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giovedì 11 maggio 2017

Differenza: Liberale o socialdemocratico?

Qual è la differenza tra un liberale e un socialdemocratico?
E, soprattutto, è una differenza formale o sostanziale?

Michael Walzer, filosofo statunitense che si occupa di filosofia politica, sociale e morale, è un socialdemocratico. Il suo distintivo d’onore è la vecchia Volvo che ha guidato per tanti anni (l’auto di seconda mano tradizionalmente associata ai socialdemocratici di mezz'età).

Sidney Morgenbesser, anch'egli filosofo e professore alla Columbia University, un maestro in questo tipo di indovinelli, provò a rispondere alla domanda con una celebre battuta: il liberale è disposto a chiedere ai più ricchi per dare ai poveri, ma si identifica in quella categoria di cittadini a cui non va chiesto né dato nulla; il socialdemocratico è disposto a dare qualcosa anche di suo.

Rispetto ai liberali, i socialdemocratici hanno molto più a cuore la distribuzione del reddito. Ai loro occhi, non basta chiedere ai ricchi per dare ai poveri: occorre applicare il principio di equità a tutte le fasce di reddito.

Cito un’altra battuta (di cui però ignoro l’autore): il socialdemocratico è un socialista che è sceso a compromessi con la realtà, il liberale è un anarchico sceso agli stessi compromessi con la realtà.

I liberali sono passati dalla difesa del libero scambio per affrancarsi dal giogo del protezionismo di ottocentesca memoria alla promozione dell’intervento del governo nel mercato. 
Al contempo, i socialdemocratici sono passati dall'ideale della proprietà pubblica dei mezzi di produzione a un’economia mista di imprese private e pubbliche nella cornice di uno Stato sociale.
Quanti biasimano le versioni annacquate delle due ideologie non dovrebbero dimenticare che il cambiamento è stato dettato da una nobile causa: gli uni e gli altri erano disposti a conquistare il potere solo con mezzi democratici. 
La democrazia parlamentare richiede continui compromessi, i quali tendono a stemperare i messaggi e ad attenuare le differenze.
Ma il rapporto tra liberalismo e democrazia non è complementare, come quello tra latte e caffè. Il liberalismo è in tensione con la concezione popolare della democrazia.


Il liberalismo pone l’accento sui diritti individuali (civili e umani), soprattutto in contrapposizione allo Stato. 
In quasi tutte le nazioni, a eccezione forse dei Paesi scandinavi e dell’Olanda, l’interesse per tali diritti è circoscritto alle élite culturali e rimane estraneo a quanti concepiscono la democrazia come governo della maggioranza e sistema per cambiare l’esecutivo senza ricorrere alla violenza.
Neppure la socialdemocrazia è frutto di un connubio perfetto: si è dovuta scontrare con i rivoluzionari scettici riguardo alla possibilità di realizzare un cambiamento strutturale solo con mezzi democratici. Eppure, tanto i liberali quanto i socialdemocratici sono fedeli alla democrazia, con le sue continue esigenze di compromesso. E per questo meritano rispetto e ammirazione.

In realtà, i partiti democratici dovrebbero essere giudicati non in base ai loro programmi, ma per la qualità dei loro compromessi. È importante passare al vaglio non tanto i loro ideali, quanto le loro effettive soluzioni. 
Il liberalismo e la socialdemocrazia ormai condividono più o meno gli stessi valori. 

La differenza sta nell'importanza relativa che attribuiscono a tali valori e, di conseguenza, nel tipo di compromessi che sono disposti ad accettare: per i socialdemocratici i diritti dei lavoratori vengono prima di quelli dei gay, per i liberali vale il contrario.
Vorrei mettere in luce alcuni presupposti fondamentali della distinzione tra il prototipo del liberale e quello del socialdemocratico, così come evidenziata da Michael Walzer negli articoli pubblicati su Dissent Magazine e nei suoi saggi.

Partiamo dalla discrepanza tra la concezione socialdemocratica e quella conservatrice della psicologia umana. Solo in un secondo momento prenderò in considerazione la prospettiva liberale. I conservatori attribuiscono grande importanza ai tratti caratteriali, e in particolare ad attitudini come il coraggio e la pigrizia.
I liberali sono convinti che tali caratteristiche rappresentino validi indicatori del comportamento umano: l’individuo coraggioso darà prova di audacia, in battaglia così come nella società civile; il fannullone si sottrarrà ai suoi doveri e vivrà del denaro pubblico, se ci saranno degli stupidi a procurarglielo.
I conservatori ci mettono bene in guardia dal chiudere un occhio sulle cattive propensioni, che a loro giudizio fanno parte della natura umana. Gli individui possono essere tenuti sotto controllo solo con una rigorosa disciplina, che infonda in loro un forte senso di dovere e responsabilità.

