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lunedì 10 ottobre 2011

Cos’è la realtà televisiva? Ce lo chiediamo abbastanza per la politica?


La televisione racconta la politica, ma cos’è la realtà televisiva? Ce lo chiediamo abbastanza? Se non ce lo chiediamo, non possiamo più capire la politica.
Il mezzo televisivo è stato un formidabile vettore di democratizzazione, integrazione e comprensione sociale; la tv ha trasportato gli uomini ed i saperi nelle case di altri uomini con altri saperi, federando così le conoscenze, levando gli isolati dal loro isolamento e rendendoli visibili al mondo attraverso la transumanza (elettronica) delle proprie identità. Il potente ha visto la sua aura stingersi nella centrifuga dello spazio tempo elettronico-televisivo, mentre il debole, attraverso la medesima dinamica, è riuscito finalmente a crearsene una propria, di aura, di tangibilità.

In ultima analisi la televisione ha, tra l’altro, riformulato, ricodificato, le dinamiche sociali di relazione e di percezione degli spazi; indi, anche della percezione del sé nello spazio sociale. L’uomo si è dimensionato, posizionato, mediante il flusso elettronico televisivo, in una sorta di pratica dell’ubiquità cognitiva: siamo dove ci porta, dove è il medium. Ci muoviamo con esso, ridefiniamo le nostre categorie spazio temporali grazie ad esso, sovvertiamo la lontananza in prossimità; lontananza spaziale, lontananza ideologica, lontananza sessuale, lontananza dalla comprensione, lontananza dalle istituzioni, lontananza dagli avvenimenti, dai fatti e dai misfatti, lontananza dalla storia che prima dei medium elettronici accadeva distante da noi e senza di noi. L’avvento di una prossimità culturale, esperienziale, politica, mediatica.

La realtà politica, quindi, essendo una delle tessere del mosaico della realtà televisiva, merita un breve approfondimento nell’identificazione di sue tre categorie sostanziali. La realtà politica come:

1) la realtà oggettiva, ossia gli eventi, le persone, le azioni ( come le leggi o le decisioni di un governo).
2) La realtà soggettiva, la stessa realtà però come percepita dagli attori ( in senso sociale) e spettatori.
La realtà costruita, cioè gli eventi che diventano visibili, percepibili e quindi assumono senso soltanto in quanto coperti dai mass media.

La realtà costruita è, in ultima analisi, data da elementi della realtà concreta, oggettiva, che attraverso, e mediante, l’attenzione, la selezione e la rielaborazione che di essi attuano i media, si reinquadrano, mutano in una nuova e diversa prospettiva e dimensione, quella, appunto, di realtà costruita (mediatica). Tutto ciò vale, inutile dirlo, anche e soprattutto per il medium televisivo ed i suoi testi.

Il sociologo Luhmann individua due diversi sensi della realtà mediatica. Il primo è quello per cui:

“la realtà dei mass media (si potrebbe dire la loro realtà reale) sta nelle loro operazioni. Si stampa e si trasmette; si legge; le trasmissioni vengono ricevute. Questi eventi sono circondati da innumerevoli comunicazioni preparatorie e da commenti successivi”.

Tutto ciò in evidente dipendenza dalle coordinate tecnologiche del medium: “ha quindi senso considerare come realtà dei mass media le comunicazioni che si svolgono al loro interno e le attraversano“.
Poi l’autore identifica il secondo senso della realtà dei mass media, ovvero, ciò che appare ai media stessi o ad altri attraverso di essi come realtà:

“In termini kantiani, si può dire che i mass media generano una illusione trascendentale. In questa accezione l’attività dei mass media non viene considerata semplicemente una sequenza di operazioni ma una sequenza di osservazioni, o più precisamente di operazioni che osservano”.

In definitiva noi società di fruitori e\o analisti, per entrare in contatto con questa dimensione dei media, dobbiamo “osservare il loro osservare“. Per il primo senso possiamo considerare i media nella loro concretezza di fatto, mentre per il secondo ci poniamo innanzi ai media nella loro qualità di osservatori, per cui dobbiamo analizzarli e fruirne come osservatori di osservatori.

