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lunedì 14 settembre 2026

Il paradosso del terziario italiano: una potenza economica senza strategia di governo

 Diario di Palazzo — Dominare la scena nazionale ma soccombere non appena ci si affaccia sullo scenario continentale. È la parabola amara che sta attraversando il "terziario avanzato" della nostra Penisola. Un settore la cui espansione appare ormai inarrestabile nell'intero Occidente (salvo imprevedibili sconvolgimenti globali) e che sta gradualmente conquistando il baricentro del nostro tessuto economico.

Eppure, persino nel cuore pulsante delle attività a elevata intensità di conoscenza — che abbracciano tecnologie informatiche, consulenza direzionale, ricerca, professioni abilitanti e finanza ad alto tasso di innovazione — affiorano debolezze strutturali che chiamano in causa le scelte strategiche dei nostri governi.

Secondo i rilevamenti dell'Osservatorio del Terziario promosso da Manageritalia, la filiera dei servizi innovativi incide oggi per il 17,6% sul Prodotto Interno Lordo, staccando il comparto manifatturiero, fermo al 15%. Con quasi tre milioni di maestranze impiegate, la nazione si posiziona al terzo posto in Europa per densità di specialisti nel settore. Tuttavia, la velocità di crescita del nostro capitale umano qualificato rimane nettamente inferiore rispetto a quella dei principali partner europei.

I numeri dell’Information & Communication Technology parlano chiaro: nella finestra temporale compresa tra il 2008 e il 2025, la Germania ha incrementato la propria forza lavoro nel digitale del 37%, la Francia del 67% e la Spagna del 45%, a fronte di un progresso medio dell'Unione Europea del 59%. L'Italia si è piantata a un modesto +31%.

Le cause di questo scostamento affondano le radici in precise carenze strutturali e di visione politica:

  • Il drenaggio dei talenti: Un'esodo inarrestabile che vede circa 180 mila giovani altamente qualificati trasferirsi oltreconfine attratti da retribuzioni commisurate al merito e da migliori prospettive di carriera, depauperando il patrimonio immateriale dello Stato a beneficio di altre potenze economiche.

  • Ritardi sistemici: Bassi investimenti nella transizione digitale, carenza di profili con formazione scientifica (STEM), polverizzazione delle dimensioni aziendali e marcato deficit di gestione manageriale.

  • Fuga della produttività: L'aumento del numero di addetti non si è riflesso in una crescita proporzionale della ricchezza prodotta. Dal 2015 a oggi, la produttività reale per ora lavorata nell'ICT italiano è cresciuta soltanto del 9,4%, distanziata dal +23% della media continentale, dal +19,3% di Parigi e dal +17,7% di Berlino.

Come sottolinea Marco Ballarè, vertice di Manageritalia, l'azione dei governi che si sono succeduti a Roma ha storicamente privilegiato il sostegno all'industria manifatturiera a discapito dei servizi ad alto valore. Una visione d'altri tempi che dimentica come oggi fabbrica e terziario avanzato siano due facce della stessa medaglia, legate da una profonda interdipendenza strategica.

Anche sul fronte delle startup innovative si notano le conseguenze di una politica economica poco coraggiosa. Dopo un boom che tra il 2018 e il 2022 ha portato il numero di nuove imprese del terziario oltre le 14.200 unità, il comparto ha subito un contrazione del 15%, entrando in una fase di stasi. L'inasprimento delle condizioni creditizie, il rialzo dei tassi e la contrazione dei capitali di rischio hanno tarpato le ali a chi prova a fare impresa nel nostro Paese.

La sfida per la classe dirigente appare dunque ineludibile: smettere di gareggiare sul ribasso dei costi ed elaborare finalmente un piano industriale per il terziario capace di premiare l'innovazione, stimolare la cultura manageriale e trattenere le migliori intelligenze all'interno dei nostri confini.

giovedì 18 aprile 2024

Intervista a Giacomo Palumbo


Intervista a Giacomo Palumbo sulla transizione verde: 

Il futuro del mercato unico europeo è importante perché esso fa parte della nostra vita economica, è l'economia di ogni giorno. Da esso dipende la possibilità di studiare in un Paese europeo, la facilità di vendere i propri prodotti o la possibilità di trovare un lavoro in un altro Paese Ue, dipendono gli standard di sicurezza. Bisognerebbe accentuare e sviluppare la libertà di conoscenza, dei dati, della ricerca e della finanza pubblica. 