I socialdemocratici sono di diverso avviso. Per capire le propensioni di un individuo occorre considerare la situazione in cui si trova, non la sua indole caratteriale.
Le probabilità che si comporti da buon samaritano di fronte a una persona in stato di bisogno dipendono non tanto dal suo carattere, quanto dagli eventuali altri impegni che deve affrontare in quel momento.
I socialdemocratici sono dunque scettici riguardo alla possibilità di plasmare il carattere degli individui. Ma credono fermamente nell'importanza delle istituzioni e di un ambiente vivibile in cui tutti possano comportarsi in modo “decente”.
Per esempio a Stoccolma e a Oslo la gente rispetta la fila per salire sull'autobus, al Cairo e a Calcutta no. E non perché gli scandinavi abbiano un carattere migliore; il punto è che vantano servizi di trasporto pubblico più efficienti. I conservatori accusano i socialdemocratici di non considerare i cittadini responsabili delle loro azioni. I socialdemocratici, dal canto loro, accusano i conservatori di attribuire ai cittadini colpe non loro.

Qual è la collocazione dei liberali nell'asse carattere-ambiente?
Gli esponenti del liberalismo classico, come Wilhelm von Humboldt, promossero l’ideale della Bildung (formazione), della formazione del carattere in un percorso di autoeducazione; erano contrari a uno Stato impegnato in quel ruolo.
Il liberale contesta la pretesa, da parte dei conservatori, di plasmare il carattere degli individui, ma guarda con sospetto anche al paternalismo dei socialdemocratici e al proposito di intervenire sull'ambiente sociale.

I socialdemocratici più avveduti, come Walzer, non credono che la “buona vita” sia un’idea oggettiva, né che si riduca a una questione di desiderio o appagamento soggettivo. Quel che rende buona la vita umana è inter-soggettivo: è determinato non individualmente ma socialmente. Società o – per essere più precisi – culture diverse possono avere concezioni radicalmente diverse del bene.
Nelle parole di Walzer, “la giustizia ha le sue radici in quelle specifiche concezioni delle posizioni sociali, degli onori, dei lavori e di tutti i generi di cose che costituiscono una forma di vita condivisa. Calpestare queste concezioni significa sempre agire ingiustamente”.

In quest’ottica, il socialdemocratico è disposto ad accettare l’idea che culture diverse possano avere concezioni diverse del bene, ma non radicalmente diverse.
Il liberalismo e la socialdemocrazia sono due ideologie di pace. Non intendo dire che siano ideologie pacifiste (anche se non è una possibilità da escludere).
Il punto è che sono concepite solo ed esclusivamente per tempi di pace.
Viceversa, il fascismo, il comunismo rivoluzionario e il neo-conservatorismo sono tutte ideologie di guerra. Un’ideologia di guerra non richiede necessariamente uno Stato governato da guerrafondai. Mussolini era un fascista temerario, mentre Franco si muoveva con prudenza. A fare la differenza non è il carattere del leader, ma quello dell’ideologia; per un’ideologia di guerra, lo scontro violento (o la minaccia di innescarlo) è qualcosa di essenziale.

Tra i socialdemocratici, Michael Walzer è forse l’unico ad aver affrontato la questione della guerra sul piano dei principi. I partiti socialdemocratici hanno dovuto spesso fare i conti con l’azione bellica, ma in circostanze del tutto eccezionali, e di solito senza successo. Quando erano lontani dal potere, venivano attaccati sul piano morale dalla destra, che ha sempre messo in dubbio il loro patriottismo. Una volta saliti al governo, sono passati all’eccesso opposto, rifacendosi a un nazionalismo aggressivo.
Guy Mollet, per esempio, nominato Primo ministro francese alla fine degli anni Cinquanta, intraprese la sua carriera politica da convinto anticolonialista.
Ma fu traumatizzato dai manifestanti di destra che in Algeria lo ricoprirono di pomodori marci, accusandolo di complicità con il nemico. A quel punto Mollet diede inizio a una “campagna di pacificazione” nella colonia francese che sfociò in una guerra a tutti gli effetti, tra le più dure e violente del Ventesimo secolo.

