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giovedì 24 settembre 2026

Capire il futuro: il divario delle competenze, i nuovi modelli aziendali, la svolta del retail e le novità sulle assunzioni

Eccelliamo nello studio, ma fatichiamo a valorizzare i talenti

Quando si esamina il patrimonio di risorse umane, la principale criticità del nostro Paese non risiede nell'impianto accademico, bensì nella discrepanza tra la domanda delle imprese e l'offerta di professionalità nei settori trainanti, in primo luogo l'intelligenza artificiale, seguita dal comparto digitale e dalla transizione ecologica. A evidenziarlo è il QS World Future Skills Index 2027 pubblicato da QS Quacquarelli Symonds, una mappa che misura la capacità delle varie economie globali di formare, allineare e impiegare le competenze nell'era dell'IA.


L'Italia accumula un ritardo consistente, posizionandosi soltanto al 22° posto nel mondo
. Siamo lontani dal podio guidato da Stati Uniti, Australia e Regno Unito, ma anche dal resto della graduatoria di vertice che comprende Germania, Canada, Corea del Sud, Cina, Paesi Bassi, Spagna e Svizzera. Il nostro risultato nasce da una marcata forbice: se da un lato vantiamo un'ottima preparazione teorica (con un 9° posto per qualità accademica), dall'altro scivoliamo al 41° posto nella capacità di mettere a frutto ed esaltare i talenti uscite dagli atenei.

Indicatore QS Index 2027Posizione Italia
Preparazione Accademica

9° posto

Punteggio Complessivo

22° posto

Trasformazione Economica

41° posto

Preparazione della Forza Lavoro

56° posto

Il paradosso è evidente: le università italiane figurano tra le migliori al mondo per la qualità degli insegnamenti legati alle tecnologie del futuro (come confermato dal QS World University Rankings 2027, che vede 26 atenei nazionali in ascesa e il Politecnico di Milano all'87° posto globale). Tuttavia, il sistema economico non riesce a convertirle in produttività. Le aziende cercano doti di leadership, visione manageriale e abilità relazionali che la formazione universitaria tradizionale spesso non trasmette in modo completo.

Questa distanza rischia di aggravare l'emigrazione delle menti migliori, un fenomeno che tra il 2011 e il 2023 ha sottratto al Paese oltre 130 miliardi di euro. Il rischio concreto è quello di sostenere gli oneri dell'istruzione per poi regalarne i frutti ai competitor esteri. Come evidenzia Nunzio Quacquarelli, fondatore di QS, per invertire la tendenza occorre una sinergia concreta tra istituzioni, aziende e mondo universitario.

Verso un nuovo outsourcing: nasce la sinergia tra consulenza e selezione dei talenti

Per superare la costante mancanza di figure qualificate, emergono soluzioni integrate pensate per accompagnare le aziende dalla consulenza strategica fino alla ricerca di personale. È il caso delle Protiviti # Managed Solutions, sviluppate da Protiviti in collaborazione con Robert Half.

"Crediamo in una modalità di lavoro condivisa, fondata sulla circolazione delle conoscenze. Se le competenze non ruotano, la crescita si arresta."

— Emma Marcandalli, Managing Director di Protiviti

Dall'indagine condotta con GPF Inspiring Research emergono chiaramente le attuali priorità delle dirigenze aziendali:

  • Resilienza dell'organizzazione: 47%

  • Contenimento e razionalizzazione dei costi: 44%

  • Rendimento operativo e produttività: 41%

  • Evoluzione digitale: 37%

Il 72% delle realtà aziendali fa affidamento su servizi gestiti da partner esterni, ma la ricerca di mere riduzioni di spesa è ormai l'ultima delle motivazioni. Le imprese cercano flessibilità, supporto all'innovazione e competenze verticali. Il 67% ricorre all'inserimento temporaneo di specialisti, e più della metà di queste intende intensificare la pratica nei prossimi anni. Il modello della partnership integrata riceve una valutazione altissima (4,6 su 5), a dimostrazione del fatto che le aziende non cercano semplici fornitori di servizi, ma alleati con cui condividere obiettivi, governance e responsabilità sui risultati.


Smart Retail: la convergenza tra negozi fisici, intelligenza artificiale e relazioni

Anche il settore del commercio sta attraversando una profonda riconfigurazione. Nel corso dell'evento Smart retail. Come la tecnologia sta cambiando il commercio, si è fatto il punto su come digitale e punti vendita fisici possano integrarsi armonicamente.

