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mercoledì 11 marzo 2026

Ma Meloni teme incidenti e frena "Prima serve una de-escalation"

Non è il momento di spedire fregate italiane a Hormuz. Non adesso, senza una de-escalation. Giorgia Meloni lo ripete ai leader europei con cui è in contatto da 48 ore. Keir Starmer, Friedrich Merz. E pure a Emmanuel Macron, che è il primo a proporre la mossa. Per la premier sarebbe «rischioso» esporre i militari italiani mentre dall'Iran continuano a piovere razzi. Si metterebbe a rischio la vita dei soldati. Incidente dietro l'angolo, esiti imprevedibili. Per una scorta ai mercantili nel Golfo, è il ragionamento che circola a Palazzo Chigi, bisogna attendere un allentamento delle tensioni. Meloni condivide la linea con il ministro degli Esteri, Antonio Tajani. E sente pure il titolare della Difesa, Guido Crosetto, che nell'ennesima giornata tribolata riunisce insieme al sottosegretario Alfredo Mantovano i vertici militari e dei servizi. Un'altalena di discussioni, tra scenari di guerra e tormentate analisi sui contraccolpi economici. La premier non ha ancora sentito Donald Trump. Spinge adesso, invece, per un coordinamento Ue. Ma, a partire dalla strategia per Hormuz, l'Europa non suona con un solo spartito. Secondo fonti italiane, sulle fregate nello Stretto la posizione di Meloni non sarebbe distante da quella del cancelliere tedesco, che sosterrebbe un approccio graduale. La Francia, invitata, non ha poi partecipato alla call di ieri sera sui riflessi economici della crisi. Macron era indaffarato nel vertice sul nucleare. Con Meloni, Merz e il belga De Wever si collegano invece von der Leyen (con cui la premier si è sentita anche separatamente) e i leader di altri 18 paesi. La richiesta su cui spinge di più Meloni è una: va «sospeso il meccanismo di tassazione del carbonio sulla produzione di energia», il cosiddetto Ets, in attesa di una revisione a tutto tondo. Consensi? La Germania apre, i paesi nordici frenano, insieme alla Spagna, ieri invitato al tele summit. Tutto rimandato al consiglio europeo del 19 marzo. La premier è convinta: così si abbassano i prezzi. Si vedrà. La richiesta è che al summit Ue vengano annotati «obiettivi concreti». Anche sul mercato unico e la semplificazione. Oggi per Meloni è prevista un'altra batteria di chiamate, forse una call formato E4 (con Macron, Merz e Starmer). Le comunicazioni della premier alla Camera sono state appositamente spostate un'ora avanti. Anche il fronte interno è concitato. Nella chat Whatsapp dei ministri qualche giorno fa Meloni è intervenuta in prima persona. Una strigliata, per chiedere di «coordinare la comunicazione» sull'Iran. Come dire: basta sortite in solitaria, fuori linea. Riproduzione autorizzata licenza Ars Promopress: 2013-2023 Stamattina, ore 9.30, Meloni sarà in Senato. Dalle 16 in poi, a Montecitorio. Il centrodestra ieri sera ha trovato la quadra sulla sua risoluzione. Nessuna condanna per i blitz di Usa e Israele, critiche solo agli attacchi «inaccettabili» iraniani. Nella bozza, si parla di uno scenario «estremamente imprevedibile», con l'auspicio di «un ritorno della diplomazia». Per i paesi del Golfo, è menzionata genericamente la possibilità di «forme aggiuntive di assistenza in materia di difesa e protezione delle infrastrutture». Per proteggere i confini europei, vedi Cipro, è ipotizzato un «adattamento e rafforzamento» delle missioni Aspides e Atalanta. In generale, la maggioranza impegnerà il governo a «intensificare gli investimenti» militari, a patto che l'Ue garantisca «la complementarità con la Nato». Sull'Ucraina, per non irritare la Lega, si parla di «sostegno multidimensionale». Non dell'adesione all'Ue, che per Matteo Salvini sarebbe «un suicidio» per gli agricoltori. C'è pure un paragrafo per difendere la presenza da osservatori al Board of peace. A parole, il centrodestra ha teso la mano all'opposizione, per un testo comune. Ma dalla minoranza hanno chiuso, anche perché avrebbe dovuto spendersi «in prima persona» la premier. Ammesso che ci siano smarcamenti dai dem, sarebbero pochi, dai riformisti. La minoranza invece non ha trovato un accordo per una mozione sola: divergenze su Kiev, non sull'Iran.