Walzer non è l’artefice della teoria della guerra giusta; il problema era già stato affrontato da una lunga serie di importanti autori cattolici. Ma è stato l’unico a impostare il dibattito in chiave laica e contemporanea.

La teoria “walzeriana” della guerra giusta può essere utile tanto ai liberali quanto ai socialdemocratici. Walzer pone le due dottrine di fronte alla necessità di pronunciarsi sulla legittimazione morale della guerra. E lo fa passando al vaglio tutti gli interventi militari statunitensi dalla Guerra del Vietnam in poi.
La sua è una prospettiva internazionalista più che cosmopolita.
Walzer parte dal presupposto che la realtà del mondo sia quella degli Stati-nazione, senza possibilità di appellarsi ad autorità politiche superiori. E questo, a mio giudizio, è perfettamente in linea con l’approccio dei socialdemocratici in generale.
Come lui stesso fa notare, i socialdemocratici prendono i confini nazionali molto sul serio; non solo perché l’azione politica si svolge per lo più al loro interno, ma anche perché solitamente delimitano la portata della solidarietà effettiva.
La solidarietà espressiva può superare i confini nazionali, mentre quella effettiva – caratterizzata cioè da un concreto impegno ad agire – non lo fa quasi mai. La solidarietà effettiva può determinare un’azione collettiva, quella espressiva solo un sentimento collettivo. Svariate organizzazioni non governative, come Medici Senza Frontiere (MSF), si impegnano concretamente per cause nobili, ma sono una goccia nel mare dell’indifferenza.
Agli occhi dei socialdemocratici, la solidarietà è un fine umanamente importante in sé e per sé, ma anche un mezzo indispensabile per affermare la giustizia sociale.
Agli occhi dei liberali, non è la solidarietà ma il contratto sociale a tenere unita la società.
I socialdemocratici fanno affidamento su due tipi di solidarietà: la solidarietà di classe e quella nazionale, ovvero sulla loro combinazione.
Nelle società capitalistiche avanzate, tuttavia, la solidarietà di classe è ormai ininfluente. La classe operaia industriale, su cui i socialdemocratici hanno sempre contato per realizzare un cambiamento sociale, si è notevolmente rimpicciolita.
Tutto ciò ha contribuito ad attenuare le differenze tra liberali e socialdemocratici. L’universo della “classe media” comprende praticamente chiunque abbia un reddito fisso, una famiglia stabile e aspirazioni borghesi per i propri figli. Ed è diventato il bacino di riferimento di entrambe le ideologie.

Walzer prende la solidarietà molto sul serio, ma non solo per le ragioni già citate. Lo fa perché considera altrettanto seriamente la realtà, o la possibilità, della guerra. Le guerre nazionali richiedono un sentimento di solidarietà; i contratti hanno valore solo per i mercenari. E la difesa dello Stato comporta enormi sacrifici: dal punto di vista fisico, ma soprattutto sul piano umano. La solidarietà è un importante fattore motivazionale, mentre i contratti si riducono a un semplice calcolo.

L’idea di una giustizia sociale limitata ai confini nazionali solleva quella che è probabilmente la questione più importante nell’attuale agenda politica internazionale, ossia la sfida dell’immigrazione.
I poveri della Norvegia sono ricchi in confronto alla maggior parte della popolazione dell’Africa rurale, dell’Asia o dell’America Latina. Il fatto di essere norvegesi è di per sé una garanzia di successo. I socialdemocratici norvegesi hanno giustamente a cuore la giustizia distributiva. Ma il loro interesse è comunque circoscritto a un club di privilegiati. A quanto pare, la vera questione non è come distribuire il reddito, ma come, e se, concedere visti d’ingresso.

In Sfere di Giustizia, Walzer è stato probabilmente il primo filosofo a rilevare l’incongruenza tra l’interesse per la giustizia distributiva in una data società e il disinteresse rispetto a chi potrebbe o dovrebbe entrare a far parte di quella società.
Il fenomeno dell’immigrazione pone i socialdemocratici di fronte a un dilemma. Essi intendono difendere le conquiste dei lavoratori e dei loro sindacati. Per farlo, tuttavia, di solito ricorrono a politiche fiscali e di immigrazione protezionistiche. È qui che liberali e socialdemocratici seguono strategie diverse.
I primi adottano politiche più permissive in materia di immigrazione, ma sono meno attenti alla sorte degli immigrati una volta che hanno varcato i confini del loro paese; i secondi fanno l’opposto.

