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mercoledì 15 aprile 2026

Il governo Meloni punta sul Jobs Act per contrastare il lavoro povero

Si delinea un'inattesa svolta in vista del Primo maggio. L’esecutivo Meloni intende avvalersi del Jobs Act come strumento per debellare la piaga dei bassi salari. La strategia prevede, innanzitutto, di lasciar decadere la legge delega in scadenza il 18 aprile, rinunciando così ad applicare il criterio — alquanto controverso — dell'estensione dei minimi retributivi basata sui "contratti più applicati". Tale formula era finita nel mirino delle critiche poiché rischiava di legittimare indirettamente i cosiddetti contratti pirata.

Con una mossa che spiazza gli interlocutori, il governo porterà nel Consiglio dei ministri di fine aprile un decreto legge che riporta in auge l’articolo 51 del decreto 81/2015, pilastro della riforma Renzi. Una norma che, come sottolineato da fonti vicine al dossier, «non è mai stata attuata nemmeno dagli esecutivi di centrosinistra succedutisi negli anni».

I nuovi parametri della contrattazione

Il fulcro della misura stabilisce che i contratti collettivi di riferimento per ogni settore dovranno essere esclusivamente quelli sottoscritti dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative. L’obiettivo è duplice:

Escludere le sigle minoritarie o prive di reale radicamento.

Contrastare il dumping contrattuale che penalizza le imprese virtuose attraverso paghe irrisorie e garanzie ridotte al minimo.

i tratta di una scelta quasi obbligata. Il dialogo degli ultimi giorni tra la ministra del Lavoro, Marina Calderone, e i vertici di Cgil, Cisl e Uil era apparso decisamente impervio. Ipotesi alternative, come quella avanzata dal sottosegretario leghista Claudio Durigon sui contratti "equivalenti" — concetto ritenuto troppo nebuloso e di difficile interpretazione — avrebbero rischiato di causare una frattura insanabile con le parti sociali.

Il nodo della concorrenza sleale

La questione sarà verosimilmente al centro del dibattito odierno al Forum di Confcommercio, dove è atteso l’intervento di Durigon. Al tavolo siederanno anche Maurizio Landini, Daniela Fumarola e Pierpaolo Bombardieri, in rappresentanza dei sindacati confederali. Grande preoccupazione filtra anche dai vertici di Confcommercio, allarmati dal rischio che settori cruciali come la ristorazione e l'alberghiero deraglino verso una competizione distorta. Una deriva alimentata da contratti precari e sottopagati che negano a migliaia di lavoratori stagionali e dipendenti il diritto costituzionale a una retribuzione proporzionata e dignitosa.

Il pacchetto di misure nel decreto

La soluzione tecnica scelta dal governo — il decreto legge — garantirà il passaggio parlamentare, una prerogativa che la premier intende valorizzare politicamente. Oltre alle norme sul lavoro, il provvedimento dovrebbe contenere:

La proroga per ulteriori otto mesi del bonus giovani, con un potenziamento delle agevolazioni per l’occupazione femminile.

Il nuovo piano casa.

Un possibile intervento sulle accise dei carburanti per attutire i rincari.

Mentre i ministeri tecnici, sotto il coordinamento del Mef, verificano le coperture finanziarie, il baricentro politico resta l’annuncio della premier: rafforzare i diritti dei lavoratori attraverso la contrattazione collettiva. Per farlo, il governo ha scelto paradossalmente un tassello del Jobs Act: una norma difficile da contestare per l'opposizione e per gli stessi sindacati, nonostante la storica ostilità verso la riforma renziana.

giovedì 9 ottobre 2025

L'accordo di Pace è vicino - Israele e il popolo di Gaza verso l'accordo.

Buone Notizie da Sharm el Sheik! La Pace è proprio vicina, una bella notizia stamattina. 

Stamattina 09 ottobre 2025, la firma dell'accordo.

Israele e Hamas hanno finalmente trovato un accordo per la prima parte di un cessate il fuoco (cioè per smettere di sparare per un po')!

L'annuncio bomba è arrivato direttamente dal Presidente degli USA, Donald Trump, verso l'una di notte qui in Italia. Ha detto, tutto orgoglioso, che sia Israele sia Hamas hanno firmato questa prima fase del loro piano di pace.  

Tutti gli ostaggi verranno rilasciati molto presto. È la cosa più attesa!

Israele ritirerà le sue truppe da una certa zona, come primo passo verso una pace che speriamo sia forte e duratura. Trump l'ha definita una "giornata storica"! Donald Trump dai social media ha annunciato che Hamas ha accettato la sua proposta di pace.

Saranno liberati tutti gli ostaggi e l’esercito israeliano fermerà i bombardamenti. Un giorno che può segnare la fine di una delle pagine più drammatiche della storia recente.

Donald Trump dai social media ha annunciato che Hamas ha accettato la sua proposta di pace. Saranno liberati tutti gli ostaggi e l’esercito israeliano fermerà i bombardamenti. Un giorno che può segnare la fine di una delle pagine più drammatiche della storia recente.

Ha anche ringraziato tantissimo Qatar, Egitto e Turchia, che hanno fatto da mediatori (cioè hanno aiutato a far parlare le parti) per rendere possibile questo evento pazzesco e mai visto prima.

Ora, la palla passa al governo israeliano che si riunirà in queste ore per dire "sì" in modo ufficiale al piano. Subito dopo, l'esercito israeliano inizierà a ritirarsi.

Si prevede che 72 ore dopo (cioè tre giorni dopo), Hamas inizierà a liberare gli ostaggi ancora vivi.

Nello stesso momento, saranno liberati circa duemila prigionieri palestinesi dalle carceri israeliane, inclusi ben 250 che stavano scontando l'ergastolo!

Attenzione però, perché non tutto è filato liscio:

Sembra che Israele abbia rifiutato di liberare un nome importante, Marwan Barghouti.

Restano ancora un punto interrogativo (quindi non è ancora chiaro) se libereranno anche altri nomi come Abdullah Barghouti, Ahmed Saadat, Hassan Salama e Abbas al-Sayyed.

Insomma, è un grande passo in avanti, anche se ci sono ancora alcuni dettagli da definire!

Dall'altro lato Hamas ha dichiarato che il "movimento" annuncia il raggiungimento di un accordo che determina la fine della guerra a Gaza, il ritiro dell'Idf, l'ingresso di aiuti e lo scambio di prigionieri, dopo negoziati responsabili e seri che il movimento ha condotto insieme alle fazioni. Apprezziamo profondamente gli sforzi dei fratelli mediatori di Qatar, Egitto e Turchia, e apprezziamo anche gli sforzi del presidente degli Stati Uniti Donald Trump per porre fine definitivamente alla guerra e ottenere il completo ritiro dalla Striscia di Gaza.

Alla faccia di chi, in queste settimane/mesi, ha cercato solo di strumentalizzare il dolore e la sofferenza di un popolo. Con Flottille e similari spacciandole per iniziative umanitarie, quando in realtà erano solo strumenti di propaganda e attacchi pretestuosi a un Governo che sta guidando il Paese già massacrato da inflazione e carovita. Diciamolo a voce alta a sinistra non c'è un vero programma, il campo largo è un vero camposanto. 

Landini e la CGIL hanno persino indetto scioperi e manifestazioni politiche il 25 ottobre 2025. 

Oggi il mondo scopre che la pace si costruisce con la serietà, la responsabilità e il coraggio dei veri leader. Donald Trump, con la sua visione che anche in questo ha agito con equilibrio, concretezza e silenziosa determinazione, da statista.

Perché la politica con la “P” maiuscola non urla in piazza: lavora, ogni giorno, per fermare le guerre e salvare vite. Quella del 7 ottobre 2023 resterà per sempre una ferita indelebile: centinaia di innocenti massacrati, famiglie distrutte, dolore inimmaginabile.