Il direttore del Sole 24 Ore, Fabio Tamburini, ha aperto i lavori richiamando l'importanza dei piccoli negozi di quartiere, presidi non solo economici ma essenziali per la tenuta sociale dei territori. Dello stesso avviso Carlo Alberto Buttarelli (Federdistribuzione), che ha ricordato come persino i nativi digitali della Generazione Z continuino a frequentare i negozi fisici per circa il 50% dei propri acquisti.

  • Vendite online stabili: La quota dell'e-commerce rimane ferma intorno al 10-11%, segnale di un equilibrio consolidato tra fisico e digitale.

  • Il punto vendita come hub relazionale: I negozi si evolvono in ambienti in cui sperimentare, imparare e socializzare.

  • Dati e IA al servizio dell'esperienza: L'uso di assistenti virtuali, analisi geografica avanzata (geo-intelligence) e gestione intelligente dei contenuti permette di trasformare le informazioni raccolte in decisioni rapide e personalizzate.

Resta però centrale il ruolo delle persone: come evidenziato dalla docente Eleonora Pantano, la tecnologia deve rimanere uno strumento guidato dall'uomo per servire altri esseri umani.

Incentivo occupazione donne: le condizioni sul calcolo dell'incremento netto

Per quanto riguarda le agevolazioni sulle assunzioni femminili, la condizione chiave rimane la crescita netta dell'organico: in assenza di un effettivo aumento della forza lavoro, l'esonero contributivo non viene concesso.

Il calcolo della consistenza occupazionale segue regole ben precise:

  1. Unità di Lavoro Annuo (ULA): Il conteggio si basa sulle ULA e va eseguito e aggiornato per ciascun mese.

  2. Ambiente di valutazione: Per i contratti di somministrazione, la verifica si applica all'azienda utilizzatrice.

  3. Ponderazione del part-time: I rapporti a tempo parziale si calcolano in quota proporzionale all'orario pieno contrattuale.

  4. Casi di vacanza del posto "neutri": L'incremento netto non si considera interrotto se la posizione si libera per dimissioni volontarie, pensionamento, invalidità o licenziamento per giusta causa.

Al contrario, la sostituzione di dipendenti usciti a seguito di licenziamenti per motivo oggettivo non genera alcun incremento utile e preclude l'accesso al beneficio. Si segnala infine che il recesso per sopravvenuta inidoneità alla specifica mansione rientra tra i licenziamenti per motivo oggettivo; pertanto, la posizione liberata non è considerata "neutra" ai fini dell'incentivo.

giovedì 30 ottobre 2025

Norme e Sanzioni per gli Ammortizzatori Sociali

Gli ammortizzatori sociali per la mancata occupazione subiscono delle modifiche nel documento approvato martedì. Il decreto in materia di Tutela dell'occupazione include disposizioni relative a Naspi, Dis-Coll e Iscro. La novità principale è che risulta molto più arduo declinare un'offerta di impiego non desiderata o ritenuta inadatta. Il principio cardine delle disposizioni introdotte dal governo di destra è che la piattaforma digitale Siisl, lanciata inizialmente soltanto per i beneficiari di Assegno di Inclusione (Adi) e Supporto Formazione e Lavoro, debba acquisire una funzione centrale nelle strategie per l'occupazione.

I beneficiari di Naspi o degli altri sussidi dovranno registrarsi sulla piattaforma Siisl, caricare il proprio curriculum vitae e sottoscrivere il Patto di attivazione digitale. Il reclutamento potrà infatti avvenire attraverso questo portale. Qualora tale adempimento non dovesse essere ottemperato, interviene l'automatica decurtazione di un quarto della prima mensilità, con una perdita pari al 25% del beneficio già dal mese iniziale. Se poi si persiste nell'inadempienza, può essere applicata anche la revoca dell'assegno.
Coloro che si registrano, invece, dispongono di 45 giorni di tempo per siglare il Patto di servizio personalizzato. I percettori di Naspi e Dis-Coll (esclusi quelli di Iscro) possono perdere il diritto all'assegno qualora non ottemperino a tale passaggio non presentandosi alla convocazione dell'ufficio e senza addurre una motivazione giustificata.