La forza trasformativa della finanza pubblica, che è stata in grado di “riparare” l’Unione, può essere utilizzata per promuovere la transizione verso l’Europa dello sviluppo sostenibile, dell’uguaglianza, dell’innovazione sociale, spingendo i Paesi, le Regioni e le Città ad adottare forme e strumenti di finanza pubblica che incorporino gli "Sustainable Development Goals" (obiettivi di sviluppo sostenibile)  e i Target dell’Agenda 2030, insieme agli obiettivi dell’Accordo di Parigi e del Pilastro Europeo dei Diritti Sociali.

Guardiamoci dal fare dell'Unione Europea la prima economia a impatto climatico zero, efficiente sotto il profilo delle risorse e pronta per l'era digitale, garantendo al contempo equità sociale e riduzione delle disuguaglianze è un obiettivo ambizioso che implica cospicui investimenti pubblici e privati e un modello di governance economica in grado sostenere adeguatamente la composizione della finanza pubblica in linea con gli Obiettivi di sviluppo sostenibile posti al centro dell'elaborazione e dell'azione strategica.

L’Unione Europea è seriamente indietro su ricerca e innovazione e dobbiamo concentrarci su questo aspetto. La forza della nostra economia è renderli meglio funzionanti per darci più opportunità, per dare più possibilità ai singoli cittadini che vogliono credere di sviluppare più intensamente quest'opera. 
Riconosciamo di avere poca libertà di conoscenza, di proiezione, perché la spiegazione sta nel fatto che se la libertà di conoscenza e la ricerca e sviluppo è troppo frammentata tra i singoli Paesi, non saremmo in grado di competere con cinesi e americani, con i paesi in via di sviluppo. 

Sono diverse le modalità per identificare strategie di investimento che possono essere considerate sostenibili e responsabili, in grado quindi di coniugare obiettivi di carattere ambientale, sociale e di buon governo societario. Vi sono però settori (come ad esempio quello dei servizi idrici e della gestione dei rifiuti) in cui le attività svolte, per le loro caratteristiche intrinseche, possono influire direttamente sugli obiettivi riconducibili allo sviluppo sostenibile. Questo è dovuto non solo alla natura delle attività che li caratterizzano, ma anche al fatto che generalmente sono soggette a obblighi e prescrizioni coerenti con tali obiettivi (dettati da previsioni di tipo normativo oppure regolatorio). Il settore idrico come quello dei rifiuti possono quindi rappresentare un impiego idoneo per gli investimenti per il perseguimento di alcuni degli Obiettivi di sviluppo sostenibile, ammesso comunque che i soggetti che vi operano siano dotati di adeguata capacità organizzativa sul piano industriale e finanziario.

Gli studi dimostrano che il mercato unico è rimasto indietro, questo deve portare ad un cambiamento e nei miei casi di studio, in particolar modo sulla transizione verde si presagisce la possibilità di recuperare l'integrazione in tre macrosettori, in cui il sistema è frammentato in mercati nazionali, nello specifico nelle telecomunicazioni, nell'energia e i nei mercati finanziari. 

Per cui dovrebbe esserci una spinta maggiore in merito. 

Bisognerebbe mettere insieme il finanziamento privato, rendendo il finanziamento di queste iniziative appetibile per i capitali privati, e finanziamenti pubblici come è stato per il Next generation Eu. 

Ricordando come il Green Deal è stato integrato nelle misure finanziarie straordinarie proposte dalla Commissione Europea in risposta alla crisi economica indotta dal COVID-19, vale a dire il potenziamento del Quadro Finanziario Pluriennale 2021-2017 (il budget UE) e le iniziative del programma Next Generation EU da 750 miliardi di euro, adottato il 27 maggio 2020. Integrando l’EU Green Deal nel piano di rilancio dell’economia, le istituzioni europee hanno scelto di non posticipare gli obiettivi ambientali e climatici, bensì di farne il perno per la creazione di nuovi posti di lavoro.

Gli investimenti sostenibili possono essere declinati secondo varie strategie, ognuna contraddistinta da specifici obiettivi e metodologie che non sono auto-escludenti e possono quindi essere applicate allo stesso portafoglio e alle diverse classi di attivo (azioni, obbligazioni, private equity e private debt).

Di seguito le strategie più diffuse sono:

• Esclusioni: esclusione di alcuni emittenti, settori o Paesi in base a determinati principi e valori (tra i criteri più utilizzati: armi, pornografia, tabacco, ecc.).

• Convenzioni internazionali: selezione degli investimenti in base al rispetto di norme e trattati internazionali (i più utilizzati sono quelli definiti in sede OCSE, ONU e Agenzie ONU).

• Best in class: selezione o peso degli investimenti in portafoglio secondo criteri ESG, privilegiando i migliori all’interno di un settore, una categoria o una classe di attivo.

