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martedì 28 ottobre 2025

L'Europa Rallenta? È Ora di Accelerare!

Il mondo corre più veloce delle nostre politiche. Questo il messaggio chiave di Ursula von der Leyen al "Berlin Global Dialogue". L'Europa non può permettersi di stare ferma: prima di proiettare la nostra forza all'estero, dobbiamo rinnovare le nostre istituzioni. Dobbiamo cambiare il modo in cui pensiamo, decidiamo e facciamo politica per affrontare sfide come il rallentamento economico, la vulnerabilità strategica e le minacce al nostro modello sociale.

Sovranità e Startup: Stop alla Fuga dei Capitali

Abbiamo un problema: le nostre startup innovative, appena crescono, sono costrette a cercare capitali all'estero. Questo significa che ricchezza e sovranità sfuggono dall'Europa.

La soluzione? Dobbiamo investire sul meglio d'Europa, semplificando la vita delle aziende innovative!

Addio a 27 Regole: Stiamo lavorando al "28° regime", una singola, semplice normativa valida in tutti i 27 Stati membri. Un'unica porta d'accesso per crescere!

Fondo Scaleup Europe: Acceleriamo sul capitale privato e sui nuovi modelli di finanziamento, creando un fondo dedicato per far crescere i campioni europei.

Le crisi recenti ci hanno insegnato che le catene di approvvigionamento sono vettori di pressione (dall'energia alla tecnologia). La dipendenza eccessiva dal gas russo è stata una lezione dolorosa che non possiamo dimenticare.

Siamo entrati nell'era della "geoeconomia".

Non possiamo permetterci di ripetere l'errore con le materie prime critiche!

L'economia globale è cambiata radicalmente. L'Europa deve lottare per la sua indipendenza su tutti i fronti:

Energia

Materie Prime

Difesa

Digitale

Il messaggio è chiaro: Dobbiamo mantenere il ritmo. In un mondo in cui gli altri si muovono velocemente, l'Europa deve tenere il passo. Questo è il nostro momento per agire.


Giacomo Palumbo (Palermo, 3 novembre 1985), noto anche con lo pseudonimo artistico Jack Cardigan, è un cantautore, compositore, saggista, consulente HR e politico italiano. Il suo profilo professionale si caratterizza per un approccio interdisciplinare che integra competenze artistiche, analisi politica e progettazione educativa.

È laureato in Scienze della Politica con indirizzo in Mass Media e Politica e ha conseguito nel 2026 un Master Internazionale in Didattica Inclusiva e Supporto Educativo, con particolare attenzione all’integrazione delle tecnologie digitali (TIC) e ai bisogni educativi speciali (NEAE). Tale percorso formativo orienta una visione sistemica dei processi comunicativi, educativi e organizzativi, applicata sia in ambito consulenziale sia nella produzione culturale.

In ambito artistico, opera con lo pseudonimo di Jack Cardigan, sviluppando una produzione musicale riconducibile al cantautorato classico e alla scrittura per colonne sonore, in lingua italiana e siciliana. La sua discografia comprende numerosi brani pubblicati negli anni, tra cui UNLOCK, Tutto o niente, Gli anni addosso, In un clic, Occhi nuovi e Un palco acceso. Il singolo “CAMBIA” (2026) rappresenta un momento centrale del suo percorso, sintetizzando una ricerca tematica incentrata sul cambiamento individuale e collettivo.

Sul piano politico, Giacomo Palumbo è attivo nel MoVimento 5 Stelle. Nel settembre 2025 ha avanzato una proposta di linea politica alternativa rispetto alla guida di Giuseppe Conte, sostenendo un posizionamento più autonomo, caratterizzato dal distanziamento dal Partito Democratico e da un dialogo aperto con formazioni di centro, in una prospettiva di rinnovamento strategico del movimento.

Parallelamente, svolge attività di consulenza HR e di elaborazione saggistica, occupandosi di comunicazione, organizzazione e processi di inclusione. Gestisce inoltre il blog personale giacomopalumbo.blogspot.com, utilizzato come canale di approfondimento culturale, politico e sociale.

martedì 16 aprile 2024

Giacomo Palumbo al tuo servizio in Parlamento Europeo.


Giacomo Palumbo
al tuo servizio per rappresentarti in Parlamento Europeo. Ci metterò tutto l'impegno possibile per la nostra comunità. Ci metterò tutto l'ascolto possibile per portare avanti i nostri obiettivi. Ci metterò la massima trasparenza e il massimo impegno per un dialogo costruttivo, di pace e sempre aperto a nuovi confronti. Il mio sogno può diventare realtà, al meglio per rappresentare al meglio la collettività in Europa. #elezionieuropee2024 #giacomopalumbo #Movimento5Stelle #consultazione in rete degli iscritti il 18 aprile 2024.







mercoledì 15 aprile 2020

Coronavirus: Breton e Gentiloni: occorre fondo per la rinascita.


I commissari Ue al Mercato interno e all'Economia, Thierry Breton e Paolo Gentiloni, in un loro intervento sul "Corriere della Sera", scrivono che "a fronte di una delle più grandi tragedie da molti decenni, non c'è altra via per l'Europa che di mostrarsi unita e solidale. Per natura e ampiezza, la crisi del Covid-19 richiede una mobilitazione storica da parte degli Stati membri e dell'Unione europea in termini di governance, di determinazione e di mezzi. Ognuno adesso ne è consapevole: nessun Paese, nessun continente può affrontare da solo la minaccia sanitaria del coronavirus". "Allo stesso modo, - continuano - nessun Paese e nessun continente sarà in grado di combattere e vincere da solo la sfida economica per un pianeta in cui quasi quattro miliardi di abitanti — metà dell'umanità — vivono ormai in una situazione di confinamento. I Paesi europei hanno rapidamente messo in atto piani di emergenza per assicurare le esigenze di cassa delle imprese che rallentano o sono ferme. L'accesso alla liquidità è una priorità assoluta. È quindi vitale che queste imprese possano molto rapidamente contare sul sostegno delle loro banche attraverso garanzie al credito fornite dagli Stati". "La Banca centrale europea, a sua volta, - spiegano i commissari - ha già impegnato un importo di 750 miliardi di euro aggiuntivi che permettono di procedere a consistenti acquisti di debiti obbligazionari emessi dagli Stati membri e dalle rispettive imprese. Infine, e come previsto dalla legislazione europea, la Commissione europea di Ursula von der Leyen ha temporaneamente sospeso le regole di disciplina di bilancio per permettere agli Stati membri in queste circostanze eccezionali di indebitarsi fuori dal rispetto dei criteri. di Maastricht. Questa prima risposta sulla linea del fronte era indispensabile per darsi i mezzi per garantire la sicurezza finanziaria e dunque la sopravvivenza degli attori economici, ossia dell'intero sistema economico".