Proposte di Lavoro Non Rifiutabili
Quando e quante volte è ammesso declinare una proposta lavorativa? La disposizione introdotta dal decreto governativo risulta piuttosto restrittiva.
Non si può rifiutare (pena la perdita dell'assegno) se:
  • L'impresa che presenta l'offerta opera nel medesimo settore o in ambiti affini a quello del disoccupato.
  • L'offerta riguarda un ruolo in aree di attività equivalenti.
  • La retribuzione proposta è uguale o superiore a quella dell’ultimo rapporto di lavoro.
  • La sede di lavoro si trova nello stesso Comune dell'impiego precedente, o al massimo entro un raggio di 20 chilometri.
Si può rifiutare per massimo due volte (alla terza si decade dal beneficio) se:
  • L'offerta di lavoro non è sufficientemente conveniente, ma l'impiego è coerente rispetto al titolo di studio.
  • Lo stipendio è inferiore del 10% rispetto all'ultimo.
  • La sede di lavoro è a non più di 50 chilometri dall'ultima.
È chiaro che contro queste determinazioni è possibile presentare ricorso, sebbene l'esito sia incerto. Coloro che perdono il beneficio possono inoltrare una nuova istanza trascorsi due mesi. 

Cos'è la NASPI

La NASpI (Nuova prestazione di Assicurazione Sociale per l'Impiego, in sostituzione di ASpI e mini-ASpI) è stata introdotta dal Decreto Legislativo 4 marzo 2015, n. 22, come successivamente modificato dalla Legge di Bilancio 2022 (Legge 30 dicembre 2021, n. 234, art. 1, commi 221-222), con la funzione di fornire sostegno al reddito dei lavoratori subordinati che abbiano perduto involontariamente la propria occupazione (art. 1). Va segnalata, al riguardo, la circolare INPS n. 2 del 4 gennaio 2022.

È una prestazione erogata dall'INPS, Ente destinatario delle domande e titolare del procedimento diretto a valutare il ricorrere dei presupposti. Nel tempo, sono stati adottati numerosi provvedimenti recanti chiarimenti sulle modalità di accesso e su specifici profili relativi all'indennità: la circolare INPS n. 94/2015, la circolare INPS n. 174/2017, la circolare INPS n. 177/2017, il messaggio INPS n. 1162/2018, la circolare INPS n. 88/2019. 


mercoledì 20 marzo 2024

Problem solving - cosa è e come affrontarli?

Il problem solving è una competenza cruciale in ogni aspetto della vita, sia personale che professionale. Essa rappresenta la capacità di affrontare e risolvere sfide in modo efficace, trasformando gli ostacoli in opportunità. Ecco alcuni suggerimenti su come sviluppare questa abilità fondamentale. Innanzitutto, è essenziale coltivare una mentalità aperta e flessibile. Spesso, ci si trova di fronte a problemi complessi che richiedono un approccio innovativo. Accogliere nuove idee ed essere disposti a esplorare diverse prospettive può stimolare la creatività e portare a soluzioni fuori dagli schemi convenzionali. In secondo luogo, l'analisi critica è un elemento chiave nel processo di problem solving. Imparare a scomporre un problema complesso in componenti più gestibili consente di comprendere meglio la natura del challenge e individuare i punti chiave da risolvere. Questa abilità può essere affinata attraverso l'esercizio costante su casi pratici e situazioni reali. La collaborazione è un altro aspetto fondamentale nella risoluzione dei problemi. Lavorare in team permette di accedere a diverse prospettive e competenze, creando un ambiente in cui le idee possono fluire liberamente. La sinergia di gruppo spesso porta a soluzioni più complete ed efficaci rispetto a un approccio individuale. La gestione dello stress è altrettanto importante durante il processo di problem solving. Le pressioni e le sfide possono generare ansia, ma imparare a mantenere la calma e a gestire le emozioni permette di pensare in modo più chiaro e razionale. La pratica di tecniche di gestione dello stress, come la mindfulness o la respirazione profonda, può essere di grande aiuto. Inoltre, è cruciale investire nel proprio apprendimento continuo. Essere aggiornati su nuovi sviluppi, tecnologie e metodologie favorisce un approccio più informato alla risoluzione dei problemi. La formazione costante mantiene la mente «agguerrita» e pronta a fronteggiare le sfide emergenti. Infine, imparare dagli errori è parte integrante del processo di sviluppo delle capacità di problem solving. Ogni fallimento offre un'opportunità di apprendimento preziosa. Analizzare le cause, identificare i punti critici e adottare misure correttive contribuisce a maturare e a evitare errori simili in futuro.