• Engagement: dialogo costruttivo con gli emittenti su questioni di sostenibilità ed esercizio dei diritti di voto connessi alla partecipazione al capitale azionario.

• Investimenti tematici: selezione dei titoli sulla base di uno o più temi ESG (ad esempio: cambiamenti climatici, efficienza energetica, salute, ecc.).

• Impact Investing: investimenti in imprese, organizzazioni e fondi realizzati con l’intenzione di generare un impatto socio-ambientale positivo e misurabile, assieme a un ritorno finanziario.

E per l'energia rinnovabile ed ecosostenibile continuiamo ad avere mercati nazionali e scarse interconnessioni e il risultato sono i costi alti. 

Il confronto che si fa sempre con gli Stati Uniti d'America non significa che dobbiamo diventare come loro, perché io sono assolutamente soddisfatto del modello europeo e del welfare europeo, questo lo confermano i molteplici studi che sono stati commissionati dall'Unione Europea per determinarne il processo. 

A dicembre del 2019 la Commissione Europea ha lanciato l’EU Green Deal, un programma di politiche e di iniziative per conseguire l’obiettivo della neutralità climatica entro il 2050, vale a dire l’equilibrio tra quantità di CO2 emessa e assorbita.

I perni centrali dell’EU Green Deal sono le proposte su:

• Sustainable Europe Investment Plan (piano di investimento europeo sostenibile) e Just Transition Mechanism (solo il fondo di transizione "verde") (e Just Transition Fund);

• European Climate Law, che sancisce l’obiettivo di neutralità climatica entro il 2050;

• Patto Europeo per il clima;

• una nuova strategia industriale e un nuovo piano per l'economia circolare;

• un sistema alimentare giusto e rispettoso dell'ambiente;

• una nuova strategia per la biodiversità al 2030;

• un obiettivo "inquinamento zero" per un ambiente privo di sostanze tossiche.

I punti più rilevanti del programma in ottica di finanza per lo sviluppo sostenibile sono:

• indirizzare investimenti verso gli obiettivi ambientali e climatici del piano (l’obiettivo è 1000 miliardi di euro in 10 anni)

L'urgenza sullo studio della transizione verde è riferita totalmente all’integrazione dei mercati finanziari, energetici e delle telecomunicazioni e nasce dal fatto che tutti i dati e gli asset finanziari dimostrano che cinesi e indiani da una parte e americani dall'altra, stanno andando più forte di noi europei, soprattutto innovando di più i piani di ricerca sulla transizione verde, nei mercati finanziari.

La tassonomia (lo studio della teoria e delle regole di classificazione) è una classificazione delle attività economiche eco-compatibili concepita come strumento per guidare le scelte di investitori e imprese in vista della transizione verso un’economia priva di impatti negativi sull’ambiente e, in particolare, sul clima. Dal punto di vista legislativo, a giugno del 2020 è entrato in vigore il regolamento 2020/852 che delinea gli obiettivi e i principali criteri di funzionamento della tassonomia. Nel regolamento vengono esplicitati sei obiettivi ambientali dell’Unione Europea, tra cui la mitigazione e l’adattamento al cambiamento climatico.

Per essere eco-compatibile, un’attività deve:

• contribuire positivamente ad almeno uno dei sei obiettivi;

• non produrre impatti negativi su nessun altro obiettivo ("do no significant harm" "non arrecare danno significativo);

• essere svolta nel rispetto di garanzie sociali minime (per esempio, le linee guida OCSE per le imprese multinazionali e i Principi guida delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani).

Proporrei il "ventottesimo regime" giuridico e di diritto societario che è un passe-partout che consente a una piccola impresa di muoversi in tutti i Paesi Ue invece di cambiare ventisette volte sistema. 

La divisione del mercato finanziario europeo lo rende poco attrattivo: si calcola in 300/320 miliardi di euro l'anno la cifra di risparmi di noi cittadini europei che se ne va negli Stati Uniti, invece di finanziare l'economia europea e la transizione verde e la difesa europea.

È poi necessario la difesa dei diritti dei lavoratori: propongo e ribadisco da anni l'eliminazione del concetto di massimo ribasso negli appalti perché ne sta mettendo a rischio l'incolumità. Ma su questo argomento c'ho scritto pagine e pagine su questo blog. 

mercoledì 21 febbraio 2018

Le società di social media "devono obbedire" alle norme UE a tutela dei consumatori

Le società di social media devono fare di più per ottemperare alle richieste presentate lo scorso marzo dalla Commissione europea e dalle autorità nazionali di tutela dei consumatori per garantire il rispetto delle norme UE a tutela dei consumatori. Sono state pubblicate le modifiche apportate da Facebook, Twitter e Google+ per allineare le rispettive clausole contrattuali alle norme dell'UE a tutela dei consumatori. Queste modifiche andranno a beneficio di oltre 250 milioni di consumatori dell'UE che utilizzano i social media: i consumatori non saranno costretti a rinunciare ai diritti inderogabili che l'UE riconosce loro, come il diritto di recedere da un acquisto online; potranno presentare reclamo in Europa anziché in California; e le piattaforme si assumeranno le loro responsabilità verso i consumatori dell'Unione, analogamente ai prestatori di servizi offline. Tuttavia, le modifiche soddisfano solo in parte i requisiti della normativa UE in materia di consumatori.

