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domenica 11 ottobre 2026

Le mosse di Trump che corteggiano Putin

Mentre l'attenzione dei media e delle diplomazie occidentali si concentrava sul tavolo dei negoziati con l'Ucraina, dalla Casa Bianca e dal Cremlino è arrivata la notizia che rischia di ridefinire la geopolitica globale dell'energia.

A seguito delle tensioni sull'intensificazione degli attacchi ucraini alle raffinerie russe, il Presidente Donald Trump ha annunciato un accordo diretto con Vladimir Putin per l'importazione di diesel e derivati petroliferi russi, aprendo a una sostanziale deroga al regime sanzionatorio precedentemente approvato.


Per comprendere le ragioni dell'amministrazione americana, non bisogna guardare alle mappe del fronte orientale, ma ai tabelloni dei prezzi delle pompe di benzina americane.

Con il costo dei carburanti in forte aumento e la costante pressione sul settore dei trasporti e dell'agricoltura, la priorità tattica della Casa Bianca è diventata il contenimento dell'inflazione interna.

L'obiettivo di Washington: L'Ufficio di Controllo degli Asset Stranieri (OFAC) del Tesoro statunitense ha autorizzato temporaneamente l'importazione di prodotti petroliferi russi. L'obiettivo immediato è immettere milioni di barili nel mercato interno e globale per frenare l'impennata dei margini di raffinazione.

Tuttavia, dal punto di vista geopolitico, questa scelta rappresenta un'inversione a 180 gradi. Riaprire i rubinetti energetici russi significa rompere il fronte occidentale del dollar diplomacy e offrire a Mosca una via d'uscita dall'isolamento finanziario.


Per Vladimir Putin, questo accordo è una chiara vittoria di immagine e di bilancio:

  • Entrate di cassa per la guerra: La vendita diretta di diesel permette a Mosca di incassare liquidità preziosa in valuta forte, utile a sostenere lo sforzo bellico.

  • Delegittimazione delle sanzioni: L'ammissibilità dell'energia russa da parte della prima economia mondiale crea un precedente irreversibile. Se Washington compra diesel russo, con quale credibilità si potrà chiedere ad attori come India o Cina di rispettare i tetti al prezzo?



La reazione del governo ucraino è stata immediata e sdegnata. Il Presidente Volodymyr Zelenskyy ha bollato l'esenzione dalle sanzioni come una "decisione debole" che finanzia direttamente la macchina bellica di Mosca, arrivando a definirla un "regalo" per il Cremlino.

La tensione tra le diplomazie si è poi ulteriormente inasprita quando Trump ha suggerito la necessità di una "nuova leadership" a Kyiv, imputando alle autorità ucraine la mancata interruzione dei raid droni contro gli impianti petroliferi di Mosca (come il recente attacco al terminal di Novoshakhtinsk).

Questo sviluppo segna la fine definitiva dell'approccio sanzionatorio massimale ideato nel 2022. Entriamo in una fase di "transazionalismo puro", dove gli accordi bilaterali sulle commodity primarie prevalgono sui blocchi alleanze tradizionali.

Si tratta di un pragmatismo che pagherà dividendi elettorali a Washington o del primo passo verso la frammentazione dell'architettura di sicurezza occidentale?

venerdì 25 settembre 2026

L'ennesimo attacco alla sovranità e alla stabilità economica europea: giù le mani dai risparmi degli italiani!

Nei depositi bancari dei nuclei familiari europei si trova un’enorme ricchezza inutilizzata: circa 10.000 miliardi di euro. Si tratta di risorse che restano bloccate nei conti delle banche – e per questo definite “pigre” – anziché venire impiegate per sostenere lo sviluppo produttivo. Nel frattempo, le imprese europee a più alto tasso di innovazione non reperiscono sufficiente capitale all'interno del nostro continente e risultano spesso costrette a trasferirsi oltreoceano, come negli Stati Uniti, per procurarsi risorse, oppure vengono assorbite da colossi societari esteri.

È questo il duro scenario illustrato da Ursula von der Leyen durante l’assise La Ref 2026 del Medef (il sindacato francese). Per risolvere tale criticità, la vertice dell’Esecutivo comunitario ha affermato che l’Unione dei risparmi e degli investimenti deve essere perfezionata entro il termine dell'anno. Von der Leyen ha scagliato un perentorio aut aut politico: l’intesa deve essere raggiunta idealmente tra l'insieme dei 27 Stati membri, ma se indispensabile si procederà pure unicamente con le nazioni che si mostreranno pronte a partire. La finalità, in sintonia con il dossier sulla competitività formulato dall’ex presidente del Consiglio Mario Draghi, è consentire all’Europa di fabbricare, investire e tutelare il proprio tessuto finanziario, mobilitando i capitali privati per affiancare le risorse pubbliche.