venerdì 17 aprile 2020

Princìpi e valori al tempo del Coronavirus


Viviamo in un periodo di grande confusione, attanagliati da una crisi economica che non sembra diminuire, che non possiamo definire solo economico-finanziaria perché sarebbe estremamente riduttivo. La crisi che stiamo vivendo alla sua chiara origine, nello squilibrio di elementi di impostazioni culturali e di valore, in questo squilibrio ci ha travolto la società. Il lavoro è stato sempre più ridotto nella sua portata, corrotto da precarietà e sfruttamento, considerato quasi superato ed una delle conseguenze più gravi è stato proprio la perdita progressiva del senso del lavoro. E' necessaria oggi una forte rivalutazione della centralità del valore lavoro come elemento di affermazione concreta della speranza, della dignità di ogni persona umana, l'obiettivo primario deve essere quindi un'elaborazione sul piano culturale economico e sociale. 
Il nuovo Umanesimo sociale del Lavoro essenziale anche per una positiva evoluzione della "coesione" sociale. Un'economia globale cioè senza barriere, non deve diventare un'economia senza regole, senza attenzione all'occupazione, alla disoccupazione, ai disagi delle persone delle famiglie e in questo quadro, le nostre comunità devono diventare luoghi, dove si educa al lavoro, e ha i suoi valori fondamentali alle sue dimensioni umane.
Il suo senso profondo è dove si possono mettere insieme idee e risorse, di fronte alla pericolosa caduta, segnato dall'ossessiva aspirazione al benessere e dall'edonismo. Siamo chiamati con lucidità del realismo storico a coltivare la speranza. Dobbiamo mantenere una visione alta del Lavoro umano, del buon lavoro, per un momento i diritti fondamentali dei lavoratori pur nella necessità di attivarne le forme giuridiche, coltivano la dimensione comunitaria e solidale dell'amore della stessa impresa.
Argine all'individualismo e alla frammentazione è il lavoro, ha costantemente il primato sul capitale e l'uomo ha il primato sul lavoro. Possiamo fare qualcosa armonizzando il lavoro e la vita complessiva della persona che lavora, rispettando il gioco e riposo, il tempo della festa, facendo procedere di pari passo in connessione le politiche del lavoro e quelle della famiglia, garantendo la possibilità reale concreta di strumenti di previdenza sociale, incrementando la capacità di fare imprese, valorizzando l'economia civile sull'ideale.
Tutto questo ormai nell'era dell'Innovazione, che sta portando cambiamenti ben più importanti rispetto alle precedenti rivoluzioni tecnologiche deve essere una regola.
E' necessario comprendere le sfide che offre, prevedere delle strategie e dei piani a lungo termine.
In Italia è forte il dualismo tra un atteggiamento aziendale innovativo, quello che investe sui lavoratori e un approccio opposto così retrogrado da non vedere il nuovo luogo di lavoro come un posto dove realizzarsi.
La tecnologia può anche aiutare in molti casi l'azione di umanizzazione del Lavoro, delegare alle macchine, ed esso riduce l'impiego di esseri umani nei lavori pesanti e ripetitivi. In questo contesto, solo un processo di formazione continua potrà aiutare il lavoratore ad affrontare il mutamento in corso ed acquisire nuove professionalità. La formazione continua è la chiave che più di altre potrà aprire a molti lavoratori le porti del futuro. Il lavoro dovrà essere un nodo centrale anche dell'economia futura.
Servono princìpi e valori che abbiamo la fortuna di avere nel nostro DNA, nel nostro bagaglio culturale.

giovedì 11 maggio 2017

Differenza: Liberale o socialdemocratico?

Qual è la differenza tra un liberale e un socialdemocratico?
E, soprattutto, è una differenza formale o sostanziale?

Michael Walzer, filosofo statunitense che si occupa di filosofia politica, sociale e morale, è un socialdemocratico. Il suo distintivo d’onore è la vecchia Volvo che ha guidato per tanti anni (l’auto di seconda mano tradizionalmente associata ai socialdemocratici di mezz'età).

Sidney Morgenbesser, anch'egli filosofo e professore alla Columbia University, un maestro in questo tipo di indovinelli, provò a rispondere alla domanda con una celebre battuta: il liberale è disposto a chiedere ai più ricchi per dare ai poveri, ma si identifica in quella categoria di cittadini a cui non va chiesto né dato nulla; il socialdemocratico è disposto a dare qualcosa anche di suo.

Rispetto ai liberali, i socialdemocratici hanno molto più a cuore la distribuzione del reddito. Ai loro occhi, non basta chiedere ai ricchi per dare ai poveri: occorre applicare il principio di equità a tutte le fasce di reddito.