L'esercito israeliano (IDF) ha fatto sapere che ha già cominciato a fare i "preparativi" per ritirarsi da Gaza, come previsto dall'accordo. Però, attenzione: le truppe restano comunque schierate e pronte a intervenire per qualsiasi evenienza.

In particolare, è probabile che l'IDF mantenga un bel po' di soldati a Rafah, che è un'area molto delicata al confine con l'Egitto. Una cosa importante per Gaza è l'aiuto umanitario: l'accordo prevede che nella primissima fase possano entrare immediatamente 400 camion di aiuti al giorno!

Per quanto riguarda Hamas, hanno firmato l'impegno a deporre le armi (quindi a non combattere), ma non usciranno dal gioco politico. A garantire che tutto vada bene nel processo politico ci saranno Qatar e Turchia.

La fase successiva del piano di Trump è ambiziosa: vuole creare un organismo internazionale chiamato "Board of Peace" (Consiglio di Pace) per supervisionare l'amministrazione di Gaza dopo la guerra.

Trump stesso sarà a capo di questo Consiglio, che includerà anche altri leader mondiali, come l'ex Primo Ministro britannico Tony Blair.

Appena l'accordo è stato annunciato, il Primo Ministro israeliano Netanyahu ha chiamato subito Donald Trump. La conversazione è stata "fantastica", a detta di Trump, e Netanyahu era "molto contento".

Addirittura, Trump ha accettato l'invito di Netanyahu e ha detto che potrebbe visitare Israele "nei prossimi giorni" e parlare alla Knesset (il Parlamento israeliano). Ha sottolineato che per raggiungere questo accordo si sono impegnati un sacco di Paesi, anche quelli che di solito sono ostili, e questo è un enorme successo!

Anche il Segretario Generale dell'ONU, Antonio Guterres, è molto contento. Ha accolto "con favore" l'accordo e ha fatto i complimenti a USA, Qatar, Egitto e Turchia per la svolta diplomatica.

Il suo messaggio è chiaro: tutti devono rispettare l'accordo fino in fondo. Bisogna liberare tutti gli ostaggi con dignità e, soprattutto, arrivare a un cessate il fuoco permanente. Insomma, "i combattimenti devono cessare una volta per tutte".

Oggi, finalmente, può tornare la speranza.

Questa è la vittoria della pace, della politica vera e dei grandi uomini di Stato.


Giacomo Palumbo (Palermo, 3 novembre 1985), noto anche con lo pseudonimo artistico Jack Cardigan, è un cantautore, compositore, saggista, consulente HR e politico italiano. Il suo profilo professionale si caratterizza per un approccio interdisciplinare che integra competenze artistiche, analisi politica e progettazione educativa.

È laureato in Scienze della Politica con indirizzo in Mass Media e Politica e ha conseguito nel 2026 un Master Internazionale in Didattica Inclusiva e Supporto Educativo, con particolare attenzione all’integrazione delle tecnologie digitali (TIC) e ai bisogni educativi speciali (NEAE). Tale percorso formativo orienta una visione sistemica dei processi comunicativi, educativi e organizzativi, applicata sia in ambito consulenziale sia nella produzione culturale.

In ambito artistico, opera con lo pseudonimo di Jack Cardigan, sviluppando una produzione musicale riconducibile al cantautorato classico e alla scrittura per colonne sonore, in lingua italiana e siciliana. La sua discografia comprende numerosi brani pubblicati negli anni, tra cui UNLOCK, Tutto o niente, Gli anni addosso, In un clic, Occhi nuovi e Un palco acceso. Il singolo “CAMBIA” (2026) rappresenta un momento centrale del suo percorso, sintetizzando una ricerca tematica incentrata sul cambiamento individuale e collettivo.

Sul piano politico, Giacomo Palumbo è attivo nel MoVimento 5 Stelle. Nel settembre 2025 ha avanzato una proposta di linea politica alternativa rispetto alla guida di Giuseppe Conte, sostenendo un posizionamento più autonomo, caratterizzato dal distanziamento dal Partito Democratico e da un dialogo aperto con formazioni di centro, in una prospettiva di rinnovamento strategico del movimento.

Parallelamente, svolge attività di consulenza HR e di elaborazione saggistica, occupandosi di comunicazione, organizzazione e processi di inclusione. Gestisce inoltre il blog personale giacomopalumbo.blogspot.com, utilizzato come canale di approfondimento culturale, politico e sociale.

lunedì 9 ottobre 2023

Il CNEL dice NO al Salario minimo.

Non si tratta ancora della proposta finale, ma anche l'ultimo documento tecnico approvato dal Cnel suona come una netta bocciatura verso qualunque ipotesi di introdurre il salario minimo in Italia. Non solo: nelle 24 pagine chiamate "Inquadramento e analisi del problema", presentate ieri all'assemblea dell'ente dal presidente Renato Brunetta, emerge anche una posizione contraria all'idea di estendere a tutti i lavoratori il trattamento previsto dai contratti collettivi più rappresentativi. Il testo è stato approvato da tutti tranne che dalla Cgil, contraria, e dalla Uil che si è astenuta. Sul tema ieri è tornata anche la ministra del Lavoro, Marina Calderone, che ha ribadito la sua contrarietà al salario minimo legale. Il Cnel, va ricordato, è stato interpellato l'11 agosto da Giorgia Meloni. Incalzata dalla proposta delle opposizioni di fissare il salario minimo per legge a 9 euro l'ora, la premier ha chiesto l'aiuto del Consiglio dell'economia e del lavoro per prendere tempo e far preparare un parere sul tema. Questo arriverà il 12 ottobre, quando sarà sottoposto all'assemblea generale del Cnel, composta da rappresentanti di sindacati e associazioni di imprese, oltre che da esperti nominati dal presidente della Repubblica. Nel frattempo, ieri è stato diffuso un report discusso dalla Commissione per l'informazione, organo del Cnel di cui fanno parte 15 consiglieri e il presidente Brunetta. In teoria è un approfondimento tecnico, in pratica contiene chiare indicazioni sul verdetto. Emerge subito l'orientamento, quando si scrive - per esempio - che il lavoro povero non si affronta con "soluzioni semplicistiche". Punto di riferimento dell'analisi, dice la commissione, sarà la direttiva europea del 2022 che "non impone agli Stati membri alcun obbligo di fissare per legge il salario minimo adeguato" e "neppure di stabilire un meccanismo vincolante per l'efficacia generalizzata dei contratti collettivi". Secondo la commissione oggi non è facile raccogliere dati sulle retribuzioni italiane ed è molto complesso muoversi tra le voci di una busta paga per risalire al trattamento minimo. Per questo la commissione ritiene "in prevalenza corretto e imprescindibile attribuire alle sole parti contrattuali che sottoscrivono un contratto la funzione di determinare le voci che compongono i minimi contrattuali, senza applicare dall'esterno un criterio di lettura univoco e universale che potrebbe falsare le dinamiche contrattuali". Frase che cavalca il principale argomento dei contrari al salario minimo: l'autonomia delle parti sociali. La direttiva Ue individua due indicatori per la fissazione dei salari: il 60% del mediano e il 50% di quello medio. "I dati Istat - dice la commissione Cnel - stimano in 7,1 euro l'ora il 50% del salario medio e in 6,85 euro il 60% del salario mediano", nel 2019. "Il sistema di contrattazione collettiva nazionale di categoria supera più o meno ampiamente queste soglie". Un altro passaggio che appare come una stoccata alla proposta di salario minimo a 9 euro. La commissione ricorda però che alcuni componenti hanno contestato il calcolo, perché ritengono che vada preso come riferimento solo lo stipendio dei lavoratori a tempo indeterminato, generalmente più alto, e non anche quello dei precari. Quanto ai "contratti pirata", la commissione del Cnel tende a sminuire il problema. Ammette che non è facile stabilire criteri di rappresentanza, ma poi si limita a dire quanti contratti nazionali sono firmati da sindacati o associazioni di imprese con rappresentanti nel Cnel stesso. Il 96,5% dei lavoratori è coperto da un contratto di Cgil, Cisl e Uil; il 35% da uno Ugl, considerando anche quei contratti in cui la sigla ha firmato accordi separati dai confederali. Il 3,8% è coperto da contratto Confsal e il 5,4% da Cisal. Fuori dal perimetro dei sindacati presenti nel Cnel resta solo lo 0,4% dei lavoratori coperti da contratti diversi. "Si può desumere - dice il documento - che la contrattazione cosiddetta pirata sia marginale nella larga maggioranza dei settori produttivi per quanto fattore di grave perturbazione del sistema di relazioni industriali e di corretta concorrenza tra le imprese". In pratica, il Cnel dà per scontato che un contratto non è "pirata" se è firmato da un sindacato rappresentato al suo interno. Questo metodo non tiene in considerazione diverse sentenze che hanno disapplicato contratti firmati - per esempio - da Cisal o Ugl, definiti non rappresentativi nei rispettivi settori. È accaduto con quello Ugl Rider e con quello di Cisal Distribuzione, per citare due casi. A dicembre il Consiglio di Stato ha stabilito che sempre la Cisal non è "comparativamente più rappresentativa" nel commercio. In pratica, la commissione suggerisce un'applicazione molto leggera della direttiva Ue che non preveda introduzione del salario minimo o estensione dei contratti più rappresentativi, ma si limiti a "un piano di azione nazionale, nei termini fatti propri della direttiva europea in materia di salari adeguati, a sostegno di un ordinato e armonico sviluppo del sistema della contrattazione collettiva". La tagliola arriva poche righe più sotto: "Il tema da discutere nell'assemblea straordinaria del Cnel del 12 ottobre, a parere della commissione dell'informazione, non è dunque quanta parte della retribuzione debba mantenersi in capo alla contrattazione collettiva, bensì invece come estendere le migliori pratiche di contrattazione alla generalità del lavoro". Con queste premesse, l'esito appare scontato. Il Cnel sta per sbattere la porta in faccia al salario minimo, dando l'assist al governo per respingere la proposta firmata a luglio da Pd, M5S, Azione, Europa Verde, Sinistra Italiana e Più Europa sui 9 euro l'ora come base per i contratti collettivi, ottenendo l'apertura di Cgil e Uil. Il 17 ottobre si tornerà in aula; la maggioranza si farà scudo con il testo prodotto cinque giorni prima dal Cnel. Sul tema è tornata ieri la ministra del Lavoro, Marina Calderone, contraria: "Mentre si ragiona di un salario minimo che le opposizioni fissano a 9 euro l'ora, bisogna capire cosa mettiamo dentro questo contratto, soprattutto se quel numero è rappresentativo della qualità espressa dal contratto collettivo, che per me va valutato nell'insieme delle tutele. Definire diversi modelli di valutazione genera solo confusione. Io, invece, rispetto a un salario minimo, faccio un ragionamento di lavoro dignitoso. L'importante è garantire condizioni dignitose di lavoro".