Anche laddove non si pongono il problema della guerra giusta, liberali e socialdemocratici hanno a cuore la condizione umana (sia effettiva sia ideale) nelle società capitalistiche avanzate.
Il capitalismo è un’etichetta di comodo applicata a una realtà che è molto più complessa. Il sistema capitalistico è associato a un particolare tipo di società, definito “borghese” da Karl Marx e Max Weber.
Il liberalismo classico mirava a un’economia di libero scambio, non soggetta a vincoli protezionistici. Il liberalismo dei giorni nostri presta molta più attenzione alla natura della società capitalistica. L’interesse non si concentra più sul libero scambio, ma sulla libertà di espressione, sui matrimoni gay e altri diritti civili.

Il liberale e il socialdemocratico hanno una posizione diversa rispetto al capitalismo.
Il primo considera il mercato uno strumento fondamentale per mettere in relazione domanda e offerta, e attribuisce un enorme valore al libero scambio.
Il secondo ha un atteggiamento molto più ambivalente. Ai suoi occhi il mercato è un po’ quello che la democrazia era per Winston Churchill: il sistema peggiore, eccetto tutti quelli già sperimentati. Per il socialdemocratico, la politica deve cercare di correggere gli aspetti più iniqui e vergognosi del capitalismo.

Tale differenza si manifesta nel modo in cui le due ideologie rispondono alle tre domande fondamentali dell’economia:
  • cosa produrre?
  • in che modo produrre?
  • e come distribuire i prodotti?

Nel sistema capitalistico, la risposta dipende da quanto sono liberi i prezzi del mercato. È il “quanto” che fa la differenza.
I liberali invocano una limitazione delle regolamentazioni e dell’intervento da parte di soggetti esterni, primo tra tutti il governo.
I socialdemocratici, dal canto loro, sono pronti a intervenire sulla distribuzione del reddito e della ricchezza.
Walzer giudica la distribuzione di un bene giusta o ingiusta solamente in base al significato di quel bene in una determinata società. I criteri in base ai quali si riconosce prestigio, per esempio, in una società di eruditi (come quella vagheggiata dagli ebraici ultraortodossi) o in una società di guerrieri sono molto diversi. Le due società, infatti, concepiscono diversamente ciò che merita prestigio.

Per spiegare le mie perplessità al riguardo, ricorro all’aiuto di un altro esempio. Pensiamo a una società che attribuisce un grande valore alla classe dei guerrieri, come la Prussia del XIX secolo, con la sua élite degli Junker, una casta rigorosamente aristocratica. Le barriere all’accesso alla classe degli Junker vanno considerate un problema di giustizia? In fondo, i suoi membri morivano anche giovanissimi nelle interminabili battaglie, e, nonostante la pompa e il prestigio, venivano sepolti sotto tetre e pesanti lapidi. Quale che fosse la considerazione del guerriero nello Stato prussiano, ritrovarsi a marciare verso il fronte non era poi una grande fortuna. Gli Junker erano anche grandi proprietari terrieri, ma questo meriterebbe un discorso a parte.
In ogni caso, il principio affermato da Walzer, prestare attenzione al significato intrinseco di ogni bene della società che si vuole trasformare, è una buona norma generale per una politica tesa a conseguire un’effettiva giustizia sociale. Ed è proprio questa, in fondo, la cosa che più sta a cuore ai socialdemocratici.

La tesi “walzeriana” secondo cui beni diversi devono essere distribuiti per ragioni diverse è di fondamentale importanza. Il servizio sanitario e la pubblica amministrazione svolgono due funzioni ben distinte. Le disparità di reddito non dovrebbero incidere sulla distribuzione di servizi come la sanità e l’istruzione. La giustizia del socialdemocratico è sostanziale, non formale (quest’ultima sta più a cuore al liberale).

Come si ricollega tutto ciò al divario tra socialdemocratici e liberali?
I liberali concepiscono la giustizia sociale come il raggiungimento di un corretto equilibrio tra uguaglianza e libertà individuale, con la libertà come valore prioritario.
Di qui la forte enfasi sul diritto degli individui di fare quel che desiderano, purché non rechino danno agli altri.
Ai socialdemocratici, eredi della tradizione socialista, interessa non tanto il diritto di fare quel che si vuole, ma la possibilità di accedere alle risorse per fare (legittimamente) quel che si vuole. Accedere a tali risorse significa, nell'ottica socialdemocratica, accedere alla libertà.