Cito un’altra battuta (di cui però ignoro l’autore): il socialdemocratico è un socialista che è sceso a compromessi con la realtà, il liberale è un anarchico sceso agli stessi compromessi con la realtà.

I liberali sono passati dalla difesa del libero scambio per affrancarsi dal giogo del protezionismo di ottocentesca memoria alla promozione dell’intervento del governo nel mercato. 
Al contempo, i socialdemocratici sono passati dall'ideale della proprietà pubblica dei mezzi di produzione a un’economia mista di imprese private e pubbliche nella cornice di uno Stato sociale.
Quanti biasimano le versioni annacquate delle due ideologie non dovrebbero dimenticare che il cambiamento è stato dettato da una nobile causa: gli uni e gli altri erano disposti a conquistare il potere solo con mezzi democratici. 
La democrazia parlamentare richiede continui compromessi, i quali tendono a stemperare i messaggi e ad attenuare le differenze.
Ma il rapporto tra liberalismo e democrazia non è complementare, come quello tra latte e caffè. Il liberalismo è in tensione con la concezione popolare della democrazia.


Il liberalismo pone l’accento sui diritti individuali (civili e umani), soprattutto in contrapposizione allo Stato. 
In quasi tutte le nazioni, a eccezione forse dei Paesi scandinavi e dell’Olanda, l’interesse per tali diritti è circoscritto alle élite culturali e rimane estraneo a quanti concepiscono la democrazia come governo della maggioranza e sistema per cambiare l’esecutivo senza ricorrere alla violenza.
Neppure la socialdemocrazia è frutto di un connubio perfetto: si è dovuta scontrare con i rivoluzionari scettici riguardo alla possibilità di realizzare un cambiamento strutturale solo con mezzi democratici. Eppure, tanto i liberali quanto i socialdemocratici sono fedeli alla democrazia, con le sue continue esigenze di compromesso. E per questo meritano rispetto e ammirazione.

In realtà, i partiti democratici dovrebbero essere giudicati non in base ai loro programmi, ma per la qualità dei loro compromessi. È importante passare al vaglio non tanto i loro ideali, quanto le loro effettive soluzioni. 
Il liberalismo e la socialdemocrazia ormai condividono più o meno gli stessi valori. 

La differenza sta nell'importanza relativa che attribuiscono a tali valori e, di conseguenza, nel tipo di compromessi che sono disposti ad accettare: per i socialdemocratici i diritti dei lavoratori vengono prima di quelli dei gay, per i liberali vale il contrario.
Vorrei mettere in luce alcuni presupposti fondamentali della distinzione tra il prototipo del liberale e quello del socialdemocratico, così come evidenziata da Michael Walzer negli articoli pubblicati su Dissent Magazine e nei suoi saggi.

Partiamo dalla discrepanza tra la concezione socialdemocratica e quella conservatrice della psicologia umana. Solo in un secondo momento prenderò in considerazione la prospettiva liberale. I conservatori attribuiscono grande importanza ai tratti caratteriali, e in particolare ad attitudini come il coraggio e la pigrizia.
I liberali sono convinti che tali caratteristiche rappresentino validi indicatori del comportamento umano: l’individuo coraggioso darà prova di audacia, in battaglia così come nella società civile; il fannullone si sottrarrà ai suoi doveri e vivrà del denaro pubblico, se ci saranno degli stupidi a procurarglielo.
I conservatori ci mettono bene in guardia dal chiudere un occhio sulle cattive propensioni, che a loro giudizio fanno parte della natura umana. Gli individui possono essere tenuti sotto controllo solo con una rigorosa disciplina, che infonda in loro un forte senso di dovere e responsabilità.

I socialdemocratici sono di diverso avviso. Per capire le propensioni di un individuo occorre considerare la situazione in cui si trova, non la sua indole caratteriale.
Le probabilità che si comporti da buon samaritano di fronte a una persona in stato di bisogno dipendono non tanto dal suo carattere, quanto dagli eventuali altri impegni che deve affrontare in quel momento.
I socialdemocratici sono dunque scettici riguardo alla possibilità di plasmare il carattere degli individui. Ma credono fermamente nell'importanza delle istituzioni e di un ambiente vivibile in cui tutti possano comportarsi in modo “decente”.
Per esempio a Stoccolma e a Oslo la gente rispetta la fila per salire sull'autobus, al Cairo e a Calcutta no. E non perché gli scandinavi abbiano un carattere migliore; il punto è che vantano servizi di trasporto pubblico più efficienti. I conservatori accusano i socialdemocratici di non considerare i cittadini responsabili delle loro azioni. I socialdemocratici, dal canto loro, accusano i conservatori di attribuire ai cittadini colpe non loro.