di Roberto Rotunno – ilfattoquotidiano.it


giovedì 1 aprile 2021

Metti un "MI FIDO" sulla App per sostenermi come attivista cinque stelle.

Tra le novità presentate dall’Associazione Rousseau c’è una nuova funzione che tutti gli attivisti iscritti alla piattaforma on-line potranno utilizzare: il tasto ‘mi fido’.

giovedì 16 luglio 2020

Decreti attuati e fuori anche i Benetton da Autostrade.

Informazione di servizio per chi ha fatto di tutto per opporsi. Questa è una vittoria. Lo Stato rimpiazza chi non ha provveduto a gestire nel miglior modo possibile un bene pubblico. Nel nome di chi ha perso la propria vita per incuria altrui. Lo Stato c'è.

lunedì 11 marzo 2019

Riduzione delle Tariffe INAIL: firmato il decreto

È stato firmato il decreto Interministeriale Lavoro/MEF che prevede, tra l'altro, la riduzione, in media, del 32% delle tariffe INAIL.
La revisione delle tariffe dei premi, in vigore dallo scorso primo gennaio come stabilito dalla Legge di Bilancio 2019, ha riguardato in particolare l'aggiornamento del nomenclatore, il ricalcolo dei tassi medi e il meccanismo di oscillazione del tasso per andamento infortunistico.
Nella nuova formulazione il nomenclatore tariffario, che attribuisce ai vari tipi di attività tassi differenziati in -funzione dello specifico rischio lavorativo, è stato reso più aderente agli attuali fattori di rischio.
Tra le novità, l'inserimento di attività che si sono sviluppate negli ultimi anni. È stata introdotta, per esempio, una nuova voce di tariffa per le attività legate alla produzione di nanomateriali, un settore di produzione che si è sviluppato solo negli ultimi anni e per il quale si prevede una crescita anche nel prossimo futuro. Altre novità rilevanti riguardano l'esplicitazione all'interno del nomenclatore dell'intero ciclo dei rifiuti e la previsione delle attività di consegna merci svolte in ambito urbano con l'ausilio di veicoli a due ruote o assimilabili dai cosiddetti rider.
Le voci tariffarie sono passate da 739 a meno di 595.
Per la determinazione dei tassi medi nazionali – calcolati per ciascun tipo di lavorazione – sono stati presi in considerazione i dati relativi all'andamento infortunistico nel triennio 2013-2015 (quelli precedenti facevano riferimento al triennio 1995-1997) e le retribuzioni soggette a contribuzione di competenza nello stesso periodo. Il risultato è la diminuzione del 32,72% dei tassi medi per le aziende – dal 26,53 per mille del 2000 al 17,85 per mille – mentre il calo complessivo dell'onere finanziario per l'assicurazione che grava ogni anno sulle imprese in generale raggiunge l'importo di circa 1,7 miliardi di euro, superando quindi di circa 500 milioni annui, a regime, la riduzione lineare finora provvisoriamente applicata (L. 147/2013), calcolata su un plafond di risorse di 1.200 milioni di euro l'anno.
I singoli tassi di premio, il cui nuovo valore è stato determinato in relazione alla specifica rischiosità in termini di oneri assicurativi sostenuti per garantire la tutela agli infortunati
della relativa lavorazione, non superano mai quelli previsti dalla Tariffa 2000, mentre in alcuni casi risultano inferiori anche di oltre il 50% rispetto a quest'ultima.
I nuovi tassi, inoltre, anche per le lavorazioni più rischiose sono stati mantenuti entro il 110 per mille, rispetto al 130 per mille della Tariffa 2000.
È stata confermata la riduzione del premio per gli interventi di prevenzione, volti al miglioramento delle condizioni di salute e sicurezza in ambito aziendale; come confermato risulta anche l'impegno per il sostegno dei progetti di investimento e formazione in materia di salute e sicurezza sul lavoro, previsti dal D. Lgs. 81/2008, in linea con le risorse mediamente erogate nell'ultimo quinquennio.
L'aggiornamento delle tariffe dei premi oltre alla "Gestione Industria, Artigianato, Terziario ed Altre Attività", riguarda anche la revisione dei premi speciali unitari Artigiani e della gestione Navigazione.
Oltre alla riduzione del costo del lavoro, infine, la revisione delle Tariffe ha consentito di introdurre significative novità sul fronte delle prestazioni, con un complessivo miglioramento del livello delle tutele economiche previste per gli infortunati ed a malati professionali, quantificabili economicamente in circa 110 milioni di euro annui.

venerdì 23 marzo 2018

Un governo di minoranza è possibile?

