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lunedì 14 settembre 2026

Il paradosso del terziario italiano: una potenza economica senza strategia di governo

 Diario di Palazzo — Dominare la scena nazionale ma soccombere non appena ci si affaccia sullo scenario continentale. È la parabola amara che sta attraversando il "terziario avanzato" della nostra Penisola. Un settore la cui espansione appare ormai inarrestabile nell'intero Occidente (salvo imprevedibili sconvolgimenti globali) e che sta gradualmente conquistando il baricentro del nostro tessuto economico.

Eppure, persino nel cuore pulsante delle attività a elevata intensità di conoscenza — che abbracciano tecnologie informatiche, consulenza direzionale, ricerca, professioni abilitanti e finanza ad alto tasso di innovazione — affiorano debolezze strutturali che chiamano in causa le scelte strategiche dei nostri governi.

Secondo i rilevamenti dell'Osservatorio del Terziario promosso da Manageritalia, la filiera dei servizi innovativi incide oggi per il 17,6% sul Prodotto Interno Lordo, staccando il comparto manifatturiero, fermo al 15%. Con quasi tre milioni di maestranze impiegate, la nazione si posiziona al terzo posto in Europa per densità di specialisti nel settore. Tuttavia, la velocità di crescita del nostro capitale umano qualificato rimane nettamente inferiore rispetto a quella dei principali partner europei.

I numeri dell’Information & Communication Technology parlano chiaro: nella finestra temporale compresa tra il 2008 e il 2025, la Germania ha incrementato la propria forza lavoro nel digitale del 37%, la Francia del 67% e la Spagna del 45%, a fronte di un progresso medio dell'Unione Europea del 59%. L'Italia si è piantata a un modesto +31%.

Le cause di questo scostamento affondano le radici in precise carenze strutturali e di visione politica:

  • Il drenaggio dei talenti: Un'esodo inarrestabile che vede circa 180 mila giovani altamente qualificati trasferirsi oltreconfine attratti da retribuzioni commisurate al merito e da migliori prospettive di carriera, depauperando il patrimonio immateriale dello Stato a beneficio di altre potenze economiche.

  • Ritardi sistemici: Bassi investimenti nella transizione digitale, carenza di profili con formazione scientifica (STEM), polverizzazione delle dimensioni aziendali e marcato deficit di gestione manageriale.

  • Fuga della produttività: L'aumento del numero di addetti non si è riflesso in una crescita proporzionale della ricchezza prodotta. Dal 2015 a oggi, la produttività reale per ora lavorata nell'ICT italiano è cresciuta soltanto del 9,4%, distanziata dal +23% della media continentale, dal +19,3% di Parigi e dal +17,7% di Berlino.

Come sottolinea Marco Ballarè, vertice di Manageritalia, l'azione dei governi che si sono succeduti a Roma ha storicamente privilegiato il sostegno all'industria manifatturiera a discapito dei servizi ad alto valore. Una visione d'altri tempi che dimentica come oggi fabbrica e terziario avanzato siano due facce della stessa medaglia, legate da una profonda interdipendenza strategica.

Anche sul fronte delle startup innovative si notano le conseguenze di una politica economica poco coraggiosa. Dopo un boom che tra il 2018 e il 2022 ha portato il numero di nuove imprese del terziario oltre le 14.200 unità, il comparto ha subito un contrazione del 15%, entrando in una fase di stasi. L'inasprimento delle condizioni creditizie, il rialzo dei tassi e la contrazione dei capitali di rischio hanno tarpato le ali a chi prova a fare impresa nel nostro Paese.

La sfida per la classe dirigente appare dunque ineludibile: smettere di gareggiare sul ribasso dei costi ed elaborare finalmente un piano industriale per il terziario capace di premiare l'innovazione, stimolare la cultura manageriale e trattenere le migliori intelligenze all'interno dei nostri confini.

lunedì 27 aprile 2026

Salari al palo e carovita: l'Italia resta al palo mentre l'Europa corre

Il potere d'acquisto delle famiglie italiane è sotto scacco. Perché, a parità di impiego, il carrello della spesa appare sempre più vuoto rispetto a soli sei anni fa? La risposta risiede nel mismatch tra dinamiche inflattive e rinnovi contrattuali. Finché l'inflazione è rimasta marginale (2015-2021), le buste paga hanno retto. Ma con l'impennata dei prezzi nel biennio 2022-2023 (rispettivamente +8,5% e +6,4%), il fattore tempo è diventato letale: i ritardi nella firma dei nuovi contratti hanno cristallizzato stipendi definiti in un'era economica ormai superata.