"Tuttavia, - aggiungono - oggi dobbiamo andare più lontano per arginare la crisi, preservare le imprese, proteggere i dipendenti e poi rilanciare presto, Paese per Paese, il tessuto produttivo e il mercato interno dell'Unione. Spetta a ciascuno degli Stati membri, ovviamente, elaborare il proprio piano di rilancio. Una cosa però è evidente: nessuno Stato europeo, né del nord né del sud, dispone di mezzi propri che gli permettano di far fronte, da solo, a un tale shock. Nessuno. Sono quindi tre i princìpi che devono guidarci nel rispondere a questa domanda di finanziamento che è al centro delle sfide che l'Unione si trova ad affrontare: nessun Paese deve essere lasciato indietro; nessuna economia può restare la vittima isolata della pandemia; tutti gli Stati membri devono avere un accesso equo e in condizioni simili al debito necessario per finanziare i loro piani". Secondo Gentiloni e Breton "una cosa è certa: le esigenze finanziarie complessive dei 27 paesi dell'Unione Europea devono essere commisurate a ciò che è in gioco. Possiamo quindi osservare che il piano tedesco di ulteriori emissioni. per 356 miliardi di euro votato dal Bundestag (che si aggiunge al primo piano di 600 miliardi di euro che includeva 400 miliardi di garanzie) rappresenta il 10 per cento del suo PIL. Se dovessimo assumere per ipotesi questa percentuale del 10 per cento per l'Unione europea, le necessità di finanziamento complementari potrebbero situarsi in una dotazione da 1.500 a 1.600 miliardi di euro da iniettare direttamente nell'economia".

"Oltre che con gli strumenti e i mezzi messi a disposizione dalla BCE, - osservano i commissari - si può arrivare a un tale importo soltanto individuando ulteriori strumenti atti a garantire che ciascuno Stato membro possa accedere al credito in modo pari ed equo per finanziare i rispettivi piani. Questo principio è certamente indispensabile per assicurare un «level playing field» tra gli Stati membri dell'Unione; ma anche tra l'Europa nel suo insieme e gli Stati Uniti, il cui piano è già messo in funzione. E come per gli Stati Uniti, il momento di agire per l'Europa è adesso, e non tra sei mesi. Il sostegno aggiuntivo può essere offerto attraverso strumenti non convenzionali, già esistenti oppure no, che permetterebbero di andare più lontano. Ad esempio tramite il ricorso alle capacità d'intervento del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) — ma in maniera innovativa e rivedendo i suoi criteri di condizionalità che devono essere alleggeriti e ricentrati sulla risposta alla crisi". "O ancora - continuano - guardando alla Banca europea di investimenti (Bei), che potrebbe vedere aumentare la sua potenza di fuoco nei tempi compatibili con l'urgenza della situazione. Tutto questo potrebbe andare in aggiunta al meccanismo da cento miliardi di euro proposto dalla Commissione per sostenere i lavoratori e mantenere il loro reddito (Sure). Tuttavia, a fronte delle dimensioni della sfida, un quarto pilastro per i finanziamenti europei si renderà necessario. Come la BCE nella sfera monetaria e finanziaria, gli Stati membri devono dare prova, adesso e insieme, del necessario spirito di decisione e di innovazione. Questo potrebbe avvenire, ad esempio, nella forma di un Fondo europeo espressamente concepito per emettere obbligazioni a lungo termine".

Gentiloni e Breton ritengono inoltre che "sarebbe d'altronde assolutamente possibile, perché no, destinare a un tale strumento di finanziamento non convenzionale delle risorse di bilancio e dotarlo di una governance che consenta di evitare qualsiasi moral hazard, in particolare per quanto riguarda l'obiettivo dei finanziamenti che potrebbero essere strettamente circoscritti agli investimenti comuni di rilancio industriale legati alla crisi attuale. Tenendo conto dell'urgenza e dell'entità dei bisogni, questa idea permetterà di anticipare e poi di completare l'aumento del bilancio dell'Ue che la Presidente Von Der Leyen ha dichiarato di auspicare". "Il tempo stringe - notano infine i commissari - Le circostanze necessitano di dare prova di creatività. L'Europa ha imparato dalle crisi precedenti. Di fronte a questa crisi, non mancherà l'appuntamento con la storia. Noi siamo fiduciosi che saprà esprimere una solidarietà incrollabile, per uscire rafforzata da questa situazione inedita", hanno concluso Gentiloni e Breton.

lunedì 8 aprile 2019

In G.U. la Legge su Reddito di cittadinanza e pensioni quota 100

E' stata pubblicata, sulla Gazzetta Ufficiale n. 75 del 29 marzo 2019, la legge 28.3.2019 n. 26, di conversione del DL 4/2019 recante disposizioni urgenti in materia di reddito di cittadinanza e di pensioni.
Tra le principali novità rispetto al testo originario del decreto legge, si segnalano le seguenti:
È stato eliminato il limite anagrafico di 45 anni per i riscatti della laurea da parte dei lavoratori in attività dal 1° gennaio 1996.
Ai fini del RDC il reddito di 6.000 euro viene elevato di 7.500 euro per ogni componente il nucleo familiare con disabilità o non autosufficiente.
La PDC può essere erogata anche se il componente con 67 anni di età convive con una o più persone che non hanno questo requisito ma sono in condizione di disabilità grave o di non autosufficienza.
I richiedenti RDC extraUE dovranno certificare reddito e composizione del nucleo familiare tramite documentazione del Paese di origine, con traduzione in italiano e validazione del consolato.
Ai fini del RDC i genitori con minori dovranno esibire l'Isee dell'altro genitore anche se non sposato o non convivente
Per le separazioni ed i divorzi avvenuti dopo il 1° settembre 2018, il cambio di residenza deve essere certificato da un verbale dei vigili.
L'erogazione del RDC e della PDC viene sospesa a coloro che vengono sottoposti ad una misura cautelare o condannati anche con sentenza non definitiva.
Chi ha presentato la domanda per il RDC in base ai requisiti previsti dal DL 4/2019 (adesso modificati dalla Legge di conversione) potrà continuare a fruire dell'incentivo per 6 mesi, durante i quali dovrà aggiornare la propria documentazione.
L'erogazione delle pensioni sarà sospesa se il titolare risulta latitante per gravi reati.