Su bollette e benzina Meloni non fa nulla: scomparso il decreto

 Alla ricerca delle coperture economiche, il governo prende ancora tempo sul taglio delle accise mobili per contenere i prezzi dei carburanti schizzati dopo la guerra in Iran. All'undicesimo giorno di conflitto, con il diesel "servito" che ha superato i 2,6 euro al litro in autostrada e quello "self" oltre i 2 euro in quasi tutta Italia, l'intervento promesso in gran fretta dalla premier Giorgia Meloni per arginare il caro carburanti non è entrato nel Consiglio dei ministri di ieri, desaparecido come il Piano Casa. Che il decreto per abbassare i prezzi dei carburanti fosse a forte rischio era noto, ma ieri - numeri alla mano - il governo ha dovuto anche ammettere che lo strumento delle cosiddette "accise mobili" cioè restituire, tagliando le accise, la maggior Iva incassata dallo Stato per gli aumenti di prezzo - è troppo lento e, di fatto, sarebbe solo un pannicello caldo. Quel meccanismo è infatti più adatto a reagire ad aumenti meno repentini dei prezzi. Allo stato attuale, anche se le accise mobili venissero applicate, avrebbero un impatto minimo sul prezzo finale: qualche centesimo al litro sulla benzina, qualcosa in più sul gasolio (tra i 6 e i 7 centesimi) che alla pompa dopo il riallineamento delle accise a gennaio inserito in manovra - ha subito il rialzo maggiore da inizio conflitto. Troppo pochi per incidere davvero sul prezzo pagato alla pompa dagli automobilisti: forse è per questo che il meccanismo delle accise mobili, rivisto dal governo Meloni nel 2023, non è stato ancora mai usato. È un cannone destinato a non sparare e, a fronte di uno choc come quello odierno, servirebbe a poco o nulla. È per questo, cioè per non rischiare di sbandierare una misura emergenziale che non potrà fornire immediato sostegno a famiglie e imprese, che il governo sceglie di rinviare ogni scelta e continua a studiare altre misure per interventi più corposi. La strada sarebbe anche tracciata: basta il confronto con quelle adottate all'indomani dell'attacco russo contro l'Ucraina. Lo sconto massimo applicato dal governo Draghi nel 2022 valeva 25 centesimi al litro ed è quello invocato anche oggi dalle opposizioni. Il problema è il costo per le casse pubbliche: basandosi sull'esperienza di quattro anni fa, circa 2,5 miliardi di euro a trimestre. Resta ancora nel limbo anche l'altro intervento annunciato dalla premier Meloni, ovvero una nuova tassa sugli extra-profitti delle società energetiche - come accadde in epoca Draghi - da cui ricavare risorse per gli interventi a favore di famiglie e imprese. "Una scelta francamente incomprensibile quella del governo, che dispone già di tutti gli strumenti per ridurre in modo immediato la tassazione sui carburanti", protestano le associazioni dei consumatori e le categorie produttive. A parole, però, quello delle accise mobili resta un intervento su cui il governo continua a puntare tanto più che la Lega ne ha fatto una sua bandierina: ieri il leader leghista e ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, ha sostenuto che sul testo stavano lavorando i colleghi Giancarlo Giorgetti (Economia) e Adolfo Urso ( Imprese e Made in Italy) senza però dare indicazioni su tempi e contenuti; il suo partito ha invece presentato un emendamento al decreto Energia, all'esame della Camera, per chiedere di attivare il meccanismo delle accise mobili se il prezzo medio nazionale dei carburanti supera i 2 euro al litro per cinque giorni consecutivi. Insomma, anche se servono a poco non è escluso che le accise mobili finiscano in un nuovo Consiglio dei ministri già in settimana. Forse lo stesso in cui si tornerà a discutere del decreto Infrastrutture, quello che riscrive la procedura autorizzativa del Ponte sullo Stretto dopo la bocciatura della Corte dei Conti: era stato approvato in Cdm il lontano 5 febbraio scorso, ma da allora era parcheggiato al Tesoro. La Ragioneria dello Stato ne ha riscritto interi pezzi per chiarire che qualunque eventuale nuovo costo che emergesse nell'iter dovrà essere coperto con risorse già a disposizione del ministero di Salvini. Una figuraccia colta dalle opposizioni: "Il Ponte resta uno slogan elettorale che drena miliardi di euro pubblici senza risolvere nessuno dei problemi dei cittadini", ha attaccato Angelo Bonelli (Avs). In ogni caso, si è affrettato a sottolineare l'ad della Stretto di Messina, Pietro Ciucci, a oggi "non sono previsti extracosti".

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