Qual è la collocazione dei liberali nell'asse carattere-ambiente?
Gli esponenti del liberalismo classico, come Wilhelm von Humboldt, promossero l’ideale della Bildung (formazione), della formazione del carattere in un percorso di autoeducazione; erano contrari a uno Stato impegnato in quel ruolo.
Il liberale contesta la pretesa, da parte dei conservatori, di plasmare il carattere degli individui, ma guarda con sospetto anche al paternalismo dei socialdemocratici e al proposito di intervenire sull'ambiente sociale.

I socialdemocratici più avveduti, come Walzer, non credono che la “buona vita” sia un’idea oggettiva, né che si riduca a una questione di desiderio o appagamento soggettivo. Quel che rende buona la vita umana è inter-soggettivo: è determinato non individualmente ma socialmente. Società o – per essere più precisi – culture diverse possono avere concezioni radicalmente diverse del bene.
Nelle parole di Walzer, “la giustizia ha le sue radici in quelle specifiche concezioni delle posizioni sociali, degli onori, dei lavori e di tutti i generi di cose che costituiscono una forma di vita condivisa. Calpestare queste concezioni significa sempre agire ingiustamente”.

In quest’ottica, il socialdemocratico è disposto ad accettare l’idea che culture diverse possano avere concezioni diverse del bene, ma non radicalmente diverse.
Il liberalismo e la socialdemocrazia sono due ideologie di pace. Non intendo dire che siano ideologie pacifiste (anche se non è una possibilità da escludere).
Il punto è che sono concepite solo ed esclusivamente per tempi di pace.
Viceversa, il fascismo, il comunismo rivoluzionario e il neo-conservatorismo sono tutte ideologie di guerra. Un’ideologia di guerra non richiede necessariamente uno Stato governato da guerrafondai. Mussolini era un fascista temerario, mentre Franco si muoveva con prudenza. A fare la differenza non è il carattere del leader, ma quello dell’ideologia; per un’ideologia di guerra, lo scontro violento (o la minaccia di innescarlo) è qualcosa di essenziale.

Tra i socialdemocratici, Michael Walzer è forse l’unico ad aver affrontato la questione della guerra sul piano dei principi. I partiti socialdemocratici hanno dovuto spesso fare i conti con l’azione bellica, ma in circostanze del tutto eccezionali, e di solito senza successo. Quando erano lontani dal potere, venivano attaccati sul piano morale dalla destra, che ha sempre messo in dubbio il loro patriottismo. Una volta saliti al governo, sono passati all’eccesso opposto, rifacendosi a un nazionalismo aggressivo.
Guy Mollet, per esempio, nominato Primo ministro francese alla fine degli anni Cinquanta, intraprese la sua carriera politica da convinto anticolonialista.
Ma fu traumatizzato dai manifestanti di destra che in Algeria lo ricoprirono di pomodori marci, accusandolo di complicità con il nemico. A quel punto Mollet diede inizio a una “campagna di pacificazione” nella colonia francese che sfociò in una guerra a tutti gli effetti, tra le più dure e violente del Ventesimo secolo.

Walzer non è l’artefice della teoria della guerra giusta; il problema era già stato affrontato da una lunga serie di importanti autori cattolici. Ma è stato l’unico a impostare il dibattito in chiave laica e contemporanea.