lunedì 11 marzo 2019

Riduzione delle Tariffe INAIL: firmato il decreto

È stato firmato il decreto Interministeriale Lavoro/MEF che prevede, tra l'altro, la riduzione, in media, del 32% delle tariffe INAIL.
La revisione delle tariffe dei premi, in vigore dallo scorso primo gennaio come stabilito dalla Legge di Bilancio 2019, ha riguardato in particolare l'aggiornamento del nomenclatore, il ricalcolo dei tassi medi e il meccanismo di oscillazione del tasso per andamento infortunistico.
Nella nuova formulazione il nomenclatore tariffario, che attribuisce ai vari tipi di attività tassi differenziati in -funzione dello specifico rischio lavorativo, è stato reso più aderente agli attuali fattori di rischio.
Tra le novità, l'inserimento di attività che si sono sviluppate negli ultimi anni. È stata introdotta, per esempio, una nuova voce di tariffa per le attività legate alla produzione di nanomateriali, un settore di produzione che si è sviluppato solo negli ultimi anni e per il quale si prevede una crescita anche nel prossimo futuro. Altre novità rilevanti riguardano l'esplicitazione all'interno del nomenclatore dell'intero ciclo dei rifiuti e la previsione delle attività di consegna merci svolte in ambito urbano con l'ausilio di veicoli a due ruote o assimilabili dai cosiddetti rider.
Le voci tariffarie sono passate da 739 a meno di 595.
Per la determinazione dei tassi medi nazionali – calcolati per ciascun tipo di lavorazione – sono stati presi in considerazione i dati relativi all'andamento infortunistico nel triennio 2013-2015 (quelli precedenti facevano riferimento al triennio 1995-1997) e le retribuzioni soggette a contribuzione di competenza nello stesso periodo. Il risultato è la diminuzione del 32,72% dei tassi medi per le aziende – dal 26,53 per mille del 2000 al 17,85 per mille – mentre il calo complessivo dell'onere finanziario per l'assicurazione che grava ogni anno sulle imprese in generale raggiunge l'importo di circa 1,7 miliardi di euro, superando quindi di circa 500 milioni annui, a regime, la riduzione lineare finora provvisoriamente applicata (L. 147/2013), calcolata su un plafond di risorse di 1.200 milioni di euro l'anno.
I singoli tassi di premio, il cui nuovo valore è stato determinato in relazione alla specifica rischiosità in termini di oneri assicurativi sostenuti per garantire la tutela agli infortunati
della relativa lavorazione, non superano mai quelli previsti dalla Tariffa 2000, mentre in alcuni casi risultano inferiori anche di oltre il 50% rispetto a quest'ultima.
I nuovi tassi, inoltre, anche per le lavorazioni più rischiose sono stati mantenuti entro il 110 per mille, rispetto al 130 per mille della Tariffa 2000.
È stata confermata la riduzione del premio per gli interventi di prevenzione, volti al miglioramento delle condizioni di salute e sicurezza in ambito aziendale; come confermato risulta anche l'impegno per il sostegno dei progetti di investimento e formazione in materia di salute e sicurezza sul lavoro, previsti dal D. Lgs. 81/2008, in linea con le risorse mediamente erogate nell'ultimo quinquennio.
L'aggiornamento delle tariffe dei premi oltre alla "Gestione Industria, Artigianato, Terziario ed Altre Attività", riguarda anche la revisione dei premi speciali unitari Artigiani e della gestione Navigazione.
Oltre alla riduzione del costo del lavoro, infine, la revisione delle Tariffe ha consentito di introdurre significative novità sul fronte delle prestazioni, con un complessivo miglioramento del livello delle tutele economiche previste per gli infortunati ed a malati professionali, quantificabili economicamente in circa 110 milioni di euro annui.

venerdì 23 marzo 2018

Un governo di minoranza è possibile?

Dopo l’esito delle elezioni politiche del 4 marzo, si parla di un possibile governo di minoranza.
Il Movimento cinque stelle è il gruppo più numeroso in Parlamento e la coalizione di centrodestra (Lega Nord, Forza Italia e Fratelli d'Italia) ha la base più larga di parlamentari. 

Guardando questo scenario, è probabile formare un esecutivo di minoranza?
Nelle democrazie parlamentari un governo di minoranza è un esecutivo che non può avere conto su una maggioranza numerica. 
Altresì è nominato un Presidente del Consiglio, spesso il leader del partito/movimento che ha ottenuto più voti, che a sua volta suggerisce la lista dei ministri.

Così per poter svolgere la propria attività di governo, l’esecutivo avrà in ogni caso bisogno di una maggioranza sia nelle commissioni parlamentari che successivamente nelle Aule durante le votazioni. In Francia e nei paesi scandinavi i governi di minoranza sono spesso stati una prassi.
In Italia non ci sarebbero impedimenti dal punto di vista della Costituzione, visto che oltre alla fiducia al momento dell’insediamento non è richiesta poi l’esistenza di una effettiva maggioranza.

Per potere ottenere la fiducia dal Parlamento, le opposizioni si astengono oppure escono dall’Aula al momento del voto. Il problema maggiore comunque riguarda poi quello che sarà la continuazione della legislatura. Essenziale è che le opposizioni non boicottino le sedute.

Oltretutto se non si riceve il risultato delle votazioni del 4 marzo per quello che è stato e cioè una vera e propria ondata di cambiamento non si reggerà la “condanna” dei partiti che in questo periodo hanno solamente fatto elogio del loro operato e mai sono stati vicini realmente ai bisogni dei cittadini.
Non per questo i due terzi dei parlamentari sono nuovi.

Se il Centrodestra non dovesse avere i numeri per formare un governo, ecco dunque che spetterebbe al movimento cinque stelle tentare di dar vita a un esecutivo.
Visto che i 5 Stelle sono aperti al dialogo ma non sono disponibili a fare alleanze di governo, le strade da praticare sono due: la prima è quella di un appoggio esterno da parte di uno o più partiti (esempio Lega Nord), la seconda invece è proprio quella di un governo di minoranza.

Attenzione che il centrodestra non è più a trazione di Silvio Berlusconi ma è a trazione di Matteo Salvini. Attenzione che la Lega Nord è incardinata nella destra di impostazione fascista, xenofoba, e la presenza nelle istituzioni della Lega mette a rischio la posizione dell'Italia in Europa. Questa incompatibilità con l'Europa è un criterio che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha messo in evidenza pubblicamente ed esplicitamente all'attenzione dei partiti/movimenti prima delle elezioni.

mercoledì 15 novembre 2017

Unione dell'energia: la Commissione rafforza la leadership mondiale dell'UE nel settore dei veicoli puliti

La Commissione propone nuovi obiettivi per le emissioni medie di CO 2 del nuovo parco autovetture e veicoli leggeri dell'UE al fine di accelerare la transizione ai veicoli a basse e a zero emissioni.

Oggi la Commissione ha compiuto un decisivo passo in avanti nell'attuazione degli impegni presi dall'UE nell'ambito dell'accordo di Parigi per una riduzione vincolante delle emissioni di CO2 di almeno il 40% da qui al 2030 nell'UE. Mentre è in corso la conferenza internazionale sul clima a Bonn, la Commissione mostra che l'UE è l'esempio da seguire. Il Presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker ha dichiarato nel suo discorso sullo stato dell'Unione in settembre: "Voglio che l'Europa si ponga alla guida della lotta contro i cambiamenti climatici. L'anno scorso abbiamo fissato le regole del gioco a livello globale con l'accordo di Parigi, ratificato proprio qui, in quest'aula. Di fronte al crollo delle ambizioni degli Stati Uniti, l'Europa deve fare in modo di rendere nuovamente grande il nostro pianeta. È patrimonio comune di tutta l'umanità."