Vĕra Jourová, Commissaria europea per la Giustizia, i consumatori e la parità di genere, ha dichiarato: "Poiché sono usate come piattaforme pubblicitarie e commerciali, le reti di social media devono osservare pienamente le norme a tutela dei consumatori. Mi compiaccio che l'azione intrapresa dalle autorità nazionali per far rispettare tali norme stia dando i suoi frutti e che alcune società stiano rendendo le loro piattaforme più sicure per i consumatori; è tuttavia inaccettabile che questo processo non si sia ancora concluso e richieda così tanto tempo. Ciò conferma la necessità di un "New deal per i consumatori": le norme UE a tutela dei consumatori devono essere rispettate e le società che non lo fanno devono essere soggette a sanzioni.". Mentre le ultime proposte di Google sembrano in linea con le richieste formulate dalle autorità di tutela dei consu-matori, Facebook e, più significativamente, Twitter hanno rimediato solo in parte a importanti aspetti riguardanti le loro responsabilità e il modo in cui gli utenti sono informati della possibilità di rimuovere i contenuti o recedere dal contratto. Per quanto riguarda la procedura di "notifica e azione" usata dalle autorità di tutela dei consumatori per segnalare con-tenuti illeciti e richiederne la rimozione, le modifiche apportate da alcune società sono insufficienti. Mentre Google+ ha istituito un protocollo che prevede, tra l'altro, termini per il trattamento delle richieste, Facebook e Twitter hanno con-cordato solo di mettere a disposizione delle autorità nazionali un apposito indirizzo di posta elettronica per la notifica delle violazioni, senza impegnarsi a trattare le richieste entro termini precisi. A seguito di varie denunce di consumatori dell'UE che sono stati vittime di frodi o truffe durante la consultazione di siti di social media e ai quali sono state imposte clausole contrattuali non conformi alle norme UE a tutela dei consumatori, nel marzo 2016 è stata avviata un'azione per far rispettare la normativa UE. Gli operatori di social media hanno quindi convenuto di modificare:
  1. le clausole che limitano o escludono integralmente la responsabilità della rete di social media in relazione alla presta-zione del servizio;
  2. e clausole che impongono ai consumatori di rinunciare ai diritti inderogabili che l'UE riconosce loro, come il diritto di recedere da un acquisto online;
  3. le clausole che privano il consumatore del diritto di rivolgersi a un organo giurisdizionale dello Stato membro di resi-denza e che prevedono l'applicazione della legge della California;
  4. le clausole che liberano la piattaforma dall'obbligo di individuare le comunicazioni commerciali e i contenuti sponso-rizzati.
Le società si sono impegnate ad attuare le modifiche delle clausole contrattuali in tutte le versioni linguistiche nel primo trimestre del 2018.

Prossime tappe

Come indicato nella comunicazione sulla lotta contro i contenuti illeciti online pubblicata nel settembre 2017, la Com-missione si aspetta che le piattaforme online individuino e rimuovano rapidamente e proattivamente i contenuti illeciti e ne prevengano la ricomparsa. La Commissione sta lavorando alle azioni che daranno seguito a questa comunicazione. Le autorità nazionali di tutela dei consumatori e la Commissione monitoreranno l'attuazione delle modifiche promesse e si avvarranno attivamente della procedura di "notifica e azione" offerta dalle società. Si concentreranno sui contenuti commerciali illeciti riguardanti abbonamenti non desiderati e altre truffe. Inoltre potranno prendere le misure del caso, comprese quelle per far rispettare la normativa. In aprile la Commissione presenterà un "New deal per i consumatori". Tale riforma proporrà di ammodernare l'attuale diritto dei consumatori e ne garantirà la corretta applicazione.