Dopo l’esito delle elezioni politiche del 4 marzo, si parla di un possibile governo di minoranza.
Il Movimento cinque stelle è il gruppo più numeroso in Parlamento e la coalizione di centrodestra (Lega Nord, Forza Italia e Fratelli d'Italia) ha la base più larga di parlamentari. 

Guardando questo scenario, è probabile formare un esecutivo di minoranza?
Nelle democrazie parlamentari un governo di minoranza è un esecutivo che non può avere conto su una maggioranza numerica. 
Altresì è nominato un Presidente del Consiglio, spesso il leader del partito/movimento che ha ottenuto più voti, che a sua volta suggerisce la lista dei ministri.

Così per poter svolgere la propria attività di governo, l’esecutivo avrà in ogni caso bisogno di una maggioranza sia nelle commissioni parlamentari che successivamente nelle Aule durante le votazioni. In Francia e nei paesi scandinavi i governi di minoranza sono spesso stati una prassi.
In Italia non ci sarebbero impedimenti dal punto di vista della Costituzione, visto che oltre alla fiducia al momento dell’insediamento non è richiesta poi l’esistenza di una effettiva maggioranza.

Per potere ottenere la fiducia dal Parlamento, le opposizioni si astengono oppure escono dall’Aula al momento del voto. Il problema maggiore comunque riguarda poi quello che sarà la continuazione della legislatura. Essenziale è che le opposizioni non boicottino le sedute.

Oltretutto se non si riceve il risultato delle votazioni del 4 marzo per quello che è stato e cioè una vera e propria ondata di cambiamento non si reggerà la “condanna” dei partiti che in questo periodo hanno solamente fatto elogio del loro operato e mai sono stati vicini realmente ai bisogni dei cittadini.
Non per questo i due terzi dei parlamentari sono nuovi.

Se il Centrodestra non dovesse avere i numeri per formare un governo, ecco dunque che spetterebbe al movimento cinque stelle tentare di dar vita a un esecutivo.
Visto che i 5 Stelle sono aperti al dialogo ma non sono disponibili a fare alleanze di governo, le strade da praticare sono due: la prima è quella di un appoggio esterno da parte di uno o più partiti (esempio Lega Nord), la seconda invece è proprio quella di un governo di minoranza.

Attenzione che il centrodestra non è più a trazione di Silvio Berlusconi ma è a trazione di Matteo Salvini. Attenzione che la Lega Nord è incardinata nella destra di impostazione fascista, xenofoba, e la presenza nelle istituzioni della Lega mette a rischio la posizione dell'Italia in Europa. Questa incompatibilità con l'Europa è un criterio che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha messo in evidenza pubblicamente ed esplicitamente all'attenzione dei partiti/movimenti prima delle elezioni.

mercoledì 18 ottobre 2017

Il "rosatellum bis", che cosa è successo!

La Camera, l'11 Ottobre 2017, dà il via libera alla legge elettorale ribattezzata "Rosatellum bis" (da una proposta del politico Ettore Rosato) con 375 sì e 215 voti contrari. Dopo tre votazioni di fiducia, il testo viene approvato con voto segreto superando la barriera dei franchi tiratori. Il tour de force alla Camera lascia il segno con un carico di polemiche in cui a tenere banco sono state le proteste in piazza del Movimento Cinque Stelle e della sinistra. Con lo strascico della norma definita dai 5 stelle e da Mdp 'salva- Verdini' che consente a chi è residente in Italia di potersi candidare anche nelle circoscrizioni estere.
Il Rosatellum crea ulteriori spaccature nel centrodestra, con Lega e Forza Italia a sostegno della legge ed Fdi posizionato sul fronte del no. Pur senza entrare nei dettagli, il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni guarda con attenzione all'approvazione della legge: "Non e' il tempo dell'irresponsabilità - osserva il premier - al di la' di ogni comprensibile tensione politica dobbiamo mettere al primo posto l'Italia. Per quanto riguarda il governo si farà ogni sforzo per giungere ad una conclusione ordinata della legislatura".
Sulle barricate il Movimento Cinque Stelle ed il suo leader Beppe Grillo, arrivato a Roma proprio per gestire la protesta che da due giorni ha radunato davanti a Montecitorio i militanti 5 stelle. Il 'no' al Rosatellum ha ricompattato il gruppo dirigente che all'unisono si è scagliato contro la legge. Roberto Fico, Alessandro Di Battista e Luigi Di Maio si sono alternati in una sorta di maratona a cui hanno preso parte tutti i parlamentari pentastellati per criticare "una legge - dicono - infame e scandalosa". Una polemica che i deputati M5s hanno portato avanti anche dentro l'aula accusando la maggioranza di aver fatto una norma ad hoc per Verdini: ""E' la ciliegina sulla torta - osserva Danilo Toninelli - di una montagna di letame democratico fatto da questi quattro miserabili".
Cambiano le parole ma anche a sinistra del Pd non mancano le accuse. Parla di "schifezza" Massimo D'Alema. "E lo dimostra che una maggioranza che conta 476 parlamentari su 630 - aggiunge - ha paura del voto segreto, che e' uno strumento parlamentare riservato a pochissime materie, tra cui i diritti fondamentali e politici dei cittadini". Mentre Pier Luigi Bersani lancia un ultimo appello a maggioranza e governo. Il Rosatellum 2.0 e' "un marchingegno sconosciuto nel mondo" - spiega l'esponente di Mdp - che "con il cuore in mano" ha chiesto a chi sostiene la legge di "fermarsi a riflettere". A sostenere il sì alla legge è il partito democratico. Il 'padre' del nuovo modello elettorale, Ettore Rosato, se la prende con chi ha manifestato in piazza: ""E' comodo andare a protestare e dire tutti sono contro di noi. Pensano solo alle loro poltrone non agli interessi del paese". Chi considera invece il Rosatellum il male minore è da sempre Silvio Berlusconi. Il Cavaliere sin da subito ha deciso di sostenere la legge nonostante i mal di pancia interni al suo partito, in particolare tra le file dei deputati meridionali: E' una buona legge perchè scontenta un po' tutti", osserva il capogruppo azzurro Renato Brunetta che ha portato avanti la trattativa per raggiungere l'intesa sulla legge elettorale. Dello stesso avviso la Lega Nord che sin dall'inizio si era resa disponibile a sostenere qualunque modello. 

Da: Euroroma. net

mercoledì 13 settembre 2017

Che cos'è e che cosa fa il Movimento 5 stelle?

Per info generale a chi ancora getta del fango mediatico: Il Movimento 5 Stelle è un’idea buona e nuova, non un volto che deve rendere conto alle lobbies (gruppi di pressione/banche) che lo finanziano. Il candidato premier del Movimento 5 Stelle è stato scelto già parecchio tempo fa e si chiama Programma a 5 stelle. E’ scritto dagli iscritti sul portale Rousseau e non di notte tempo o dopo accordi, inciuci, scambi di favori e promesse di poltrone, vedi presunta poltrona a Crocetta. Nell’universo dei 5 stelle non interessa votare un nome, perché la persona dovrebbe incarnare una leadership, al movimento interessa solo che il nome di quella persona sia quello di una persona onesta, incensurata, che non faccia accordi sottobanco e che abbia come punto di riferimento il Programma 5 stelle ed i cittadini che glielo hanno affidato. Che si scelga Cancelleri o Di Maio o Di Battista nulla della precondizione cambia, questa è la differenza con gli altri partiti, ad personam. Ed a nessuno deve rendere conto se non a chi gli ha affidato il compito di portare avanti le idee. Questo è un meccanismo nuovo che mette davanti un’idea e non più i presunti cavalieri. Oltremodo per questo motivo il mandato viene ridotto a due legislature. Per esempio anche tu che mi leggi che sei una/o qualunque, con il requisito dell'onestà morale ed intellettuale, soprattutto giudiziaria e ti senti di poter rappresentare i cittadini sul Programma 5 stelle, nessuno ti vieta di candidarti a Premier. It’s very easy.