Con l'entrata in vigore dell'accordo di Parigi la comunità internazionale si è impegnata a procedere verso un'economia moderna a basse emissioni di carbonio, mentre l'industria automobilistica sta attraversando una fase di profonda trasformazione. L'UE deve cogliere l'opportunità di diventare leader mondiale, con paesi come gli Stati Uniti e la Cina che avanzano a grandi passi. Ad esempio, le vendite UE di autovetture nuove rispetto alle vendite globali sono scese dal 34% prima della crisi finanziaria (2008/2009) al 20% di oggi. Per mantenere la quota di mercato e accelerare la transizione verso veicoli a basse e a zero emissioni la Commissione ha proposto oggi nuovi obiettivi per le emissioni medie di CO2 del nuovo parco autovetture e veicoli leggeri dell'UE, che saranno rispettivamente applicabili dal 2025 e dal 2030.

La proposta di oggi stabilisce norme ambiziose, realistiche e applicabili per contribuire a garantire condizioni di parità fra i diversi soggetti del settore operanti in Europa. Il pacchetto definirà anche un chiaro orizzonte verso il quale avanzare per conseguire gli impegni presi nell'ambito dell'accordo di Parigi e incoraggerà sia l'innovazione nelle nuove tecnologie e nei modelli di business, sia un uso più efficiente di tutti i modi di trasporto di merci. Queste iniziative saranno rafforzate dall'impiego di strumenti finanziari mirati in modo da garantirne un'agevole applicazione.
Gli obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2 che la Commissione propone oggi si basano su un'analisi approfondita e su un ampio coinvolgimento delle parti interessate, dalle ONG all'industria. Tanto per le autovetture quanto per i veicoli leggeri nuovi, nel 2030 le emissioni medie di CO2 dovranno essere inferiori del 30% rispetto al 2021.

Il Vicepresidente Maroš Šefčovič, responsabile per l'Unione dell'energia, ha dichiarato: "Siamo entrati in un'epoca di trasformazione economica ecologica. L'insieme delle proposte di oggi definisce le condizioni che permetteranno ai produttori europei di condurre la transizione energetica mondiale anziché seguire gli altri. Li spronerà a fabbricare i veicoli migliori, più puliti e più competitivi riguadagnando così la fiducia dei consumatori. Si tratta di un importante passo nella giusta direzione: un'economia europea moderna e sostenibile, con aria più pulita nelle nostre città e una migliore integrazione delle risorse rinnovabili nei sistemi energetici di oggi e di domani."

Il Commissario responsabile per l'azione per il clima e l'energia, Miguel Arias Cañete, ha dichiarato: "La gara mondiale per lo sviluppo di auto pulite è stata avviata e non si può fermare. L'Europa deve però mettersi al passo se vuole condurre e guidare questo cambiamento globale. Dobbiamo individuare obiettivi e incentivi adeguati, ed è ciò che stiamo facendo con queste misure per le emissioni di CO2 per autovetture e veicoli leggeri. Abbiamo obiettivi ambiziosi, ma attuabili e con un ottimo rapporto costi-benefici. Gli investimenti partiranno già ora per gli obiettivi intermedi del 2025. Con gli obiettivi del 2030 daremo stabilità e guida per assicurarne il mantenimento. Oggi investiamo nell'Europa e tagliamo l'inquinamento per rispettare l'impegno preso con l'accordo di Parigi di ridurre le emissioni di almeno il 40% entro il 2030."

Violeta Bulc, Commissaria per i Trasporti, ha dichiarato: "La Commissione interviene in maniera decisiva per rispondere a una sfida sempre più importante: riconciliare le esigenze di mobilità degli europei con la protezione della loro salute e del nostro pianeta. Tutti gli aspetti di questa sfida sono presi in considerazione: promuoviamo veicoli più puliti, rendiamo l'energia da fonti alternative più accessibile e ottimizziamo i nostri sistemi di trasporto. Ciò permetterà all'Europa e agli europei di muoversi in maniera più ecologica."

Elżbieta Bieńkowska, Commissaria per il Mercato interno, l'industria, l'imprenditoria e le PMI, ha dichiarato: "L'industria automobilistica si trova a un punto di svolta. Se vuole mantenere la leadership mondiale, salvaguardando l'ambiente e la salute pubblica, l'industria automobilistica deve investire nelle nuove tecnologie pulite. Favoriremo la diffusione dei veicoli a zero emissioni offrendo infrastrutture di ricarica di facile accesso e batterie di alta qualità prodotte in Europa."

Il pacchetto mobilità pulita comprende i seguenti elementi:
- nuove norme in materia di emissioni di CO2, che aiutino i fabbricanti a innovare e a proporre sul mercato veicoli a basse emissioni. La proposta prevede obiettivi sia per il 2025 sia per il 2030; l'obiettivo intermedio per il 2025 garantisce che gli investimenti comincino sin da ora, mentre l'obiettivo per il 2030 darà stabilità e un orizzonte a lungo termine che ne assicuri il mantenimento. Tali obiettivi incoraggiano la transizione dai veicoli convenzionali con motori a combustione interna a quelli puliti;
- la direttiva sui veicoli puliti, che promuove soluzioni per una mobilità pulita negli appalti pubblici, offrendo così un forte stimolo alla domanda e all'ulteriore diffusione di soluzioni di mobilità pulita;
- un piano di azione e una serie di soluzioni di investimento per la diffusione a livello transeuropeo di un'infrastruttura per i combustibili alternativi, con l'obiettivo di accrescere il livello di ambizione dei piani nazionali, aumentare gli investimenti e fare in modo che i consumatori li accolgano con favore;
- la revisione della direttiva sui trasporti combinati, che promuove l'uso combinato di diversi modi di trasporto delle merci (ad es. Tir e treni), e che faciliterà la richiesta di incentivi da parte delle imprese stimolando così l'uso combinato di camion, treni, chiatte o navi;
- la direttiva sui servizi di trasporto passeggeri effettuati con autobus, che incoraggia lo sviluppo di collegamenti effettuati in autobus su lunghe distanze attraverso l'Europa e offrirà alternative all'uso delle auto private, e che contribuirà ulteriormente a ridurre le emissioni dovute ai trasporti e la congestione stradale. I viaggiatori, in particolare quelli con redditi bassi, beneficeranno così di una scelta di opzioni di mobilità più ampia, migliore e più accessibile;
- l'iniziativa sulle batterie, che riveste un'importanza strategica per la politica industriale integrata dell'UE affinché i veicoli e altre soluzioni di mobilità del domani e i rispettivi componenti siano concepiti e prodotti nell'UE.