Contesto 

 Il 16 marzo 2017 le autorità dell'UE di tutela dei consumatori e la Commissione europea hanno incontrato le società in questione per ascoltare e discutere le soluzioni proposte. A seguito di tale riunione, le società hanno apportato alcune modifiche alle loro clausole contrattuali. Tuttavia, la Commissione e le autorità di tutela dei consumatori ritengono che urgano altre modifiche (cfr. comunicato stampa). Nel novembre 2016 le autorità della rete di cooperazione per la tutela dei consumatori, sotto la guida della direzione generale francese per la concorrenza, il consumo e la repressione delle frodi, hanno inviato a Facebook, Twitter e Google + una posizione comune chiedendo di migliorare una serie di clausole contrattuali e istituire un sistema per contrastare, su notifica, i contenuti commerciali illeciti . Il regolamento UE sulla cooperazione per la tutela dei consumatori riunisce le autorità nazionali di tutela dei consumatori in un'apposita rete paneuropea grazie alla quale un'autorità nazionale di uno Stato membro può chiedere alla propria omologa di un altro Stato membro di intervenire in caso di violazione transfrontaliera di una norma UE a tutela dei consumatori.
La cooperazione è comune per vari atti legislativi che tutelano i consumatori, ad esempio la direttiva sulle pratiche commerciali sleali, la direttiva sul commercio elettronico, la direttiva sui diritti dei consumatori e la direttiva sulle clausole abusive nei contratti. Nell'ambito della rete di cooperazione per la tutela dei consumatori le autorità riesaminano regolarmente le questioni di interesse comune per la tutela dei consumatori nel mercato unico e coordinano la loro vigi-lanza del mercato e le potenziali azioni per far rispettare la normativa. La Commissione agevola lo scambio di informazioni fra le autorità e il loro coordinamento. Le piattaforme online devono assumersi maggiori responsabilità per quanto riguarda la gestione dei contenuti. La comunicazione fornisce strumenti comuni per individuare e rimuovere rapidamente e proattivamente i contenuti illeciti e prevenirne la ricomparsa.

Fonte Link

martedì 20 giugno 2017

Addio al roaming a pagamento

Il roaming a tariffa nazionale
Le norme dell'UE sul roaming a tariffa nazionale (" roam like at home") consentono di utilizzare il cellulare all'estero in qualsiasi altro paese dell'UE senza dover pagare tariffe aggiuntive di roaming. Le norme si applicano alle chiamate (a telefoni cellulari e fissi), all'invio di messaggi di testo (SMS) e all'uso di servizi di dati all'estero.
Per l'uso di questi servizi quando viaggi nell'UE paghi lo stesso prezzo che ti verrebbe applicato nel tuo paese. In pratica, il tuo operatore addebita o detrae il consumo in roaming dai volumi del tuo piano tariffario / pacchetto nazionale.
Se hai un contratto con un operatore di telefonia mobile che include servizi di roaming, questo sarà automaticamente considerato un contratto con roaming a tariffa nazionale. Ogni nuovo contratto di telefonia mobile dovrà applicare ai servizi di roaming la tariffa nazionale.

Condizioni
Le norme sul " roam like at home" sono intese per coloro che viaggiano occasionalmente al di fuori del paese in cui vivono o hanno vincoli, ovvero quello in cui lavorano o studiano. Non vanno interpretate come alternativa al roaming permanente. Per poter usufruire del roaming a tariffa nazionale quando si viaggia all'interno dell'UE occorre infatti trascorrere più tempo o utilizzare più spesso il telefono cellulare nel proprio paese che all'estero. Questo viene considerato un "uso corretto dei servizi di roaming".
Se usi il cellulare all'estero in modo permanente, il tuo operatore potrebbe applicare delle tariffe aggiuntive di roaming, che comunque prevedono dei massimali (vedere sotto "Politica dell'uso corretto").
Quando ti rechi in un altro paese dell'UE continuerai a ricevere dal tuo operatore di telefonia mobile un messaggio per informarti che sei in modalità roaming e ricordarti della sua politica dell'uso corretto.

Politica dell'uso corretto
Gli operatori di telefonia mobile possono applicare la cosiddetta "politica dell'uso corretto" per garantire che tutti i clienti abbiano accesso e possano beneficiare delle norme sul roaming a tariffa nazionale (vale a dire dei servizi di roaming regolamentati a prezzi nazionali) quando viaggiano nell'UE. Gli operatori sono tenuti ad applicare meccanismi di controllo equi, ragionevoli e proporzionati per evitare un uso abusivo delle norme.