mercoledì 4 gennaio 2017

Travaglio: “Post-verità e bufale? Hanno paura perché la gente è contro il sistema”

Da quando gli elettori hanno cominciato a votare contro il Sistema, cioè come pareva a loro disobbedendo sistematicamente agli ordini di scuderia trasmessi dai sottostanti media tradizionali, il Sistema si è ben guardato dal domandarsi perché la gente gli preferisca qualunque cosa, anche la più rischiosa: un salto nel buio come la Brexit nel Regno Unito, un miliardario a forma di banana come Trump negli Stati Uniti, un movimento fondato da un comico come i 5Stelle in Italia.
Non potendo ammettere di stare sulle palle al cittadino medio per i danni che gli hanno provocato con le loro politiche demenziali, lorsignori si sono inventati una scusa autoconsolatoria: il problema non siamo noi, anzi siamo sempre i migliori; il problema sono gli elettori che, fuorviati e sviati e traviati dal Web, credono alle bufale della Rete e scelgono ciò che è peggio per loro nell’illusione che sia il meglio. Soluzione: controlliamo il Web come già controlliamo (direttamente in Italia, indirettamente in altri Paesi) le tv e i giornali, ripuliamolo dalle bugie e soprattutto dalle verità che non ci piacciono (ribattezzate “post verità” da chi ha fatto le scuole alte), così le pecorelle smarrite ritroveranno il buon pastore e torneranno docili all’ovile.

Ora, che centinaia di milioni di persone votino suggestionate da false credenze, illusioni propagandistiche e autentiche menzogne è un fatto piuttosto noto e antico. Altrimenti Mussolini e Hitler non sarebbero saliti al potere in seguito a regolari elezioni, né avrebbero goduto di tanto consenso per tanto tempo, così come Stalin e altri tiranni. Ma anche molti capi di Stato e di governo democratici. E non solo italiani. L’espressione “post verità” viene usata per spiegare la vittoria di Trump, come se fosse il primo presidente Usa eletto perché racconta balle. E le bugie della Clinton, allora (dalla polmonite ai finanziatori della sua fondazione)? E le post-verità del marito Bill ai tempi della Casa Bianca, non solo su Monica Lewinsky, ma anche sulle “guerre umanitarie” in Jugoslavia&C.? E quelle di Bush jr. & Blair per “esportare la democrazia” a suon di bombe in Afghanistan e in Iraq, in base a prove farlocche sui legami fra i talebani e Bin Laden e sulle armi di distruzione di massa di Saddam?

Veniamo a noi, che di post-verità, ma soprattutto di pre-balle, siamo primatisti mondiali. Per 40 anni, dopo il quinquennio degasperiano, gli italiani votarono un partito di corrotti e di bugiardi come la Dc, per paura che vincessero i noti mentitori del Pci, che spacciavano la tragedia del socialismo reale come il paradiso in terra. Poi, per vent’anni, la maggioranza (sia pure molto relativa) degli italiani stravide per il più grande ballista del dopoguerra, nell’illusione di una rivoluzione liberale che non arrivò mai perché B. aveva priorità più impellenti (non fallire e non finire in galera). Dopodiché caddero in preda ad altri incantesimi: il mito napolitan-montiano dei “tecnici” di larghe intese, scesi dall’Olimpo per salvarci dallo spread. Un disastro.

Vaccinati da vent’anni di berlusconismo, gl’italiani punirono quell’orrido inciucio nel 2013 e Re Giorgio dovette inventarsi una nuova menzogna – la Grande Riforma Costituzionale, panacea di tutti i mali – per ribaltare le urne, riciclare l’ammucchiata destra-sinistra e tagliar fuori gli anti-Sistema (ribattezzati “populisti” da chi ha fatto le scuole alte). Altro fiasco epocale: il governo Letta sbriciolato in nove mesi, il governo Renzi – degno erede della tradizione ballistica berlusconiana – sfanculato al referendum con Grande Riforma incorporata. Ora, siccome tra un anno le elezioni saranno proprio obbligatorie, si tenta di correre ai ripari con altre patacche. Tipo la “disomogeneità” delle leggi elettorali di Camera e Senato. Peccato che l’abbiano voluta Napolitano e Mattarella, avallando e promulgando Italicum per la sola Camera (al Senato restava il Consultellum nella speranza che gli italiani abolissero le elezioni). E questa come si chiama, se non post-verità? Solo che a raccontarla è il presidente della Repubblica che l’altra sera ci ha messi in guardia dalle “falsificazioni del web” e da quell’altro “insidioso nemico della convivenza, su cui tutto il mondo si interroga”: “L’odio come strumento di lotta politica”. Sai che novità: basta rileggere i dibattiti d’aula degli anni 50-60-70 tra Dc e Pci per fare del Parlamento attuale un convento di orsoline.

Quella si chiama dialettica fra maggioranza e opposizione. L’“odio” è una ridicola categoria introdotta in politica da B., sedicente fondatore del Partito dell’Amore, per squalificare i pochi che si opponevano davvero. Oggi il presidente e il Pd la riesumano in condominio col “populismo” per screditare i pochi che si oppongono davvero. E soprattutto imbavagliarli. Infatti Mattarella ha aggiunto: “Tutti, particolarmente chi ha più responsabilità, devono opporsi a questa deriva per preservare e difendere il Web da chi vuole trasformarlo in un ring permanente, dove verità e falsificazione finiscono per confondersi”. E quando mai Mattarella è insorto contro le falsificazioni di tv e giornali? Bugie così gravi da truccare le elezioni. Se tutti i media avessero sconfessato le balle di B. sulla persecuzione giudiziaria, ce lo saremmo levato dai piedi un po’ prima. Se tutti avessero scritto la verità su Expo, Giuseppe Sala non sarebbe sindaco di Milano. E se Renzi e la stampa e le tv al seguito non avessero associato il No referendario all’Apocalisse per l’economia, le banche, gli investimenti, il Pil, lo spread, le esportazioni, l’occupazione e persino per i malati di cancro, diabete e cirrosi, quanti Sì in meno avrebbe incassato? E se non si fosse inventato il cavaliere bianco in groppa a Jp Morgan pronto a salvare Mps, quanti soldi pubblici risparmieremmo oggi che il bluff è scoperto? Forse queste erano meno bugie perché non venivano dal Web, anche se poi ci finivano?

Il 23 novembre il Parlamento europeo ha approvato una demenziale risoluzione che lo impegna a “contrastare la propaganda nei confronti dell’Ue”, delle “istituzioni Ue” e dei “partenariati transatlantici” (e da quando, di grazia, è vietato dire male dell’Ue o della Nato?). E il cosiddetto “garante” dell’Antitrust Giovanni Pitruzzella è partito lancia in resta contro la post-verità, anzi le “fake news” (anche lui ha fatto le scuole alte), “motori del populismo e minacce per le nostre democrazie”ergo“il settore pubblico deve fissare delle regole” e “intervenire rapidamente se l’interesse pubblico è min accia to”. E, di grazia, chi decide ciò che è vero e ciò che è falso, cosa è di interesse pubblico e cosa no? Pitruzzella? I suoi amici Schifani e Cuffaro? I partiti che l’hanno nominato? L’Antitrust dovrebbe combattere le concentrazioni che bloccano la libera concorrenza sul mercato e anche i conflitti d’interessi. Cioè evitare che la Rai sia controllata dai partiti e Mediaset da un partito, diffondendo carrettate di fake news e post-verità per conto terzi. Ma su questo Pitruzzella non dice una parola. In compenso, la presunta Antitrust fa muro col governo e con B. contro Vivendi che minaccia di comprare Mediaset e liberarla dalla politica: il che sarebbe “un rischio per i consumatori”(così ben informati da 20 anni di propaganda berlusconiana).