Il nodo dei contratti: pubblico e privato in affanno

La crisi dei rinnovi colpisce trasversalmente il sistema Paese. Nel settore pubblico, comparti strategici come Istruzione e Sanità hanno visto arrivare le firme con ritardi compresi tra i 10 e i 12 mesi rispetto alla scadenza. A oggi, la situazione è critica: a febbraio 2026, la totalità dei contratti statali risulta scaduta.

Nel privato, sebbene la quota di dipendenti in attesa di rinnovo sia scesa dal 35,3% al 12,7% in un mese, restano ferite aperte:

  • Terziario: attese record fino a 5 anni per un rinnovo.

  • Metalmeccanici: 17 mesi di braccio di ferro e 40 ore di sciopero per sbloccare la situazione.

In media, un lavoratore attende oltre 13 mesi per vedere aggiornato il proprio compenso. Per arginare l'erosione, l'esecutivo valuta l'introduzione di adeguamenti automatici nel decreto Primo Maggio, che coprirebbero parte dell'inflazione programmata in caso di vacanza contrattuale.

La voragine del potere d'acquisto

I numeri elaborati per Dataroom dagli economisti Pellegrino, Leonardi e Rizzo sono impietosi. Dal 2019 a oggi, il divario tra l'aumento delle retribuzioni lorde (+12,2%) e l'impennata dei prezzi (+19,7%) ha generato uno strappo di 7,5 punti percentuali.

La perdita reale: un insegnante perde oltre 3.000 euro annui, un infermiere 3.200, mentre per un commesso il danno sfiora i 3.400 euro.

In un confronto internazionale (1991-2024), l'Italia è l'unico grande Paese Ocse a registrare un calo dei salari reali (-2,4%), contro i balzi in avanti di Francia (+32%), Germania (+33%) e Regno Unito (+48%).

Fisco e bonus: un tampone che non cura la ferita

Il Governo ha tentato di mitigare l'impatto attraverso la leva fiscale (taglio Irpef e detrazioni mirate). Tuttavia, gli interventi risultano parziali: al netto dei bonus, un docente resta comunque con 1.468 euro in meno in tasca. Inoltre, il sistema rischia la distorsione: la proliferazione di correttivi crea disparità tra contribuenti con identico reddito e genera un "effetto stallo" sugli aumenti lordi, che vengono parzialmente assorbiti dalla riduzione delle agevolazioni.

Per il 2026, è prevista una tassazione agevolata al 5% sugli aumenti contrattuali, ma si tratta di una misura temporanea che esclude il settore pubblico, alimentando nuove sperequazioni tra lavoratori.

Demografia: un mercato del lavoro che invecchia

Parallelamente alla questione salariale, l'Italia affronta una metamorfosi demografica. Sebbene l'occupazione nel settore privato sia cresciuta del 25,4% in dieci anni, la struttura anagrafica è sbilanciata:

  • Boom di senior: gli occupati over 60 sono più che raddoppiati.

  • Svuotamento centrale: crolla la fascia 35-49 anni, il nucleo più produttivo del Paese.

  • Giovani ai margini: nonostante un incremento nelle assunzioni under 30 (+63,5% tra i 20-24 anni), il loro peso resta insufficiente a bilanciare l'invecchiamento complessivo.

La sorpresa: i "Senior Digitali"

Nonostante le criticità, emerge un dato inatteso sulla digitalizzazione. La popolazione over 55 mostra una sorprendente resilienza tecnologica:

  • Il 70% frequenta i social media.

  • Il 34% ha già sperimentato strumenti di Intelligenza Artificiale (come ChatGPT).

  • Sette su dieci temono però un'esclusione sociale legata al digital divide se l'innovazione dovesse correre troppo velocemente rispetto alle loro competenze.

Il ruolo dei sindacati e la politica economica

In questo scenario, la contrattazione appare indebolita da decenni di frammentazione. Secondo gli esperti e l'Ufficio Parlamentare di Bilancio, la via d'uscita richiede un cambio di paradigma: i salari devono crescere attraverso accordi collettivi più forti, mentre il fisco dovrebbe tornare a essere uno strumento di equità generale, separando il sostegno alle famiglie indigene dalla tassazione ordinaria sul lavoro.

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