Diario di Palazzo — Dominare la scena nazionale ma soccombere non appena ci si affaccia sullo scenario continentale. È la parabola amara che sta attraversando il "terziario avanzato" della nostra Penisola. Un settore la cui espansione appare ormai inarrestabile nell'intero Occidente (salvo imprevedibili sconvolgimenti globali) e che sta gradualmente conquistando il baricentro del nostro tessuto economico.
Eppure, persino nel cuore pulsante delle attività a elevata intensità di conoscenza — che abbracciano tecnologie informatiche, consulenza direzionale, ricerca, professioni abilitanti e finanza ad alto tasso di innovazione — affiorano debolezze strutturali che chiamano in causa le scelte strategiche dei nostri governi.
Secondo i rilevamenti dell'Osservatorio del Terziario promosso da Manageritalia, la filiera dei servizi innovativi incide oggi per il 17,6% sul Prodotto Interno Lordo, staccando il comparto manifatturiero, fermo al 15%. Con quasi tre milioni di maestranze impiegate, la nazione si posiziona al terzo posto in Europa per densità di specialisti nel settore. Tuttavia, la velocità di crescita del nostro capitale umano qualificato rimane nettamente inferiore rispetto a quella dei principali partner europei.
I numeri dell’Information & Communication Technology parlano chiaro: nella finestra temporale compresa tra il 2008 e il 2025, la Germania ha incrementato la propria forza lavoro nel digitale del 37%, la Francia del 67% e la Spagna del 45%, a fronte di un progresso medio dell'Unione Europea del 59%. L'Italia si è piantata a un modesto +31%.
Le cause di questo scostamento affondano le radici in precise carenze strutturali e di visione politica:
Il drenaggio dei talenti: Un'esodo inarrestabile che vede circa 180 mila giovani altamente qualificati trasferirsi oltreconfine attratti da retribuzioni commisurate al merito e da migliori prospettive di carriera, depauperando il patrimonio immateriale dello Stato a beneficio di altre potenze economiche.
Ritardi sistemici: Bassi investimenti nella transizione digitale, carenza di profili con formazione scientifica (STEM), polverizzazione delle dimensioni aziendali e marcato deficit di gestione manageriale.
Fuga della produttività: L'aumento del numero di addetti non si è riflesso in una crescita proporzionale della ricchezza prodotta. Dal 2015 a oggi, la produttività reale per ora lavorata nell'ICT italiano è cresciuta soltanto del 9,4%, distanziata dal +23% della media continentale, dal +19,3% di Parigi e dal +17,7% di Berlino.
Come sottolinea Marco Ballarè, vertice di Manageritalia, l'azione dei governi che si sono succeduti a Roma ha storicamente privilegiato il sostegno all'industria manifatturiera a discapito dei servizi ad alto valore. Una visione d'altri tempi che dimentica come oggi fabbrica e terziario avanzato siano due facce della stessa medaglia, legate da una profonda interdipendenza strategica.
Anche sul fronte delle startup innovative si notano le conseguenze di una politica economica poco coraggiosa. Dopo un boom che tra il 2018 e il 2022 ha portato il numero di nuove imprese del terziario oltre le 14.200 unità, il comparto ha subito un contrazione del 15%, entrando in una fase di stasi. L'inasprimento delle condizioni creditizie, il rialzo dei tassi e la contrazione dei capitali di rischio hanno tarpato le ali a chi prova a fare impresa nel nostro Paese.
La sfida per la classe dirigente appare dunque ineludibile: smettere di gareggiare sul ribasso dei costi ed elaborare finalmente un piano industriale per il terziario capace di premiare l'innovazione, stimolare la cultura manageriale e trattenere le migliori intelligenze all'interno dei nostri confini.