Il Web, come tutti i media, è avvelenato dai falsi, ciascuno dei quali però ha il suo antidoto: il giornalismo “firmato” da chi si è costruito una fama di credibilità e risulta autorevole. E infatti è l’antidoto, non il veleno, che allarma questi politici senza elettori e questi giornalisti senza lettori. Che, persi i contatti con la realtà e dunque con la gente, si giocano l’ultima carta per non morire. La carta più vecchia e disperata del mondo: la censura. Siccome sempre meno gente si fida dei megafoni che essi controllano proprio perché raccontano un sacco di balle, lorsignori accusano il Web che non controllano di fare ciò che han sempre fatto loro, per poterlo controllare e farcì quel che han sempre fatto altrove: mentire e fottere…

Articolo intero su Il Fatto Quotidiano del 3 Gennaio 2017
Di Marco Travaglio



mercoledì 24 agosto 2016

Altiero Spinelli si è rivoltato nella tomba?

A Ventotene i tre premier d'Europa, Merkel Hollande e Renzi, hanno dato inizio a una nuova fase che dovrebbe proporre una nuova strategia dopo l'uscita della Gran Bretagna dall'Unione Europea.
Se ci fosse la possibilità di agire al posto di Renzi innanzitutto per quanto riguarda l'inizio e il ri-inizio della ripresa d'Europa dopo l'uscita dell'Inghilterra dall'Unione Europea si dovrebbe introdurre il reddito di cittadinanza, che in Europa è concesso da tutti gli altri stati tranne che in Italia e in Grecia.
In secondo luogo si dovrebbe intervenire con proposte keynesiane intervenendo sulla domanda e non specificatamente e soprattutto sull'offerta.
Tutelerei  chi è stato penalizzato da una crisi iniziata all’improvviso e strutturata da una crisi finanziaria.
Secondo quanto affermato da Renzi l'Unione europea non è finita con la Brexit poiché per quanto gli riguarda a Ventotene stanno riscrivendo il futuro.
I tre ricordano il fatto che l'Europa è venuta da momenti bui ed è diventato una realtà cercare di rendere più sicuri i cittadini e vivere secondo i principi europeistici. 
Quanta ipocrisia istituzionale.
In particolar modo la Germania ha cambiato la propria posizione riguardo i migranti. Per tanti anni la Germania si è rifiutata di accogliere quegli uomini e donne e l'idea di integrare quei popoli. Oggi a Ventotene davanti la tomba di Altiero Spinelli si parla di cooperazione europea, tema centrale nella discussione della Commissione.
Bisognerà dare la sovranità ai cittadini dopo gli eventi di grande crisi perchè bisognava pur farlo. Secondo quanto riferito dalle agenzie di stampa le questioni discusse a Ventotene dai tre leader sono decisamente di attualità e all'apice c’è il tema degli scafisti, delle frontiere europee, i rapporti con Erdogan il nuovo dittatore turco, e soprattutto tanta comunicazione che fa pensare a questioni di rilevanza direi massmediologico che di carattere meramente esecutiva.

sabato 13 agosto 2016

Zagrebelsky sul referendum costituzionale: "Il mio No per evitare una democrazia svuotata"

Per l'ex presidente della Consulta la riforma del Senato sommata all'Italicum "realizza il sogno di ogni oligarchia: umiliare la politica a favore delle tecnocrazie"


PROFESSOR Zagrebelsky, dunque più che a un referendum saremmo davanti a un golpe, come sostiene il fronte del "no" alla riforma che lei guida insieme a altri dieci ex presidenti della Consulta, e a molti costituzionalisti? Non lo avete mai sostenuto nemmeno davanti agli abusi di potere di Berlusconi e alle sue leggi ad personam: cos'è successo?
"Nel "fronte del no" convergono preoccupazioni diverse, come è naturale. Vorrei però che si lasciassero da parte le parole a effetto. L'atmosfera è già troppo surriscaldata. Contesto la parola golpe, non l'allarme. Come si fa a non vedere che il potere va concentrandosi e allontanandosi dai cittadini comuni? Non basta per preoccuparsi?".

Sono qui per sentire lei, e aiutare i lettori a capire. Dove vede questo disegno di esproprio del potere?
"Non penso a una "Spectre", per intenderci. Vedo un progressivo svuotamento della democrazia a vantaggio di ristrette oligarchie. Per ora le forme della democrazia reggono, ma si svuotano. Si parla di post-democrazia e, se subentra l'autoritarismo, di "democratura". Ripeto: non c'è da preoccuparsi?".

Tutto questo per il referendum sulla riforma del Senato?
"Il Senato è un dettaglio, o un'esca. Meglio se lo avessero abolito del tutto. È all'insieme che bisogna guardare. Rispetto ai mali che tutti denunciamo (rappresentanti che non rappresentano, partiti asfittici e verticistici e, dall'altro lato, cittadini esclusi e impotenti) che significa la riforma costituzionale unita a quella elettorale? A me pare di vedere il sogno di ogni oligarchia: l'umiliazione della politica a favore di un misto di interessi che trovano i loro equilibri non nei Parlamenti, ma nelle tecnocrazie burocratiche. La conseguenza è che viviamo in un continuo presente. Il motto è "non ci sono alternative", e così il pensiero è messo fuori gioco".

Lei ha avuto responsabilità istituzionali, è stato presidente della Consulta: non ha mai sollevato questo allarme coi vertici dello Stato?
"Con "i vertici" ho poche occasioni d'incontro. Ma ne ricordo uno, al Quirinale col presidente Napolitano. Gli parlai dell'alternativa che si prospetta sempre, quando le condizioni sociali si fanno strette e il malessere aumenta, tra chiusure autoritarie e aperture democratiche: o la ricerca di nuove strade o l'insistenza su quelle vecchie che pesano sui gruppi sociali più deboli".

Ad esempio?
"Pensi al modo abituale di tirare avanti esponendosi ai creditori. Il debitore finisce per cadere totalmente nelle loro mani. Nel diritto antico potevi finire schiavo. Oggi puoi essere spogliato. Si canta vittoria quando la finanza internazionale rifinanzia il debito pubblico e non si vede il nodo del cappio che si stringe. Eppure c'è l'esempio della Grecia che parla chiaro. Lo stato sociale è allo stremo e si sono chiesti in garanzia spiagge, isole e porti, se non anche il Partenone".

Io sono più preoccupato per questi problemi che per la riforma del Senato: il welfare state, quella che abbiamo chiamato l'economia sociale di mercato, la democrazia del lavoro fanno parte della civiltà europea, non le pare?
"Anche per me questa è la vera posta in gioco. Guardi però che tutto nel nostro discorso si tiene, dal welfare al referendum. Sennò non si capirebbe, di fronte all'enormità dei problemi che abbiamo, tanto accanimento nei confronti del povero Senato. Il "sì" spianerebbe una strada; il "no" farebbe resistenza".

Insomma, dalla crisi si può uscire con meno o più democrazia?
"Sì. La prima strada porta alla rottura dei vincoli sociali, diciamo pure alla distruzione della società, condannando i più deboli all'impotenza e all'irrilevanza. La seconda passa per un grande discorso democratico, franco, sincero, che non nasconda le difficoltà e chiami tutti a uno sforzo di responsabilità, ciascuno secondo le proprie possibilità, mobilitando le energie civili del Paese e recuperando sovranità".