Politica dell'uso corretto e limiti per i dati
Le norme sul roaming a tariffa nazionale prevedono l' assenza di restrizioni sui volumi per le chiamate vocali e gli SMS, ma il mantenimento di regole e limiti per l'uso dei dati a tariffa nazionale a seconda del tipo di contratto sottoscritto.
In alcuni casi specifici (vedere sotto), al di là di un volume ragionevolmente elevato di roaming dati a tariffa nazionale, potrebbe essere applicato un sovrapprezzo pari al massimale previsto per i prezzi all'ingrosso in tutta l'UE (per il 2017 7,70 euro per GB di dati, IVA esclusa). Il prezzo all'ingrosso per il roaming rappresenta il prezzo massimo che l'operatore nazionale deve pagare a quello estero quando usi i servizi di roaming dati.

Limiti per i dati: carte prepagate
Se hai una carta prepagata (con un importo versato in anticipo per l'uso del cellulare) la tariffa del roaming sarà uguale a quella nazionale. Tuttavia, l'operatore di telefonia mobile può applicare un limite per il traffico di dati se il prezzo pagato è per unità e il prezzo unitario nazionale dei dati è inferiore a 7,70 euro per GB.
Se l'operatore applica un limite al volume di dati per il roaming a tariffa nazionale, tale limite deve corrispondere almeno al volume ottenuto dividendo per 7,70 euro il credito restante sulla carta prepagata. Otterrai lo stesso volume per il quale hai effettuato il pagamento anticipato. Naturalmente puoi aumentare il credito mentre usi la carta in roaming.

Esempio
Jana vive in Slovacchia e ha acquistato per il cellulare una carta prepagata da 20 euro (IVA inclusa) che include chiamate, SMS e servizi di dati. Quando parte in vacanza per la Spagna le rimane un credito di 12 euro (IVA esclusa). Ciò significa che durante le vacanze Jana potrà avere un volume di dati pari al valore del credito rimanente sulla carta prepagata. Avrà cioè almeno 1,5 GB per il roaming dati (12/7,70 euro = 1,5).

Limiti per i dati: pacchetti nazionali con un volume di dati illimitato
Se il tuo contratto prevede il pagamento di una tariffa mensile fissa e un pacchetto con un volume di dati illimitato, l'operatore di telefonia mobile è tenuto a fornirti un volume consistente di dati in roaming a tariffa nazionale. L'entità esatta dipende dal prezzo del pacchetto. Il volume dei dati in roaming deve essere pari almeno al doppio del volume ottenuto dividendo per il massimale previsto per i prezzi all'ingrosso (7,70 euro nel 2017, IVA esclusa) il prezzo del pacchetto di servizi di telefonia mobile.
Ad esempio: pagando 40 euro (IVA esclusa) un pacchetto con un volume illimitato di chiamate, SMS e dati, si ha diritto al roaming a tariffa nazionale con chiamate e SMS illimitati e almeno 10,3 GB di dati (2 x (40/7,70 euro) = 10,3)
L' operatore è tenuto a fornirti informazioni chiare su questo monte dati disponibile con il roaming a tariffa nazionale. Se lo superi in modalità roaming il sovrapprezzo corrisponderà al massimale previsto per i prezzi all'ingrosso, vale a dire 7,70 euro per GB di dati nel 2017 (IVA esclusa), 6 euro per GB (IVA esclusa) nel 2018. I massimali caleranno ulteriormente dopo il 2018.

Limiti per i dati: pacchetti nazionali con un volume di dati limitato
Se disponi di un traffico di dati mobili limitato o di tariffe molto convenienti (meno di 3,85 euro per GB nel 2017), l'operatore potrebbe applicare un limite di salvaguardia ("uso corretto") al roaming. Il limite viene calcolato sulla base del prezzo al dettaglio del pacchetto nazionale di servizi mobili, come nel caso dei dati illimitati (vedere sopra). L'operatore è tenuto a informarti preventivamente del limite e ad avvisarti nel caso in cui venga raggiunto. In caso di superamento, puoi continuare il roaming dati, ma l'operatore applicherà un sovrapprezzo, che corrisponderà al massimale previsto per i prezzi all'ingrosso, vale a dire 7,70 euro per GB di dati nel 2017 (IVA esclusa), 6 euro per GB (IVA esclusa) nel 2018. I massimali caleranno ulteriormente dopo il 2018.

Altri contratti
Gli operatori possono anche offrire contratti senza servizi di roaming, oppure appositi contratti alternativi per il roaming con tariffe che esulano dalla normativa sul roaming a tariffa nazionale (ad esempio per i paesi extra UE), ma queste opzioni vanno lasciate alla scelta del cliente. Poiché gli operatori sono liberi di offrire tariffe più basse, ti consigliamo di cercare l'offerta più adatta alle tue esigenze specifiche.