La questione del frazionamento politico

Oggi il mercato dell’Unione europea appare profondamente disaggregato per via degli ostacoli burocratici statali. Come ha chiarito la vertice del Parlamento europeo, Roberta Metsola, nel corso del Meeting di Rimini, tale “parcellizzazione” limita il potenziale industriale del nostro continente a tutto vantaggio di concorrenti internazionali quali la Cina.

Metsola ha evidenziato che le nazioni comunitarie devono accantonare i tornaconti nazionali a breve termine per far prosperare un apparato industriale comune. Esprimendo convergenza con la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni, ha ribadito che l’Europa necessita di “soluzioni pragmatiche” e non di prescrizioni sproporzionatamente rigide e farraginose. Metsola ha menzionato a titolo esemplificativo le recenti direttive europee sugli imballaggi, le quali hanno addossato gravosi oneri burocratici alle piccole e medie aziende nazionali, frenandone l'espansione anziché agevolarla.

La tecnologia per unificare i mercati: i progetti della Bce

Per far fluire liberamente i depositi nell'intero continente servono tuttavia disposizioni e infrastrutture tecnologiche condivise. Attualmente, infatti, il circuito finanziario europeo risulta frammentato in molteplici bacini locali che non dialogano agevolmente tra loro. Come segnalato da Piero Cipollone, esponente del Comitato esecutivo della Banca centrale europea (Bce), nell'Unione si contano addirittura 31 enti preposti alla catalogazione e custodia degli strumenti finanziari (i cosiddetti depositi centrali di titoli) e 323 piazze distinte in cui si compravendono azioni e obbligazioni (le sedi di negoziazione). Per effetto di questa separazione, nel 2023 oltre il 95% delle operazioni finanziarie è avvenuto esclusivamente entro i confini dei singoli Paesi.

Per superare tale isolamento, la Bce sta mettendo a punto due iniziative incentrate sulla digitalizzazione:

  • La “tokenizzazione” delle attività finanziarie: tale soluzione tecnologica consiste nel registrare azioni, titoli o contratti sotto forma di file informatici protetti all’interno di un archivio condiviso tra più elaboratori (denominato tecnologia a registro distribuito – Dlt). Ciò consente di trasferire la titolarità delle risorse in modo automatizzato e immediato, 24 ore su 24.

  • Il progetto Pontes: un'infrastruttura tecnologica ideata dalla Bce destinata a raccordare le differenti piattaforme digitali private con l'infrastruttura di regolamento della banca centrale. Mediante Pontes, al perfezionarsi della transazione, il passaggio del titolo e la corresponsione del denaro contante hanno luogo contestualmente. Qualora una delle parti contravvenga alle intese, la transazione si annulla d'ufficio, scongiurando il pericolo di perdite patrimoniali o frodi per i risparmiatori.

Parallelamente a Pontes, la Bce ha promosso il progetto Appia per definire parametri tecnici, regole gestionali e quadri normativi comuni. L’intento è garantire che tutti i sistemi digitali europei possano interconnettersi, impedendo la nascita di barriere tecnologiche e salvaguardando l’autonomia dell’Europa da architetture informatiche gestite da potenze estere.


La giungla delle imposte e il “trilemma” fiscale

Pure a fronte delle migliori tecnologie, lo sviluppo del sistema economico europeo rischia di incagliarsi a causa delle difformità dei prelievi fiscali applicati dalle singole nazioni. La fiscalità d'impresa viene infatti stabilita in piena autonomia da ogni Stato dell’Unione.

Il centro studi economico Bruegel ha sintetizzato questo nodo critico mediante un “trilemma” fiscale, evidenziando che l’Unione europea si trova di fronte a tre rilevanti traguardi dei quali, ciononostante, è possibile conseguirne congiuntamente soltanto due:

  1. La sovranità fiscale: la facoltà di ciascuno Stato di determinare autonomamente le proprie imposte.

  2. La salvaguardia delle entrate: la capacità di contrastare l’evasione fiscale e il nocumento alle casse pubbliche.

  3. La neutralità degli investimenti: far sì che i gruppi imprenditoriali investano nei bacini territoriali per ragioni strettamente economiche (quali la disponibilità di maestranze qualificate o reti infrastrutturali), anziché per meri sgravi fiscali.

Nell'ultimo decennio, l’Unione europea ha conseguito significativi traguardi nel contrasto all’evasione fiscale e al trasferimento fittizio dei profitti messo in atto dalle grandi multinazionali verso le giurisdizioni a fiscalità privilegiata d'Europa. Tale contrasto è sfociato nell’entrata in vigore della tassazione minima globale al 15% (denominata Pillar Two) rivolta ai grandi gruppi societari.

Questo risultato ha tuttavia generato un effetto collaterale per gli investimenti produttivi reali. In passato, l’opportunità per le multinazionali di dirottare virtualmente le proprie rendite in nazioni a tassazione ridotta (come l’Irlanda o il Lussemburgo) mitigava l'incidenza delle imposte effettive nei territori in cui impiantavano stabilimenti o sedi operativi, incentivandole a investire anche in nazioni a elevata pressione fiscale esattamente come l'Italia.

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