Anche lei pensa che l'Europa sia un nemico, come dicono ogni giorno gli opposti populismi?
"Per nulla. Ma l'Europa è una scelta, non un guinzaglio. L'articolo 11 della Costituzione prevede la possibilità che l'Italia limiti la sua sovranità a favore di organismi internazionali, ma a condizione che ciò serva alla pace e alla giustizia tra le Nazioni. Che cosa vuol dire? Che non è un'abdicazione incondizionata alla finanza, entità immateriale con conseguenze molto concrete, ma una partecipazione consapevole e paritaria a istituzioni democratiche sovranazionali. L'Europa dovrebbe significare più, non meno democrazia".

Sta dicendo che l'Europa è un destino democratico da scegliere ogni giorno, non un vincolo di cui si smarrisce la legittimità?
"È l'opposto della semplificazione brutale dei nazionalisti. Anzi, un recupero dello spirito di Ventotene, un "plebiscito d'ogni giorno" dei popoli, non dei mercati. Invece si è pensato che unendo i mercati la politica avrebbe seguito. Ma gli interessi economici spesso sono ostili alla politica, e la riducono a intendenza. Speriamo che non sia troppo tardi".

Ma secondo lei la politica accetta consapevolmente questa diminuzione di ruolo e di peso, o decide il rapporto di forza?
"C'è un pensiero unico in campo, tra l'altro responsabile della crisi. Perfino un riformista come Keynes è considerato un eretico. La politica, dicevo, si è ridotta a una dimensione puramente esecutiva, con interventi tampone, incapace di un pensiero autonomo e prospettico. L'implosione è sempre in agguato".

Professore, non è troppo pessimista?
"Non parlerei di pessimismo, ma di prudenza, una virtù che nel governo delle società non è mai troppa. A parte tutto, la riforma è scritta malissimo, illeggibile, talora incomprensibile".

Sta facendo un problema di forma?
"Di sostanza, prego, perché una costituzione democratica ha innanzitutto l'obbligo della chiarezza. Il linguaggio dei riformatori rivela due difetti: semplificazione e radicalità, brutalità e ingenuità".

Si può essere brutali e ingenui al tempo stesso?
"Certo. Prenda lo slogan: la sera delle elezioni si saprà chi ha vinto. Non le sembra che riveli una mentalità al tempo stesso sbrigativa e ingenua? In quel giorno ci saranno vincitori e vinti e vae victis! ".

Ma lo slogan non indica anche un rimedio alla palude, all'eterna tentazione del consociativismo?
"A patto di non considerare la vittoria come un'unzione sacra che permette di insultare chi non è d'accordo: sindacati, professori, magistrati, pubblici amministratori, con l'idea che siano avversari da spegnere. Un governante saggio non dovrebbe crearsi il nemico perché, appena le cose incominceranno ad andare male, sarà chiamato a pagare un conto salato".

Ma nel Paese dell'eterno democristiano, non è meglio un legame diretto tra il voto e il governo?
"Perché "diretto" sarebbe "non democristiano"? A me pare che proprio l'idea del vincitore e dello sconfitto alimenti una vocazione tipica da noi: il timore d'essere lasciati nel campo della sconfitta. Così, c'è stata e c'è una vocazione potente a salire sul carro del vincitore. E questa non è forse la forma peggiore del consociativismo, addirittura preventiva?".

Lei teme l'abuso del vincitore?
"Si è parlato della Costituzione vigente come il frutto ormai superato della "paura del tiranno". Il tiranno, nel senso del fascismo, oggi non c'è più. Ma il vento che tira in Europa e nel mondo non ci rende avvertiti di altri, nuovi pericoli? Tanto più che le istituzioni che saranno sottoposte a referendum varranno per il futuro e non sappiamo chi potrà avvalersene".

Ma ci sono costituzionalisti, come il professor Cassese, che non vedono nella riforma un rafforzamento dell'esecutivo: è così?
"Nessuno può essere certo delle sue previsioni, ma il gioco combinato della "velocità" nella politica e dell'elezione come investitura trasformerà chi vince in arbitro indiscusso del sistema. Già ora il Capo del governo è anche Capo del suo partito, e la minoranza interna è schiacciata sotto il ricatto permanente del voto anticipato".

Anche De Mita per un breve periodo fu segretario della Dc e capo del governo: perché nessuno lo paragonò a un tiranno?
"Semplice: perché c'erano i partiti e una legge elettorale proporzionale con le preferenze. Oggi i partiti sono dei monoliti, col solo compito di sostenere il Capo. E, di nuovo, tutto si tiene: con la legge elettorale vigente in Parlamento siederanno i fedelissimi".

Lei ritiene Renzi capace di tutto questo?
"Non voglio personalizzare. Tra l'altro oggi c'è Renzi, domani può venire chiunque. I governi passano, le istituzioni restano".

Ma la società non vuole un superamento del bicameralismo perfetto?
"Lo voglio anch'io, ma non in questo modo. Ridurre procedure e costi è positivo. Ma tutto ciò non va cavalcato in termini antiparlamentari, perché saremmo all'antipolitica. Di un parlamento vitale si ha sempre bisogno. Anzi avremmo bisogno che rappresentasse il meglio del Paese, come si diceva una volta: ridotto nel numero e più competente".

Le ricordano sempre che Ingrao si schierò a favore di una sola Camera: cosa risponde?
"L'idea di Ingrao era la "centralità del Parlamento". Voleva una Camera sola per promuovere la politica in Parlamento, non per umiliarli entrambi".

E' questa la vera ragione del suo "no"?
"E' fondamentalmente questa, unita a ragioni specifiche. Il Senato è ridotto, ma non abolito. Il bicameralismo rimane per una serie di materie che possono innescare seri conflitti. È previsto che siano risolti dalla trattativa tra i due presidenti. Ma è lecito patteggiare sul rispetto delle regole? Le incongruenze tecniche sono molte. Non invidio chi dovrà scrivere la nuova legge elettorale del Senato. Non si capisce da chi saranno scelti i nuovi senatori: se sono "designati" dagli elettori non possono essere "eletti" dai Consigli regionali. Sa cosa le dico? Non mi dispiace non insegnare più il diritto costituzionale il prossimo anno, perché non saprei come spiegare ai miei studenti non una materia, ma un guazzabuglio".

Più facile spiegare la fiducia al governo da parte di una sola Camera, non crede?
"Questo è giusto, e utile. Non sono affatto contrario a un governo che governi. Ma dentro un sistema che respiri democraticamente a pieni polmoni".

Dal governo non può venire niente di buono?
"Perché? Sono buone le unioni civili, l'autonomia dai vescovi, la prudenza sulla Libia, il rifiuto della politica del "a casa nostra" verso i migranti. Vede che non ho pregiudizi? Ma non mi piace che una discussione sulla Costituzione si trasformi in un plebiscito sul governo. La Costituzione non è a favore né contro qualcuno, non si vince in questa materia e non si perde. Nessuno si gioca tutto sulla Carta, tutti ci giochiamo qualcosa e forse molto".

Professore, non l'ho mai sentita richiamare i grillini, come fa con il Pd, ad una responsabilità comune sul destino del sistema: come mai?
"Potrei dirle che l'antipolitica è figlia della cattiva politica. Ma è giunta l'ora che i Cinque Stelle si emancipino dalle idee elitistiche e accettino la logica parlamentare. La vera arte politica sta nel creare le condizioni dello stare insieme. Il che non vuol dire rinunciare alle proprie ragioni, ma cercare di diffonderle oltre i propri confini. Dire questo non significa nostalgia del vecchio ordine, ma desiderio di buona politica".

A proposito di vecchio, cosa risponde a chi usa questo termine come un insulto contro di voi?
"Anche noi siamo stati giovani, senza averne merito, e anche loro diventeranno vecchi, senza colpe per questo. Ma, non era la destra che polemizzava coi vecchi?".