È sbagliato pensare che la differenza tra il socialdemocratico e il liberale stia nel fatto che il primo tiene soprattutto all'uguaglianza mentre il secondo privilegia la libertà. Entrambi mettono al primo posto la libertà, ma per il socialdemocratico quel che conta è la libertà sostanziale, e l’uguaglianza è uno strumento indispensabile per raggiungerla.
Jean Jaurès, padre e martire della socialdemocrazia, esortava a prendere dall'altare degli avi non le ceneri, ma la fiamma. Michael Walzer ha raccolto il testimone di quella gloriosa tradizione. La speranza è che dalla sua fiaccola scaturisca la scintilla di una nuova socialdemocrazia.

Di Avishai Margalit 

(Traduzione di Enrico Del Sero)

Avishai Margalit è Professore emerito di Filosofia all’Università ebraica di Gerusalemme. Il suo ultimo libro, Sporchi compromessi (Il Mulino 2011), è stato premiato nel 2012 dall’Istituto di ricerca filosofica di Hannover (FIPH). L’autore desidera ringraziare Nancy Rosenblum per la preziosa collaborazione.

Fonte: reset.it

mercoledì 22 giugno 2011

La lobbycrazia, il potere dei media e il potere plutocratico.


Normalmente viene spiegata la differenza che passa tra le varie forme di governo: dittatura, monarchia, aristocrazia, oligarchia, democrazia ecc., ma viene, invece, taciuta una realtà politica che coinvolge molti paesi cosiddetti democratici: la lobbycrazia o castacrazia.