La teoria “walzeriana” della guerra giusta può essere utile tanto ai liberali quanto ai socialdemocratici. Walzer pone le due dottrine di fronte alla necessità di pronunciarsi sulla legittimazione morale della guerra. E lo fa passando al vaglio tutti gli interventi militari statunitensi dalla Guerra del Vietnam in poi.
La sua è una prospettiva internazionalista più che cosmopolita.
Walzer parte dal presupposto che la realtà del mondo sia quella degli Stati-nazione, senza possibilità di appellarsi ad autorità politiche superiori. E questo, a mio giudizio, è perfettamente in linea con l’approccio dei socialdemocratici in generale.
Come lui stesso fa notare, i socialdemocratici prendono i confini nazionali molto sul serio; non solo perché l’azione politica si svolge per lo più al loro interno, ma anche perché solitamente delimitano la portata della solidarietà effettiva.
La solidarietà espressiva può superare i confini nazionali, mentre quella effettiva – caratterizzata cioè da un concreto impegno ad agire – non lo fa quasi mai. La solidarietà effettiva può determinare un’azione collettiva, quella espressiva solo un sentimento collettivo. Svariate organizzazioni non governative, come Medici Senza Frontiere (MSF), si impegnano concretamente per cause nobili, ma sono una goccia nel mare dell’indifferenza.
Agli occhi dei socialdemocratici, la solidarietà è un fine umanamente importante in sé e per sé, ma anche un mezzo indispensabile per affermare la giustizia sociale.
Agli occhi dei liberali, non è la solidarietà ma il contratto sociale a tenere unita la società.
I socialdemocratici fanno affidamento su due tipi di solidarietà: la solidarietà di classe e quella nazionale, ovvero sulla loro combinazione.
Nelle società capitalistiche avanzate, tuttavia, la solidarietà di classe è ormai ininfluente. La classe operaia industriale, su cui i socialdemocratici hanno sempre contato per realizzare un cambiamento sociale, si è notevolmente rimpicciolita.
Tutto ciò ha contribuito ad attenuare le differenze tra liberali e socialdemocratici. L’universo della “classe media” comprende praticamente chiunque abbia un reddito fisso, una famiglia stabile e aspirazioni borghesi per i propri figli. Ed è diventato il bacino di riferimento di entrambe le ideologie.

Walzer prende la solidarietà molto sul serio, ma non solo per le ragioni già citate. Lo fa perché considera altrettanto seriamente la realtà, o la possibilità, della guerra. Le guerre nazionali richiedono un sentimento di solidarietà; i contratti hanno valore solo per i mercenari. E la difesa dello Stato comporta enormi sacrifici: dal punto di vista fisico, ma soprattutto sul piano umano. La solidarietà è un importante fattore motivazionale, mentre i contratti si riducono a un semplice calcolo.

L’idea di una giustizia sociale limitata ai confini nazionali solleva quella che è probabilmente la questione più importante nell’attuale agenda politica internazionale, ossia la sfida dell’immigrazione.
I poveri della Norvegia sono ricchi in confronto alla maggior parte della popolazione dell’Africa rurale, dell’Asia o dell’America Latina. Il fatto di essere norvegesi è di per sé una garanzia di successo. I socialdemocratici norvegesi hanno giustamente a cuore la giustizia distributiva. Ma il loro interesse è comunque circoscritto a un club di privilegiati. A quanto pare, la vera questione non è come distribuire il reddito, ma come, e se, concedere visti d’ingresso.

In Sfere di Giustizia, Walzer è stato probabilmente il primo filosofo a rilevare l’incongruenza tra l’interesse per la giustizia distributiva in una data società e il disinteresse rispetto a chi potrebbe o dovrebbe entrare a far parte di quella società.
Il fenomeno dell’immigrazione pone i socialdemocratici di fronte a un dilemma. Essi intendono difendere le conquiste dei lavoratori e dei loro sindacati. Per farlo, tuttavia, di solito ricorrono a politiche fiscali e di immigrazione protezionistiche. È qui che liberali e socialdemocratici seguono strategie diverse.
I primi adottano politiche più permissive in materia di immigrazione, ma sono meno attenti alla sorte degli immigrati una volta che hanno varcato i confini del loro paese; i secondi fanno l’opposto.

Anche laddove non si pongono il problema della guerra giusta, liberali e socialdemocratici hanno a cuore la condizione umana (sia effettiva sia ideale) nelle società capitalistiche avanzate.
Il capitalismo è un’etichetta di comodo applicata a una realtà che è molto più complessa. Il sistema capitalistico è associato a un particolare tipo di società, definito “borghese” da Karl Marx e Max Weber.
Il liberalismo classico mirava a un’economia di libero scambio, non soggetta a vincoli protezionistici. Il liberalismo dei giorni nostri presta molta più attenzione alla natura della società capitalistica. L’interesse non si concentra più sul libero scambio, ma sulla libertà di espressione, sui matrimoni gay e altri diritti civili.

Il liberale e il socialdemocratico hanno una posizione diversa rispetto al capitalismo.
Il primo considera il mercato uno strumento fondamentale per mettere in relazione domanda e offerta, e attribuisce un enorme valore al libero scambio.
Il secondo ha un atteggiamento molto più ambivalente. Ai suoi occhi il mercato è un po’ quello che la democrazia era per Winston Churchill: il sistema peggiore, eccetto tutti quelli già sperimentati. Per il socialdemocratico, la politica deve cercare di correggere gli aspetti più iniqui e vergognosi del capitalismo.

