziende che gestiscono servizi pubblici essenziali, fonti d’energia, situazioni di monopolio, riforma agraria nella logica della “terra a chi la lavora”). Insomma, tutto il contrario di quanto è acquisito da una cultura politica più moderna.

Dulcis in fundo, l’articolo 46, nel quale è riconosciuto ai lavoratori il diritto a collaborare “nei modi e nelle forme previste dalle leggi” alla gestione delle aziende. Sia chiaro, anche adesso è aperto un dibattito sulla partecipazione dei lavoratori, ma quanto previsto dall’articolo 46 ricorda, proprio, quei consigli di gestione (piccoli epigoni dei soviet) istituiti nelle fabbriche del Nord nell’immediato secondo dopoguerra. In sostanza il peso delle ideologie del secolo scorso è ancora presente nella Legge fondamentale, tanto che nessuna forza politica ragionevole, chiamata oggi a rifondare la Repubblica tra quelle presenti in Parlamento (gli elettori hanno compiuto in proprio una salutare operazione di semplificazione e di pulizia), potrebbe sottrarsi a rivedere profondamente norme ispirate a culture ormai archiviate dalla storia. Ma le Carte costituzionali sono un combinato di norme che, in quanto tali, evolvono con i tempi. Le leggi sono fatte per essere al servizio della società; devono, quindi, seguirne ed accompagnarne le trasformazioni senza restare ancorata all’impianto di una legislazione pensata, attuata e praticata in condizioni totalmente diverse da quelle attuali. Ecco perché chi scrive pensa che vi sia un po’ di esagerazione nelle tesi che sostengono l’esigenza imprescindibile di modificare la II Parte della Costituzione, mentre è invece non condivisibile la convinzione che la I Parte sia la migliore possibile, come se l’Arcangelo Gabriele in persona avesse sorvolato le Aule parlamentari quando i Padri costituenti scrivevano le norme, anche quelle ora datate ed ingiallite.

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