Sì, ricorda gli attacchi a Spadolini, Rita Levi Montalcini sbeffeggiata in Senato: dunque?
"C'è traccia di futurismo nella rottamazione. I giovani hanno sempre ragione, i vecchi devono tacere. Sono battute, dice qualcuno. Ma vede: così si smarrisce il sentimento del passaggio generazionale, la trasmissione dell'esperienza. Si vuole rompere la tradizione in nome di un presunto Anno Zero. Certo, l'eccesso di tradizione spegne. Ma tagliare ogni radice per il peso della memoria espone al vento. Vivi nell'oggi e improvvisa".


Fonte 

sabato 30 gennaio 2016

Che c'è da sapere sul voto al ddl Cirinnà?

Ennesima melina del Governo e della sua maggioranza sgangherata. Il ddl verrà snaturato e le colpe della presumibile bocciatura affibbiate al M5S.


Ricordate? C'era la campagna elettorale e Renzi prometteva di rendere un fatto le unioni civili in 100 giorni. Del resto, il provvedimento già esisteva. Il Governo Renzi si insedia il 22 febbraio 2014, ma il ddl Cirinnà su unioni civili e stepchild adoption era stato presentato un anno prima, il 25 marzo 2013, quando Presidente del Consiglio era ancora Letta. Ed eccoci qua, dopo 700 giorni, quasi due anni dopo dall'insediamento di Renzi, mille da quando il provvedimento è stato presentato, e ancora stamani l'ennesimo rinvio. Che potrebbe non essere necessariamente la parte peggiore della notizia per i molti che attendono sulle unioni civili una legge degna di un Paese laico e libero. Già, perché il rischio che tutto si concluda con un nulla di fatto cresce di ora in ora.
Unioni civili, la legge che il Governo non ha mai voluto

Che l'alleato di Governo, l'NDC, avesse le idee chiare sul NO, era già stato sbandierato. Alfano in persona si è erto a protettore dello sdegno cattolico senza mezzi termini. Era stato poi il sito gay.it a far emergere il fatto che non meno di venti senatori della maggioranza PD avrebbero votato NO al provvedimento. Tutte le forze di opposizione si sono smarcate ad eccezione del M5S, il quale sul ddl per le unioni civili non ha presentato neppure un emendamento. Ma qui sta uno dei grattacapi di Renzi: al Movimento 5 Stelle il ddl sta bene com'è, senza modifiche, esattamente come hanno chiesto quasi cento piazze lo scorso 23 gennaio.

Nell'ennesima melina in scena oggi, dopo che anche la ministra Boschi si è schierata per il NO, tutte le incongruenze di una maggioranza, quella del PD, per cui i dilemmi sono due: rischiamo di vedere bocciata la nostra proposta emendando i passaggi sulle adozioni del figliastro; o sosteniamo (paradossale scriverlo) il M5S e approviamo la nostra legge sulle unioni civili com'è e ci attiriamo le ire del mondo cattolico?

Sta di fatto che le ultime parole di Renzi sull'argomento sono state "temo un dietrofront del M5S". A dire che, se dietrofront ci sarà, avrà la casacca del PD e l'inevitabile smarcamento del M5S porterà a una bocciatura della legge. Salvati i voti cattolici tanto cari al PD, Renzi potrà dire a televisioni unite che la colpa della bocciatura del ddl sulle unioni civili è del M5S. Sperando che qualcuno di sinistra ci caschi e rafforzi la schiera cattolica che si ritrova a proprio agio nel PD.

mercoledì 22 luglio 2015

"Out in the streets we call them terrorists"

Oggi vi riporto una foto che ho scattato in una piccola stradina di via Polese al centro di Bologna, in una strada secondaria per cui era facile mettersi lì a scarabocchiare i muri. 
La frase che in questo Murales viene riportato è: "Out in the streets we call them terrorists" è una sorta di lo slogan dell'artista di strada, Si firma con il "nome": Red.

Sinceramente l'artista ha dimostrato una certa bravura nel riportare perfettamente i volti dei quattro leader politici di fama internazionale, da sinistra verso destra nella foto: Barack Obama, Francois Hollande, Angela Merkel e Vladimir Putin.

Che cosa mai avrebbe spinto "Red" ad andare oltre l'arte di pitturare qualcosa?
Forse c'è stata una certa forza mediatica con al centro il tema caldo della Grecia e il governo Tsipras che spinge qualcuno a dimostrare che l'Europa non è così tanto unita?
E che forse neanche l'asse occidentale dell'America con quella Russa ha la meglio?
E poi i colori, perché ha spinto "Red" a interpretarli in quella maniera?
Il bavaglio racchiude in sè un forte simbolismo, soprattutto quegli sguardi noti.
E' una provocazione o dietro c'è qualcos'altro?

Io mi sono fermato pensandoci un poco! Ho scattato una foto perché ho trovato interessante i soggetti e il modo in cui è stato interpretato più che altro al livello artistico, e sottolineo e non giustifico il fatto che l'artista abbia commesso un reato. Anzi.
Oltre a questo, se pur in un momento difficile, riesco a capire la capacità dell'artista di interpretare una certa forma di politica. Ma non la condivido.

Ahimè è così tanto difficile disegnare questo quadro direi mondiale, parlo della politica Europea ed internazionale, che forse "Red" è riuscito a mala pena a sfiorare lo schema.

sabato 30 maggio 2015

La lista degli impresentabili servirà a qualcosa?

La lista dei candidati impresentabili, stilata dall'Antimafia, non ha niente a che vedere con gli affari della Giustizia. Qui c'è in atto un'interpretazione distorta e una presa di posizione dei partiti a dir poco "interessante" e da riconsiderare visto il "pasticcio" dei candidati alle regionali della Campania e Puglia. Renzi rischia di vedere eletto uno dei "suoi" in Campania cioè De Luca Vincenzo al quale pende un giudizio per il reato di concussione continuata, che risale al '98 e altri delitti quali abuso di ufficio, truffa aggravata, associazione per delinquere.
A parte questo "piccolo" errore, al centro del dibattito c'è il presidente della commissione Antimafia Rosy Bindi. La Bindi, come giusto che sia, espone il suo punto di vista dicendo che si applica solamente la legge Severino votata dagli stessi partiti.
La quale afferma: "Che cosa vogliono da me? E che c'entro io con la battaglia tra la minoranza interna del PD e Renzi? Queste sono tutte domande la cui risposta dovrà rispondere lo stesso partito "democratico". Tanto è vero che la sfida vedrà tanti cambi di passo e colpi di scena.
Chi ne ha subìto di più le conseguenze è il centro destra che arriva spaccato sia per quanto riguarda il caso Fitto, in Puglia, che ha lasciato Forza Italia, e spinta anche dal nuovo outsider "piglia tutto" Matteo Salvini. Il quale ha dimostrato coraggio, con varie presentazioni Tv e con ancora stampato sulle felpe il logo leghista: "Lega Nord" davanti a milioni di telespettatori. Lo stesso Salvini dovrebbe farsi voce anche di alcune liste create "per il sud".
Mentre il M5S sta in guardia, non demorde, e risulta fuori da ogni accusa di impresentabilità stilata dalla commissione Antimafia. La novità è che Grillo torna nella piazza di Genova con la stessa grinta dopo sette mesi di assenza con la candidata pentastellata Alice Salvatore, giovane ricercatrice universitaria la quale grida ad alta voce: "gli stiamo facendo una paura pazzesca".
Forse la paura ce l'hanno già avuta quelli che pochi giorni fa, al Nazareno hanno siglato un disegno di legge che "vorrebbe" escludere il movimento 5 stelle dalle scene politiche, perchè non ritenuta un soggetto politico. Vorrei sapere chi pensa che non lo sia?
Infine la questione di oggi vuole smuovere le coscienze, la questione morale sociale. E penso: ci sarà mai in Italia un'elezione politica regionale e/o nazionale dove i candidati vengono scelti dal popolo? Con la possibilità magari che gli stessi candidati non abbiano la fedina penale sporca?

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