Tale differenza si manifesta nel modo in cui le due ideologie rispondono alle tre domande fondamentali dell’economia:
  • cosa produrre?
  • in che modo produrre?
  • e come distribuire i prodotti?

Nel sistema capitalistico, la risposta dipende da quanto sono liberi i prezzi del mercato. È il “quanto” che fa la differenza.
I liberali invocano una limitazione delle regolamentazioni e dell’intervento da parte di soggetti esterni, primo tra tutti il governo.
I socialdemocratici, dal canto loro, sono pronti a intervenire sulla distribuzione del reddito e della ricchezza.
Walzer giudica la distribuzione di un bene giusta o ingiusta solamente in base al significato di quel bene in una determinata società. I criteri in base ai quali si riconosce prestigio, per esempio, in una società di eruditi (come quella vagheggiata dagli ebraici ultraortodossi) o in una società di guerrieri sono molto diversi. Le due società, infatti, concepiscono diversamente ciò che merita prestigio.

Per spiegare le mie perplessità al riguardo, ricorro all’aiuto di un altro esempio. Pensiamo a una società che attribuisce un grande valore alla classe dei guerrieri, come la Prussia del XIX secolo, con la sua élite degli Junker, una casta rigorosamente aristocratica. Le barriere all’accesso alla classe degli Junker vanno considerate un problema di giustizia? In fondo, i suoi membri morivano anche giovanissimi nelle interminabili battaglie, e, nonostante la pompa e il prestigio, venivano sepolti sotto tetre e pesanti lapidi. Quale che fosse la considerazione del guerriero nello Stato prussiano, ritrovarsi a marciare verso il fronte non era poi una grande fortuna. Gli Junker erano anche grandi proprietari terrieri, ma questo meriterebbe un discorso a parte.
In ogni caso, il principio affermato da Walzer, prestare attenzione al significato intrinseco di ogni bene della società che si vuole trasformare, è una buona norma generale per una politica tesa a conseguire un’effettiva giustizia sociale. Ed è proprio questa, in fondo, la cosa che più sta a cuore ai socialdemocratici.

La tesi “walzeriana” secondo cui beni diversi devono essere distribuiti per ragioni diverse è di fondamentale importanza. Il servizio sanitario e la pubblica amministrazione svolgono due funzioni ben distinte. Le disparità di reddito non dovrebbero incidere sulla distribuzione di servizi come la sanità e l’istruzione. La giustizia del socialdemocratico è sostanziale, non formale (quest’ultima sta più a cuore al liberale).

Come si ricollega tutto ciò al divario tra socialdemocratici e liberali?
I liberali concepiscono la giustizia sociale come il raggiungimento di un corretto equilibrio tra uguaglianza e libertà individuale, con la libertà come valore prioritario.
Di qui la forte enfasi sul diritto degli individui di fare quel che desiderano, purché non rechino danno agli altri.
Ai socialdemocratici, eredi della tradizione socialista, interessa non tanto il diritto di fare quel che si vuole, ma la possibilità di accedere alle risorse per fare (legittimamente) quel che si vuole. Accedere a tali risorse significa, nell'ottica socialdemocratica, accedere alla libertà.

È sbagliato pensare che la differenza tra il socialdemocratico e il liberale stia nel fatto che il primo tiene soprattutto all'uguaglianza mentre il secondo privilegia la libertà. Entrambi mettono al primo posto la libertà, ma per il socialdemocratico quel che conta è la libertà sostanziale, e l’uguaglianza è uno strumento indispensabile per raggiungerla.
Jean Jaurès, padre e martire della socialdemocrazia, esortava a prendere dall'altare degli avi non le ceneri, ma la fiamma. Michael Walzer ha raccolto il testimone di quella gloriosa tradizione. La speranza è che dalla sua fiaccola scaturisca la scintilla di una nuova socialdemocrazia.

Di Avishai Margalit 

(Traduzione di Enrico Del Sero)

Avishai Margalit è Professore emerito di Filosofia all’Università ebraica di Gerusalemme. Il suo ultimo libro, Sporchi compromessi (Il Mulino 2011), è stato premiato nel 2012 dall’Istituto di ricerca filosofica di Hannover (FIPH). L’autore desidera ringraziare Nancy Rosenblum per la preziosa collaborazione.

Fonte: reset.it

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