Con tale termine deve essere intesa una forma di governo in cui alcuni gruppi di potere (anche occulto) condizionano l'amministrazione dello Stato. Di conseguenza le leggi promulgate sono il risultato di manovre fortemente desiderate da questi esponenti che costituiscono vere e proprie lobby.
Cercherò di spiegare meglio il concetto. Con il termine democrazia s'intende comunemente la sovranità del popolo. Il potere appartiene quindi a quest'ultimo che lo delega ai vari rappresentanti mediante democratiche votazioni politiche e amministrative. Questo però sulla carta, perché se esaminiamo con attenzione ad esempio la realtà italiana, che è la più vicina, possiamo scoprire molte incrinature nella democrazia del Bel Paese. Il sindaco viene eletto dai cittadini, ma entro una ristrettissima rosa di nomi già definiti dall'apparato partitico. Un cittadino (ad es. un medico conosciuto, un conduttore tv, un ortolano, un professore ecc.) che si ponesse all'attenzione degli elettori, indipendentemente dalla logica dei partiti, non potrebbe essere votato. E ciò vale anche per i candidati politici a tutti i livelli; basta pensare ad esempio alle polemiche scoppiate sulla forzata imposizione di candidati in collegi sicuri, in barba alle aspettative degli elettori di zona. Se pensiamo poi alla modifica elettorale introdotta con il “porcellum” in forza della quale i cittadini (sic!) non possono più esprimere preferenze, la sudditanza italiana sta facendo l’en plain. In base al “porcellum” a scegliere i canditati, infatti, non sono più i cittadini ma i segretari dei vari partiti che inseriranno nelle liste elettorali i loro uomini in base ad amicizie, convenienze, “fratellanze”, alcove ecc. Gli “eletti” saranno legati mediante un filo indissolubile con i segretari del partito ai quali risponderanno infischiandosene degli elettori. Il capo della polizia di una città non è una carica elettiva, come non lo è il prefetto e neppure il procuratore generale della stessa città. L'autorizzazione per i politici, accusati di violazioni normative, ad essere giudicati da un tribunale della repubblica italiana non viene concessa da una giuria popolare, composta da cittadini scelti a campione tra quelli in possesso dei diritti civili e politici, ma dagli stessi colleghi di parlamento.
Anche un giudice accusato di violazioni normative non viene giudicato da una giuria popolare (come sarebbe auspicabile) da affiancare il giudice togato ma, salvo reati di competenza della Corte d'Assise, dai colleghi di altre città. Ovviamente di casi se ne potrebbero fare altri e ciascuno può rilevarli. Questi esempi dimostrano che i nostri sistemi democratici sono molto virtuali dato che, in pratica, le persone che occupano posizioni di potere escono dalla scelta e dall'elezione diretta dei cittadini. Di conseguenza il concetto che la sovranità appartiene al popolo è pura fantasia.
Allora chi comanda nelle democrazie occidentali? Si chiederà qualcuno, dal momento che lo Stato promulga leggi ed attiva, mediante i suoi organi, quanto necessario al suo funzionamento. Ogni tanto, compare in sordina su alcuni mass media, ma soprattutto in internet, è assai facile arguire che lobby di potere, ben lontane dai valori cristiani su cui è stata costruita l'Europa, riescono a condizionare il funzionamento dello Stato in modo da poter perseguire le proprie teorie o i propri interessi indipendentemente dal comune sentire. Non solo, ma cercano con vari mezzi a disposizione di condizionare il "comune sentire" tentando anche, in molti casi, di normalizzare ciò che di solito viene considerato sconveniente. Anche in questo caso si potrebbero citare molti esempi, ma preferiamo far riferimento, come caso emblematico, a quanto successo in Irlanda, come in America a proposito di pedofilia dove, stando alla numerosa documentazione pubblica esistente alcuni "potenti" sono riusciti a schivare la galera.
Tornando in Italia possiamo chiederci come mai le leggi a tutela dei minori dai programmi considerati nocivi per il loro sviluppo fisico e morale vengono tranquillamente violate, nonostante le numerose proteste dei cittadini che compaiono nelle varie "lettere al direttore" di quotidiani e riviste.
Possiamo, inoltre, domandarci per quali motivi la famiglia subisce il peggior trattamento d'Europa oppure perché le nostre leggi permissive (in contrasto con la volontà della maggioranza dei cittadini!) consentono a numerosi delinquenti multietnici di agire praticamente indisturbati. Lascio al lettore il diletto di trovare altri esempi che dimostrano come il termine democrazia sia un concetto virtuale!
Esiste solo un rimedio a tale infernale situazione: porre Dio e la Sua Parola al centro della nostra vita personale e familiare. E' necessario quindi pregare, sperare e pregare.
Poi concentrandoci sul potere sia che si definiscano "liberal" oppure "conservatori", i principali media sono grandi aziende, possedute da (e strettamente legate a) società ancor più grandi. Come altre imprese, vendono un prodotto a un mercato. Il mercato è quello della pubblicità, cioè di un altro giro d'affari. Il prodotto è l'audíence. I media più importanti, quelli che stabiliscono le priorità a cui gli altri devono adattarsi, vantano un prodotto in più: quello di un pubblico relativamente privilegiato. Abbiamo quindi delle grandi imprese che vendono un pubblico piuttosto benestante e privilegiato ad altre imprese. Non stupisce che l'immagine del mondo che esse presentano rifletta gli interessi ed i valori ristretti dei venditori, degli acquirenti e del prodotto. Altri fattori intervengono a rafforzare questa stortura. I manager culturali (direttori, autorevoli editorialisti, eccetera) condividono interessi e legami di classe con i loro omologhi nello stato, nel mondo degli affari e negli altri settori privilegiati. Infatti, tra le grandi imprese, il governo e i media si verifica un continuo interscambio di personalità ai più alti livelli. La facilità di accesso alle massime autorità dello stato è fondamentale per poter conservare una posizione competitiva; le "soffiate" o le "indiscrezioni", per esempio, sono spesso invenzioni o distorsioni fabbricate dalle autorità con la collaborazione dei media, che fanno finta di non conoscerne l'origine.
