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mercoledì 28 gennaio 2026

Stop alla carriera, scatta il risarcimento del danno

Il datore risarcisce il dipendente perché il demansionamento è «visibile»: il quadro direttivo perde potere, perché viene meno la funzione di coordinamento, mentre altri colleghi fanno carriera, a differenza sua. Il danno, che ha natura patrimoniale, deve ritenersi sussistente sulla base di una serie di elementi presuntivi: pesa lo svuotamento progressivo del bagaglio professionale, dell'autonomia e della specializzazione. E il risarcimento può essere liquidato in via equitativa nella misura del 30% della retribuzione per tutto il periodo di demansionamento. Così la Cassazione civile, sezione lavoro, nell'ordinanza n. 1195 del 20/01/2026. 

Diventa definitiva la condanna al risarcimento a carico dell'azienda, una società finanziaria. Da responsabile dell'ufficio recupero crediti il quadro direttivo si ritrova prima progettista di formazione e poi assegnato alle mansioni di «specialista rischi Hr»: è nell'ultimo passaggio che scatta il vero demansionamento, anche se il precedente ruolo di team manager gli avrebbe consentito di arrivare al massimo al secondo livello, mentre il ruolo «professional» permetteva in astratto di progredire fino al quarto. Il punto è che la carriera dell'ex responsabile imbocca in concreto una traiettoria peggiorativa, tanto che non gli risulta riconosciuta alcuna promozione, ottenuta invece da due colleghi che lavoravano con lui al recupero crediti. Non c'è dubbio, poi, che basti la prova presuntiva a far scattare il risarcimento: il giudice può fare riferimento a elementi di fatto come qualità e quantità dell'esperienza lavorativa pregressa, al tipo di professionalità colpita, alla durata del demansionamento e all'esito finale della dequalificazione. La condotta del datore che impoverisce il bagaglio professionale del dipendente determina un danno patrimoniale perché preclude non solo le possibilità di carriera interna ma anche la ricollocazione sul mercato del lavoro. Confermata la valutazione del Tribunale che riconosce il solo danno patrimoniale e non quello non patrimoniale, anche se fa riferimento a uno stato di sofferenza e disagio del lavoratore che lo aveva indotto a chiedere un sostegno psicologico.

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