Nel mondo, vi sono le azioni e le loro narrazioni, quindi gli eventi e gli eventi mediatici: un’accezione della realtà televisiva e quella della sua la funzione sciamanica nella definizione, organizzazione mediatica e veicolazione degli eventi. La televisione come “fotografo nunziale” che si pone nei confronti dell’evento con un impegno innanzitutto di tipo definitorio. La televisione identifica l’evento, lo delimita, ne desume e oggettiva le caratteristiche oggettive e distintive, le regole costitutive. Scrivono Dayan e Katz: “un secondo aspetto (..) è di tipo ermeneutico. Oltre a identificare l’evento, la televisione ne esplora il contenuto offrendone una interpretazione istantanea. La televisione propone il significato da ascrivere all’evento“.

La televisione, inoltre, una volta deciso un evento in quanto mediatico, lo protegge dagli altri, ne assicura la preminenza e maggiore rilevanza su tutti gli altri generi di notizie ed eventi; la televisione dà risonanza all’atmosfera specifica dell’evento e, come un cane da guardia dell’estetica, fa sì che l’unità di tono e di azione dell’evento stesso venga difesa da interferenze.
In relazione all’evento mediatico la televisione determina la sua definizione, una chiave di interpretazione, i suoi confini, una protezione mediatica e simbolica, una ricontestualizzazione, una salvaguardia del suo tono e delle sue prerogative, un modello mediatico di contagio sociale, i modelli di accesso, la costruzione del suo proprio contesto liturgico, una dinamica di drammatizzazione, una dinamica narrativa (ed altro ancora). La funzione sciamanica dell’evento televisivo sarà la sua potenza, facoltà, estensione di apparire, manifestarsi in quanto celebrazione, e di avere una dimensione trasformativa del percepire e del sentire comune, sociale. La televisione può, come buona parte degli eventi mediali, essere egemonica o rinforzante nel rinnovare il legame verso i consolidati valori, istituzioni e persone, ma può, anche, determinare uno, sciamanico, immaginario mediatico drammatizzato, che poi avrà rimandi ed effetti a cascata sull’insieme degli attori e degli ambiti sociali. La televisione riformula i suo latente, magico, vitalismo, solo quando si fa carico, incarna, impersonifica, manifesta, riformula ed emana l’evento cerimoniale nella sua stra-ordinarietà. Altrimenti forse è un medium morto. Inerziale. Senza un perché spirituale.

Ma se ci trovassimo, invece – come scrive Enzenberger – innanzi ad una tv medium zero che implica nelle proprie, genetiche, dimensioni organolettiche l’alchemica potenza (Dono? Maledizione?) di atomizzare, nebulizzare, diluire, scompaginare i contenuti della comunicazione che si dispongono e veicolano attraverso di essa? Un medium obliterante, potremmo dire, che leva le lettere da qualsivoglia testo, che lo azzera, che da concretezza lo rende evanescenza: testi televisivi come nubi testuali in osmosi con altre nubi testuali nel mantenimento di un indistinto testuale.

Dagli accenti diversi ma, in fondo, appartenente allo stessa vena di pensiero di atomizzazione del testo, ma con implicazioni filosofiche diverse, è la tesi di Baudrillard che identifica i media come tessitori di “simulazioni” di una dimensione, un universo autonomo, incarnato da un insieme di segni, di simboli, di immagini, di atti della comunicazione che si costituiscono, si federano, in una realtà mediatica, pensata e gestita dai media ed in relazione di causa-effetto con la realtà sociale. Questa realtà mediatica, oltre ad influenzare le azioni sociali, determina nel suo profluvio di segni ed informazioni la dissoluzione dei significati testuali, l’ipertrofia della realtà mediatica (che prende il sopravvento) e l’annullamento delle percezioni delle differenze tra iper-realtà mediatica e reale sociale.

Volenti o nolenti – in ultima analisi ed a prescindere dalle diverse discipline/teorie/ideologie di riferimento – la televisione non fa, quotidianamente, che testimoniare solo una cosa, una sola realtà, una sola ideologia… sé stessa.

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