Prossime tappe:
Le proposte per una mobilità pulita saranno adesso inviate ai colegislatori; la Commissione auspica che tutte le parti interessate collaborino strettamente per garantire che le varie proposte e misure siano rapidamente adottate e attuate, in modo da massimizzare e generare al più presto i benefici attesi per l'industria, le imprese, i lavoratori e i cittadini dell'UE.

Contesto
Il pacchetto odierno è parte di un insieme più ampio di proposte politiche volte a rendere l'industria europea più forte e più competitiva. Come annunciato nella nostra nuova strategia per la politica industriale dell'UE presentata nel settembre 2017, l'ambizione della Commissione è aiutare le nostre industrie a rimanere o a diventare leader mondiali nell'innovazione, nella digitalizzazione e nella decarbonizzazione.
Il pacchetto odierno è il secondo pacchetto sulla mobilità che la Commissione presenta quest'anno. In maggio 2017 è stato presentato il pacchetto "L'Europa in movimento", che comprende un'ampia serie di iniziative volte a rendere il traffico più sicuro, a incoraggiare l'adozione di sistemi di pedaggio intelligenti, a ridurre le emissioni di CO2, l'inquinamento atmosferico e la congestione del traffico, a ridurre gli oneri burocratici per le imprese, a combattere il fenomeno del lavoro nero e garantire ai lavoratori condizioni e tempi di riposo adeguati.
Sulla scia dell'accordo di Parigi, il mondo si è impegnato a procedere verso un'economia a basse emissioni di carbonio. Molti paesi stanno attuando politiche volte ad agevolare la transizione a economie più pulite. Nel marzo 2016 la Commissione ha presentato una comunicazione sull'attuazione degli impegni dell'accordo di Parigi e nel giugno 2016 una strategia europea per una mobilità a basse emissioni.
Quest'ultima ha definito azioni concrete da intraprendere per aiutare l'Europa a rimanere competitiva e a rispondere alle crescenti esigenze di mobilità delle persone e delle merci. La strategia sulla mobilità a basse emissioni, che contribuisce al perseguimento degli obiettivi dell'Unione dell'energia, stabilisce principi guida chiari ed equi affinché gli Stati membri possano prepararsi ad affrontare il futuro. La proposta di oggi è l'ultimo passo mosso per trasformare questi principi in azioni concrete.

europa.eu

mercoledì 13 settembre 2017

Che cos'è e che cosa fa il Movimento 5 stelle?

Per info generale a chi ancora getta del fango mediatico: Il Movimento 5 Stelle è un’idea buona e nuova, non un volto che deve rendere conto alle lobbies (gruppi di pressione/banche) che lo finanziano. Il candidato premier del Movimento 5 Stelle è stato scelto già parecchio tempo fa e si chiama Programma a 5 stelle. E’ scritto dagli iscritti sul portale Rousseau e non di notte tempo o dopo accordi, inciuci, scambi di favori e promesse di poltrone, vedi presunta poltrona a Crocetta. Nell’universo dei 5 stelle non interessa votare un nome, perché la persona dovrebbe incarnare una leadership, al movimento interessa solo che il nome di quella persona sia quello di una persona onesta, incensurata, che non faccia accordi sottobanco e che abbia come punto di riferimento il Programma 5 stelle ed i cittadini che glielo hanno affidato. Che si scelga Cancelleri o Di Maio o Di Battista nulla della precondizione cambia, questa è la differenza con gli altri partiti, ad personam. Ed a nessuno deve rendere conto se non a chi gli ha affidato il compito di portare avanti le idee. Questo è un meccanismo nuovo che mette davanti un’idea e non più i presunti cavalieri. Oltremodo per questo motivo il mandato viene ridotto a due legislature. Per esempio anche tu che mi leggi che sei una/o qualunque, con il requisito dell'onestà morale ed intellettuale, soprattutto giudiziaria e ti senti di poter rappresentare i cittadini sul Programma 5 stelle, nessuno ti vieta di candidarti a Premier. It’s very easy.

lunedì 21 agosto 2017

Il dovere della paura

Ma è proprio obbligatorio, dopo ogni attentato, ripetere cazzate a macchinetta, tipo che “non cambieremo il nostro stile di vita” e continueremo a “non avere paura”? Non so voi, ma io da tre anni a questa parte ho una paura fottuta e il mio stile di vita l’ho cambiato eccome. 
Per esempio, quando vedo un tipo sospetto, cerco di memorizzarne il volto. E se, alla stazione o all’aeroporto o sul treno, noto un bagaglio incustodito, lo segnalo al personale. Non servirà a nulla, ma hai visto mai. Il guaio è che, prigionieri come siamo della retorica e dei luoghi comuni (a ogni attentato corriamo a cercare tutti gli scrittori, gli attori e i cantanti del Paese colpito, come se non bastassero le scemenze e le banalità che produciamo in casa nostra), confondiamo la paura dannosa che annebbia i pensieri e paralizza le azioni con la paura utile che sveglia le menti e attiva i corpi. Il guaio non è tanto per noi, che possiamo far poco.
Ma per i governanti di tutt’Europa: anche se non lo dicono, sono molto più terrorizzati di noi (anche perché un attentato in campagna elettorale può mandarli a casa per sempre, e Aznar ne sa qualcosa) e la loro paralisi danneggia noi. Che avremmo bisogno di fatti subito. E ben venga la paura, se serve a propiziarli.

Le cose da fare e quelle da evitare sono stranote, ce le ripetono puntualmente gli esperti (quelli veri) a ogni strage. E sono un insieme di piccole, medie e grandi scelte. Quelle grandi si chiamano guerre, alleanze, traffico d’armi e sono decisive per ingrossare o per prosciugare le file dello jihadismo. Forse ce lo siamo dimenticati: ma – lo ricorda Alberto Negri sul Sole-24 ore – tutto cominciò nel 1979, quando l’Armata Rossa di un’Urss già in piena crisi invase l’Afghanistan e in dieci anni fu sconfitta dai mujaheddin, appoggiati dall’Occidente e finanziati dall’Arabia Saudita, che iniziò a imporre in tutta l’area l’ideologia wahabita. La stessa ideologia prima politica e poi religiosa che, mutatis mutandis, fu poi propugnata da al Qaeda e ora dall’Isis, in una guerra santa che anzitutto spacca il mondo arabo-islamico e solo dopo l’Oriente e l’Occidente. Un Occidente che vi si è cacciato dentro col suo demenziale interventismo: prima usando i regimi islamici come pedine per i suoi doppi e tripli giochi nelle guerre per procura (tipo Iran-Iraq) e poi, dopo l’11 settembre 2001, scatenando conflitti senza fine (Afghanistan e Iraq). Senza dimenticare i disastri combinati in Africa, dalla Somalia alla Libia. Il tutto sempre col pretesto della “guerra al terrorismo”: perduta anche questa, visto che, da quando lo combattiamo armi in pugno, il terrorismo si è centuplicato.