Politica dell'uso corretto: monitoraggio
Nell'ambito della politica sull'uso corretto, il tuo operatore ha la possibilità di monitorare e verificare la tua attività di roaming negli ultimi 4 mesi. Se, nel corso di tale periodo, hai trascorso più tempo all'estero che nel tuo paese eil roaming supera l'uso nazionale , l'operatore può contattarti e chiederti di chiarire la tua situazione. Avrai 14 giorni per farlo. Se continui a trascorrere più tempo all'estero e a ricorrere più al roaming che al traffico nazionale, l'operatore potrebbe iniziare ad applicare un sovrapprezzo al consumo in roaming. I sovrapprezzi sono soggetti ai seguenti massimali (IVA esclusa):
3,2 centesimi al minuto per ogni chiamata vocale effettuata
1 centesimo al minuto per ogni SMS
7,70 euro per GB di dati (nel 2017).
Il massimale per i dati verrà ridotto progressivamente dal 1° gennaio di ogni anno a partire dal 2018 come segue: 6 euro, 4,50 euro, 3,50 euro, 3 euro e 2,50 euro nel 2022. Dopo il 2019 il massimale verrà rivisto a seguito di un'analisi dei mercati all'ingrosso.

Politica dell'uso corretto: lavoratori transfrontalieri
Se vivi in un paese dell'UE, ma lavori in un altro, puoi scegliere un operatore di telefonia mobile di uno dei due paesi ed avvalerti del roaming a tariffa nazionale con una carta SIM del paese in cui vivi o di quello in cui lavori. In entrambi i casi si applica la politica dell'uso corretto, a condizione che almeno una volta al giorno ti colleghi alla rete nazionale, perché varrà come giorno di presenza (anche se il giorno stesso ti rechi all'estero).

Chiamate all'estero dal tuo paese / in roaming al di fuori dell'UE
Le chiamate effettuate dal tuo paese verso un altro paese dell'UE o extra UE non sono considerate in roaming e quindi non rientrano nelle norme sul roaming a tariffa nazionale. Non essendo regolamentati, i prezzi per queste chiamate possono essere elevati.
Il roaming (specie quello di dati) al di fuori dell'UE può essere costoso. Prima di recarti all'estero controlla quindi i prezzi applicati dal tuo operatore per evitare brutte sorprese in bolletta.

Roaming nei viaggi in nave o aereo
Quando viaggi in nave o aereo all'interno dell'UE hai diritto al roaming a tariffa nazionale se sei collegato a una rete terrestre di telefonia mobile. Quando i servizi mobili sono forniti tramite sistemi satellitari, il roaming a tariffa nazionale non si applica più e ti sarà addebitato il costo dei servizi di roaming non regolamentati (nessun massimale tariffario).

Protezione dei dati personali
Il tuo operatore è tenuto a osservare le vigenti norme sulla protezione dei dati personali e può avvalersi dei tuoi dati (di cui già dispone a fini di fatturazione) soltanto per verificare e confrontare la tua attività di roaming con il tuo consumo nazionale.

In caso di problemi: i tuoi diritti di consumatore
Se ritieni che il tuo operatore non abbia rispettato il tuo diritto al roaming a tariffa nazionale e ti abbia addebitato dei servizi in roaming mentre viaggiavi all'interno dell'UE, puoi contattarlo e avvalerti della procedura di reclamo esistente per contestare contestare i costi aggiuntivi.

Se non sei soddisfatto della sua risposta, puoi rivolgerti alle autorità nazionali di regolamentazione competenti (di solito l'ente nazionale di regolamentazione delle telecomunicazioni), che si occuperanno di dirimere la questione.

Fonte: Europa.eu

martedì 16 maggio 2017

Come riorganizzare le periferie urbane?

Nelle periferie degradate dei paesi e delle città non sembra per niente smorzato il problema della questione sociale. Per questione sociale intendo riferirmi all'estensione dalle disparità sociali. Molto spesso, come accade anche in altre città europee, le aree di esclusione sociale combaciano con i quartieri di edilizia residenziale pubblica.

… “Le città svolgono un ruolo fondamentale nell'attuazione delle politiche dell'UE, compresa la strategia Europa 2020. L'attuale processo di elaborazione delle politiche a livello nazionale e dell'UE non sfrutta sempre pienamente le competenze disponibili a livello di città o non riconosce il ruolo fondamentale che le amministrazioni locali potrebbero rivestire in vista del conseguimento degli obiettivi fissati ad altri livelli di governance.”...

Prima di ogni altra cosa, la causa del degrado è riconducibile alla “spending review” locale, la quale ha indebolito il benessere sociale, ricreando una situazione difficile di gestione amministrativa. I tagli onnicomprensivi passano dai progetti a sfondo culturale, a quelli di riordino degli immigrati richiedenti asilo politico e a quelle spese di fattispecie ordinaria necessarie. Il rischio di scarsa integrazione con strategie più ampie, demoliscono la rispondenza ai processi di sviluppo sul territorio locale.  