In cambio, le autorità dello stato esigono cooperazione e sottomissione. Anche gli altri centri di potere hanno i loro strumenti per punire le deviazioni dall'ortodossia: metodi che possono servirsi del mercato azionario o anche di un vero e proprio sistema di calunnia e diffamazione.
Il risultato, com'è ovvio, non è perfettamente uniforme. Per essere funzionari agli interessi del potere, il panorama mondiale che i media sono chiamati a rappresentare deve essere abbastanza realistico. E talora l'integrità e l'onestà professionale interferiscono con la missione suprema. I migliori fra i giornalisti sono, di solito, abbastanza consapevoli dei fattori che danno forma al prodotto dei media, e cercano di sfruttare tutte le aperture che trovano. Ne consegue che si può imparare molto da una lettura critica e scettica di quanto prodotto dai media.
I mass media sono solo uno degli elementi del più vasto sistema dottrinale: ne fanno parte anche i giornali di opinione, le scuole, le università, gli studi accademici eccetera. Oggi siamo particolarmente consapevoli del ruolo dei media, soprattutto di quelli più prestigiosi, perché essi sono stati esaminati diffusamente da coloro che analizzano criticamente le ideologie. Il sistema nel suo Complesso non è stato altrettanto studiato perché è difficile fare una ricerca sistematica. Ma ci sono ottime ragioni per ritenere che esso rappresenti gli stessi interessi dei media, come è lecito aspettarsi.
Il sistema dottrinale, che produce quella che viene chiamata "propaganda", quando la fanno i nostri nemici, mira a colpire due diversi bersagli. Il primo viene talvolta chiamato "classe politica": quel 20% circa di popolazione relativamente istruita, più o meno articolata, che svolge un qualche ruolo nel meccanismo decisionale. Che costoro accettino la dottrina è vitale, perché occupano una posizione tale da poter definire le direttive e l'attuazione dell'azione politica.
Poi c'è il restante 80% circa della popolazione.
Sono i "semplici spettatori" di Lippman, di cui egli parla come del "gregge disorientato". Da loro ci si aspetta che obbediscano agli ordini e si tengano fuori dai piedi della gente importante. Sono il bersaglio degli autentici mass media: i giornali popolari, le situation comedy, il Super Bowl, eccetera. Questi settori del sistema dottrinale servono a distrarre il popolo ancora grezzo ed a rafforzare i valori sociali fondamentali: la passività, la sottomissione all'autorità, la virtù suprema dell'avidità e del profitto personale, l'indifferenza verso gli altri, il timore dei nemici, reali o immaginari, eccetera. Lo scopo è di fare in modo che il gregge disorientato continui a non orientarsi. Non è necessario che si preoccupino di quel che accade nel mondo. Anzi, non è desiderabile: se dovessero vedere troppo della realtà, potrebbero farsi venire in mente di cambiarla.
Ciò non significa che i media non possano farsi influenzare dalla società civile. Le istituzioni dominanti - politiche, economiche o dottrinali che siano - non sono immuni dalle pressioni esercitate dall'opinione pubblica. Anche i media indipendenti (alternativi) possono svolgere un ruolo importante. Sebbene dotati (per definizione) di scarse risorse, acquistano importanza allo stesso modo delle organizzazioni popolari: unendo le persone con risorse limitate che, interagendo tra loro, possono moltiplicare la loro efficacia e la loro comprensione - il che costituisce esattamente quella minaccia democratica tanto temuta dalle élite dominanti.
La parola plutocrazia (dal greco πλουτοκρατία "plòutos", ricchezza, e κρατείν "kratòs" potere) indica il predominio nella vita pubblica di individui o gruppi finanziari che, grazie all'ampia disponibilità di capitali, sono in grado d'influenzare in maniera determinante gli indirizzi politici dei rispettivi governi. (Wikipedia)
Con plutocrazia si indica quindi un sistema in cui i detentori del denaro (capitali) sono anche i detentori, indirettamente o no, del potere politico.
Denaro e potere politico, quindi, sono i due termini dell’equazione.
Chi possiede oggi il denaro? Non c’e dubbio: possiede il denaro chi lo crea dal nulla e se ne impossa, cioè il sistema bancario, soprattutto quello sovranazionale che fa capo alle grandi banche mondiali. Guarda caso i proprietari delle grandi banche internazionali, la famiglia Rothschild, la famiglia Rockfeller, solo per fare un esempio, già alla metà dell’800 possedevano patrimoni immensi. Si e’ stimato che la famiglia Rothschild da sola intorno al 1850 possedesse un patrimonio pari a metà delle ricchezze totali della terra. Tale patrimonio non e’ andato diminuendo. Sono infatti le guerre e i periodi di crisi economica i frangenti in cui le banche mondiali fanno gli affari migliori, e di questi frangenti durante l’ultimo secolo non c’e’ certo stata penuria. Guardiamoci intorno per valutare se quella associazione, sindacato, banca, filiale, gruppo, comitato, assemblea ecc... fa parte di uno di questi potere elencati e valutiamone i suoi interessi. Questo un pò per evitare di farci fare la barba e capelli.

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