E ora gli americani e gli inglesi, che hanno appiccato incendi un po’ ovunque, si ritirano in buon ordine lasciando a noi, fedeli zerbini, il compito di spegnere il fuoco. Cioè di contare i nostri morti.
E noi – i nostri governi imbelli, intendo – ce lo meritiamo pure, perché continuiamo a combattere il terrorismo come facevano loro: islamici buoni (perché momentaneamente e apparentemente amici) contro islamici cattivi (perché nemici o presunti tali), tutti peraltro armati fino ai denti con ordigni nostrani, di ultima o penultima generazione (a seconda delle “amicizie” del momento). 
Come se l’Isis non fosse nato proprio dal revanscismo dell’Iraq sunnita. E come se Al-Sisi o Assad e, dall’altra parte, Erdogan, i sauditi e il Qatar potessero essere nostri amici anche per un giorno. La scena si ripete in Libia, con Macron che ci sorpassa in curva annettendosi il governo Al Sarraj e noi subito riallacciamo i rapporti con l’Egitto (fregandocene di Regeni e delle altre migliaia di morti ammazzati come lui) che telecomanda l’altro capobanda Haftar.

Le piccole scelte, invece, sono decisive per agevolare o per ostacolare i terroristi già in azione. Se questi sono i testimonial pubblicitari della guerra santa e prediligono i luoghi simbolici per galvanizzare le truppe mostrandoun Isis trionfante e un’Europa in ginocchio, fargli trovare la Promenade des Anglais a Nizza, nel giorno della festa nazionale, senza posti di blocco, non fu proprio una grande idea. Come non lo è stato regalare loro la Rambla di Barcelona in pieno agosto pedonalizzata e dunque ricolma di gente, ma senza dissuasori anti-traffico, né barriere di cemento anti-tir, né cecchini pronti all’uso. Specie se la Cia da settimane avvertiva i Servizi spagnoli che Barcellona era tra gli obiettivi dell’Isis e che le Ramblas erano il bersaglio ideale. Specie se qualche giorno prima, nella stessa Catalogna, era stata smantellata una cellula jihadista. Certo, con quei piccoli accorgimenti la rete dei ragazzini, già ridimensionata dall’esplosione della bombola di gas, avrebbe magari ripiegato per un’azione più rozza e un bersaglio meno eclatante (e però anche meno affollato): tipo gli accoltellamenti alla finlandese. Ma almeno l’effetto-spot si sarebbe evitato e qualche vita in più si sarebbe salvata.

Infine ci sono le scelte intermedie, vedi alla voce “intelligence”. Anche stavolta, come in ogni strage dell’ultimo triennio, alcuni attentatori erano noti agli apparati come radicalizzati e pericolosi; e i Servizi alleati avevano lanciato l’allerta, puntualmente ignorata. L’impressione è che di informazioni ne circolino anche troppe, ma che nessuno sappia bene che farsene. Specie in Paesi a più antica immigrazione, impossibilitati a sorvegliare migliaia di radicalizzati (15mila in Francia, almeno altrettanti nel Regno Unito, 7mila in Germania, 800 in Spagna, molti meno fortunatamente in Italia, anche perché quelli con cittadinanza italiana sono pochi e gli altri possono essere espulsi al primo sospetto). Ma tra il non controllarli tutti e il non controllarne quasi nessuno, neppure quando scatta l’allarme, c’è un abisso. Chiamato, con rispetto parlando, Europa.

20 Agosto 2017 di Marco Travaglio.

mercoledì 3 maggio 2017

Positiva l’appartenenza all’UE per gran parte degli europei

Gli italiani chiedono più interventi dell'UE. La maggioranza degli europei vuole una risposta comune alle sfide globali; 3 su 4 vogliono di più nella lotta al terrorismo, contro la disoccupazione e l’evasione fiscale e per la protezione dell’ambiente.

Secondo un numero crescente di cittadini europei, appartenere all'Ue è una cosa positiva. Questo il dato che emerge dall'ultimo Eurobarometro pubblicato dal Parlamento europeo. In pratica, l’attaccamento all'Unione europea ha raggiunto nuovamente i livelli pre-crisi registrati nel 2007.

Il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, ha dichiarato: “I risultati dell’ultimo sondaggio sull'attitudine dei cittadini europei nei confronti dell'Ue sono, per la prima volta dall'inizio della crisi economica nel 2007, molto incoraggianti.
Tali risultati dimostrano che gli europei vogliono che l'Ue risponda con una voce sola ai timori e alle turbolenze internazionali che hanno reso il mondo in cui viviamo più incerto e pericoloso.
Sta a noi leader politici dimostrare che hanno ragione a riporre in noi la loro fiducia. Dobbiamo, con il nostro lavoro quotidiano e con le nostre decisioni, convincerli che l’Unione europea può sia proteggerli che rendere la loro vita migliore”.

Per l’Italia, pur sotto la media UE, si registra un aumento di risposte positive sull'attaccamento all'Unione, con 7 punti percentuali in più rispetto all'anno scorso (48%).


L'Eurobarometro, commissionato dal Parlamento europeo e pubblicato giovedì, mostra come essere membri dell’Ue sia una cosa positiva per il 57% degli europei (+4% rispetto all'ultimo sondaggio di settembre 2016 e quasi allo stesso livello del 2007, quando a esprimersi positivamente erano stati il 58% degli intervistati).

Le percentuali variano significativamente da paese a paese.

Più Europa per combattere terrorismo, disoccupazione ed evasione fiscale

Fra gli elementi chiave per definire l’identità europea, il 50% degli intervistati cita la democrazia e la libertà, mentre solo il 33% indica l’Euro (nel 2015 era il 39%). Per quasi la metà degli intervistati a livello Ue (il 46%) avere un sistema di welfare armonizzato per tutti gli Stati membri contribuirebbe a rafforzare il sentimento di cittadinanza europea.

Ascoltare di più i cittadini in Europa e nei loro paesi

Reagire con una risposta comune europea ai recenti eventi geopolitici globali come la crescente instabilità nei paesi arabi, la sempre maggiore influenza della Russia e della Cina, la Brexit e l’elezione di Donald Trump è più auspicabile che avere una reazione paese per paese per una percentuale di intervistati che, in alcuni casi, si attesta fino al 73%.
La maggioranza dei cittadini europei vuole che l'Ue faccia di più per rispondere a sfide quali la lotta al terrorismo (80%) e alla disoccupazione (78%), la protezione dell’ambiente (75%) e il contrasto all'evasione fiscale (74%).
Secondo una larga maggioranza degli intervistati italiani, invece, ci sarebbe bisogno di un maggior intervento da parte dell’Unione europea su migrazione (80%), politica di sicurezza e difesa (74%), politica economica (68%), agricoltura (65%) e politica industriale (64%).