Rinnovare le situazioni di ordine sociale non è una questione di poco conto. Visto che ancora oggi, sulla continua stagnazione della crisi del 2008, sembra essersi affievolita parte dell’aggregazione sociale, intrinseca nella cultura familiare italiana. Oggigiorno conformazioni varie di povertà distribuita, vedi caso della zona di Bolognina o San Donato a Bologna,  o i quartieri Spagnoli o Scampia a Napoli, oltrepassano zone limitrofe al vivere civile. Oltremodo in alcune zone della città si enunciano chiare forme di isolamento sociale. Un esempio sono i campi di accoglienza degli immigrati in Sicilia o svariati campi rom limitrofe nella capitale romana.

Far ripartire le periferie, nel loro nuovo contesto urbano, porta a ridefinire ciò che da anni si è cercato di valicare solo a parole. Questa ultima nota di pessimismo è accentuata dai molteplici fallimenti delle precedenti amministrazioni politiche che hanno dimenticato questa questione importante che ricade tassativamente nella nuova luna dell’ “estensione metropolitana”. 
Il concetto principale, che sta alla base della rinascita della periferia, accentua ancor di più l’urgenza dei problemi sociali di circostanza da affrontare. Il soggetto principale che ricopre un ruolo fondamentale in questa “edificazione sociale” è rappresentata dall’Unione europea.

A luglio del 2014 la Commissione europea si è espressa con una “La dimensione urbana delle politiche dell’UE – elementi fondanti di una agenda urbana UE”.

La compattezza sociale diviene proposito chiave della politica urbana dell’Unione Europea.
Come viene riportato sul documento… “La creazione di reti di contatti e gli scambi tra città continueranno ad essere promossi dal programma URBACT di prossima generazione. Lo sviluppo urbano, comunque, non è promosso soltanto dalla politica regionale dell'UE e dai Fondi strutturali. Un numero crescente di politiche settoriali dell'UE è incentrato esplicitamente sulle zone urbane: politica dell'energia, della società dell'informazione, dell'ambiente, dell'istruzione e della cultura, dei trasporti…”

Con il tempo ci si è scordati nella sua essenza della rielaborazione della politica civica urbana. E i progetti di riqualificazione urbana oggigiorno non sono così forti e concreti a sostegno della questione sociale. Nondimeno l’assenza di un’agenda comune nazionale sulle questioni urbane hanno prodotto in Italia generalmente un ammontare di singoli casi che stentano tra di loro a risolvere i casi. Non c’era e forse non c’è una vera visione di lungo periodo.
Qui si vuole sottolineare la divergenza che ha contribuito a diffondere disagio, e in alcuni casi questo disagio si è trasformato anche in qualcos’altro di più pericoloso e grave. Escludendo dal discorso ogni malumore civico verso gruppi etnici sul territorio.

In ogni modo un elemento di definizione e di sostegno nel margine dell’intervento istituzionale l'ha posto la presidenza del consiglio dei ministri che ha stipulato l’anno scorso il  “Programma straordinario di intervento per la riqualificazione urbana e la sicurezza delle periferie delle cittàmetropolitane e dei comuni capoluogo di provincia” con le seguenti risposte alle domande poco chiare che erano saltate fuori dal bando in questione. Sottolineo che non c’è stato un’efficiente presenza delle amministrazioni, con lo scopo di facilitare il pensiero politico su un progetto urbano dell'Unione Europea. Comunque qualcosa per iscritto esiste ma siamo ben lontani.

La scarsa partecipazione, a mio avviso, non ha permesso dei grandi passi avanti. Bisognerebbe riconfigurare i frame mancanti per accelerare la ricerca di punti fissi, di punti sicuri da cui ripartire.

E probabilmente seguendo i passi della Commissione Europea… “Un'agenda urbana UE potrebbe permettere di conseguire numerosi obiettivi. Potrebbe servire ad accrescere la qualità, l'efficienza e l'efficacia delle politiche grazie a un miglior coordinamento delle politiche, dei soggetti e dei livelli di governance e a una migliore comprensione dei contesti di sviluppo urbano in sede di concezione e di attuazione delle politiche. Potrebbe accrescere l'impegno e il senso di partecipazione delle città nel processo di definizione e di realizzazione delle politiche a livello nazionale e dell'UE. Potrebbe rafforzare la capacità delle città di promuovere transizioni e cambiamenti strutturali al fine di garantire economie urbane sostenibili e uno sviluppo sostenibile sotto il profilo territoriale, ambientale e sociale delle zone urbane”

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