Maggiore ascolto a livello europeo e nazionale

Il 43% degli europei pensa che la propria voce conti a livello di Ue, un record dal 2007 a oggi, e 6 punti percentuali in più rispetto al 2016. Se invece si analizza quanto gli intervistati pensino che la propria voce conti nel proprio paese, sei europei su dieci rispondono positivamente (più 10% rispetto allo scorso anno).
In Italia, solo il 36% degli intervistati ha risposto positivamente, al di sotto della media EU, ma con 11 punti percentuali in più rispetto all'anno passato.

Disuguaglianza sociale

Infine, la stragrande maggioranza degli europei pensa che le diseguaglianze fra classi sociali siano significative e un terzo degli intervistati dubita che riusciremo a lasciarci la crisi alle spalle nei prossimi anni.

Fonte: europarl.it

La principale politica di investimento dell’Unione europea

La politica regionale è la principale politica di investimento dell’Unione europea

La politica regionale sostiene la creazione di posti di lavoro, la competitività tra imprese, la crescita economica, lo sviluppo sostenibile e il miglioramento della qualità della vita dei cittadini in tutte le regioni e le città dell’Unione europea.

Al fine di raggiungere tali obiettivi e di affrontare le diverse esigenze di sviluppo di tutte le regioni dell’Unione europea, per il periodo 2014-2020 sono stati destinati alla politica di coesione 351,8 miliardi di EUR, quasi un terzo del bilancio complessivo UE.

Erogazione dei finanziamenti

L’attuazione della politica regionale passa attraverso tre fondi principali: il Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR), il Fondo di coesione (FC) e il Fondo sociale europeo (FSE).
Politica regionale e priorità politiche della Commissione
La politica regionale produce un notevole impatto in molti settori. I suoi investimenti contribuiscono all’attuazione di molti obiettivi della politica dell’Unione europea e integrano le politiche UE tra cui quelle che si interessano di istruzione, occupazione, energia, ambiente, mercato unico, ricerca e innovazione.
La politica regionale fornisce il quadro di riferimento necessario alla realizzazione degli obiettivi della strategia Europa 2020 per una crescita intelligentesostenibile e inclusiva in Unione europea.
I cinque obiettivi che l’Unione europea intende raggiungere entro il 2020 sono:
  1. Occupazione: il 75 % dei cittadini di età compresa tra 20 e 64 anni deve avere un impiego
  2. Ricerca e sviluppo: il 3 % del PIL dell’UE deve essere investito in ricerca e sviluppo
  3. Cambiamento climatico e sostenibilità energetica:
    • 20 % in meno di emissioni di gas serra in UE rispetto ai livelli del 1990
    • 20 % di energia da fonti rinnovabili
    • 20 % di aumento dell’efficienza energetica
  4. Istruzione:
    • riduzione dei tassi di abbandono scolastico prematuro al di sotto del 10 %
    • almeno 20 milioni in meno di cittadini in condizioni o a rischio di povertà o esclusione sociale
  5. Lotta alla povertà e all’esclusione sociale: almeno 20 milioni in meno di cittadini in condizioni o a rischio di povertà o esclusione sociale
Ogni Stato membro ha adottato propri obiettivi nazionali in ciascuno di tali ambiti.
La politica regionale sostiene la solidarietà europea
I fondi della politica di coesione sono per lo più concentrati nei paesi e nelle regioni in ritardo di sviluppo affinché possano mettersi in pari, riducendo le disparità economiche, sociali e territoriali tuttora esistenti in Unione europea.
La politica regionale ha salvaguardato le regioni e le città europee dagli effetti più gravi della crisi
Sostenendo gli investimenti pubblici e distribuendo gli investimenti UE con flessibilità, ad esempio con la riprogrammazione dei fondi o l’aumento del tasso di cofinanziamento in paesi quali Cipro, Grecia, Irlanda, Portogallo, Romania e Ungheria, la politica regionale ha attenuato l’impatto della crisi finanziaria iniziata nel 2008. In un periodo di intensa attività di risanamento dei conti pubblici, inoltre, la politica regionale dell’Unione europea ha assunto un’importanza determinante. Durante la crisi, in assenza della politica di coesione, negli Stati membri in ritardo di sviluppo i tanto necessari investimenti pubblici avrebbero subito un ulteriore calo del 45 %.
Impatto finanziario complessivo
La politica di coesione è un catalizzatore di ulteriori finanziamenti pubblici e privati, in quanto per un verso obbliga gli Stati membri al cofinanziamento attingendo ai bilanci nazionali, per l’altro suscita fiducia negli investitori.
Considerando i contributi nazionali e gli altri investimenti privati, si prevede un impatto della politica di coesione per il periodo 2014-2020 quantificabile in circa 450 miliardi di EUR.
Fonte: ec.europa.eu

La politica di coesione europea migliora il contesto degli investimenti in Europa

Uno degli elementi fondamentali della riforma della politica di coesione 2014-2020 è stata l'introduzione di precondizioni affinché gli Stati membri possano ricevere il sostegno finanziario dei fondi strutturali e di investimento europei.
Da una prima valutazione pubblicata oggi risulta che quest'ulteriore fase è molto utile e che le precondizioni si sono dimostrate un potente incentivo per gli Stati membri e le regioni a intraprendere riforme che sarebbero state altrimenti ritardate o trascurate.
Le precondizioni (o condizionalità ex ante) volte a rafforzare gli investimenti interessano svariati settori, tra cui l'efficienza energetica, l'innovazione, i programmi in ambito digitale, le riforme dell'istruzione e sono state integrate nella nuova politica di coesione per garantire una gestione sana ed efficace della spesa.
Le precondizioni aiutano gli investimenti a superare le strozzature
Molte precondizioni riguardano barriere settoriali orizzontali e verticali che ostacolano gli investimenti nell'UE: gli sforzi profusi per superarle hanno contribuito ad approfondire il mercato unico e ad attuare il piano di investimenti, attraverso il suo terzo pilastro.

Hanno per esempio rafforzato l'assetto istituzionale dei paesi e contribuito a introdurre procedure trasparenti nel settore degli appalti pubblici, o imposto agli Stati membri di migliorare e semplificare il contesto normativo e politico relativo alle piccole imprese. Sono state per esempio messe in atto misure per ridurre i tempi e i costi necessari alla creazione di un'impresa. A Malta, in Portogallo e in Slovenia sono stati introdotti dei "test PMI" per sorvegliare l'impatto della legislazione nazionale sulle PMI.
Nel settore digitale, tali precondizioni hanno obbligato gli Stati membri a creare un elenco di progetti prioritari in linea con gli obiettivi di diffusione della banda larga del mercato unico digitale. In tal modo in Grecia la precondizione "crescita digitale" ha determinato l'adozione di una nuova strategia di crescita digitale.
Facilitano i cambiamenti strutturali e l'attuazione delle raccomandazioni specifiche per paese (RSP)
Le precondizioni hanno portato a modifiche legislative necessarie in molti settori strategici: istruzione, mercato del lavoro, sanità o inclusione sociale, per citarne solo alcuni.
In Croazia, Bulgaria e Romania la mappatura delle infrastrutture sanitarie imposta dalla precondizione "salute" ha attuato varie RSP riguardanti l'efficacia della spesa, l'accessibilità e l'efficienza globale del settore sanitario.
Accelerano il recepimento dell'acquis dell'Unione
Nella Repubblica ceca, in Italia, Polonia, Portogallo, Slovenia e Spagna l'obbligo di soddisfare la precondizione "efficienza energetica" ha fortemente contribuito al rapido recepimento delle direttive sull'efficienza energetica e sull'edilizia. In alcuni paesi, come l'Ungheria, la precondizione "acque" ha stimolato le autorità ad applicare la tariffazione dell'acqua in ambito agricolo, incentivando gli agricoltori a sfruttare più efficientemente le risorse idriche.
Contribuiscono a orientare meglio il sostegno proveniente dai fondi strutturali e di investimento europei (SIE) e da altri finanziamenti pubblici
Molte precondizioni imponevano di inserire il sostegno proveniente dai fondi europei in quadri di investimento strategico. Tali quadri, concepiti per rispondere a determinati criteri di qualità, basati sull'analisi delle esigenze e dotati di misure finalizzate ad attrarre gli investimenti privati, integrano i finanziamenti regionali, nazionali ed europei e hanno portato a una gestione della spesa pubblica complessivamente più coordinata e razionale.
In Portogallo, la precondizione "ricerca e innovazione" (R&I) richiedeva l'adozione di strategie di specializzazione intelligente a livello regionale e nazionale. Ciò ha contribuito a concentrare i finanziamenti pubblici destinati all'R&I su un numero limitato di settori chiave competitivi e a individuare opportunità di partenariati tra il mondo accademico e le imprese innovative.
Rafforzano la capacità amministrativa e la comunicazione tra tutti i livelli di governo
Un'amministrazione pubblica efficiente è fondamentale per il successo degli investimenti pubblici e dell'UE. Quando alcune precondizioni richiedevano specificamente il rafforzamento e la riforma delle amministrazioni, è stato proprio lo sforzo profuso a tal fine che ha portato al miglioramento del coordinamento e della comunicazione tra ministeri, agenzie, amministrazioni regionali e locali e altre parti interessate.
Nella regione francese dell'Auvergne, nel contesto della precondizione "R&I" le autorità locali, la società civile e le imprese locali si sono unite per la prima volta per elaborare una strategia di innovazione regionale.
Prossime fasi
La relazione indica che vi sono margini di miglioramento: le precondizioni possono essere adattate maggiormente alle esigenze degli Stati membri e delle regioni? Come garantire che siano soddisfatte durante tutto il periodo finanziario? Sono queste le principali domande che animeranno il dibattito sulla politica di coesione post-2020.

venerdì 28 aprile 2017

Muoversi e adattarsi nel mondo digitale: E-democracy

............ Bruxelles - Nel 2016 il 79% dei cittadini Ue ha avuto accesso a internet almeno una volta a settimana. Navigare on line è ormai a tutti gli effetti parte integrante della società contemporanea. Oltre a leggere notizie o comunicare con il resto del mondo attraverso i social media è anche tempo di promuovere gli strumenti della partecipazione democratica? L’uso di Internet può riavvicinare i giovani alle istituzioni? E come difendersi dagli hacker? Molti e importanti gli appuntamenti elettorali che l’Europa si trova ad affrontare nel 2017. Per la prima volta questioni come la manipolazione dell’opinione pubblica attraverso internet e i brogli elettorali al voto on line sono diventati argomenti al centro delle agende politiche nazionali e di quella comunitaria.

Intimorito dal rischio di brogli, il Governo olandese ha annunciato che il voto sarà soltanto cartaceo e lo scrutinio sarà manuale. I Paesi Bassi hanno introdotto postazioni per il voto elettronico già nel 2007. Sin da subito, però, è emerso come le manipolazioni fossero estremamente semplici e di conseguenza il voto elettronico è stato vietato in tutto il Paese. In Francia il voto elettronico è stato autorizzato dal 2012 salvo essere stato sospeso per l’elezione presidenziale del 2017. Alla base della decisione i timori per il rischio di attacchi cibernetici. Un esempio positivo di voto elettronico arriva, invece, dall’Estonia dove questo è obbligatorio per le elezioni nazionali, amministrative ed europee. Dal 2005 ad oggi il Paese ha scelto i propri rappresentanti attraverso il voto elettronico già 8 volte. Al momento non è ancora stato segnalato nessun incidente o attacco hacker.

Prendendo esempio dal caso estone, il Parlamento Ue cita afferma nel proprio rapporto dedicato all’E-democracy che per rendere il voto elettronico efficace c’è prima bisogno di garantire il pieno accesso ad esso della popolazione. Al tempo stesso si deve lavorare all’implementazione di connessioni internet veloci, ma anche alla messa in sicurezza delle identità elettroniche. Nella bozza del rapporto l’e-democracy e l’e-governance sono definite nel modo seguente:

e-democracy, termine con il quale ci si riferisce all’utilizzo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione per permettere la partecipazione e la consultazione dei cittadini
e-governance, termine con il quale ci si riferisce all’utilizzo delle tecnologie della comunicazione e dell’informazione che creano canali di comunicazione in grado di mettere in contatto specifici stakeholder con il mondo politico e istituzionale in modo da poter influenzare il processo decisionale.
e-government, termine con il quale ci si riferisce all’uso delle tecnologie della comunicazione e dell’informazione nel settore pubblico. In modo particolare si riferisce alla possibilità di offrire alle persone servizi pubblici elettronici.

Esempi europei

L’iniziativa per i cittadini europei è stata introdotta dal Trattato di Lisbona nel 2012. Si tratta di uno strumento in grado di garantire la partecipazione democratica dei cittadini al processo decisionale comunitario. Attraverso di essa, infatti, i cittadini europei sono in grado per la prima volta nella storia comunitaria di chiedere all’Ue di legiferare su uno specifico tema. Per poter essere considerata accettabile un’iniziativa dei cittadini deve poter raccogliere almeno un milione di firme. I cittadini europei hanno anche il diritto di presentare petizioni al Parlamento Ue. Le petizioni devono essere connesse con le competenze comunitarie e sono trattate dall’apposita commissione parlamentare (Peti). Per inoltrare la propria petizione si deve accedere alla pagina web specifica. Il rapporto del deputato Ramón Jáuregui Atondo’s sulla e-democracy sarà discusso mercoledì sera. E’ possibile seguirlo in diretta attraverso il sito del Parlamento. Martedì il Parlamento ha anche votato su un rapporto volto a rafforzare i diritti dei cittadini nel trattamento dei big data.

Fonte: europarl.europa.eu

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