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venerdì 21 ottobre 2011

Approfondimenti sul concetto di leadership e di coaching nella pubblica amministrazione

Con il termine leadership s’intende qualcosa di semplice, o apparentemente semplice, ovvero una relazione reciproca fra chi “guida” (il leader) e chi è guidato (il gruppo). Ma tale semplicità apparente ha generato non poche dispute in merito questa relazione si concreti.

Gli studi classici sulla leadership si concentravano innanzitutto sulla personalità dei grandi personaggi che venivano dipinti come figure in grado di soggiogare discepoli e seguaci. I modelli di questi personaggi e la descrizione delle loro qualità, trovano fa loro descrizione politico letteraria in opere come Il Principe (1513) di Niccolò Machiavelli e Gli eroi ed il culto degli eroi (1841) di Thomas Carlyle, dove coniuga la figura eroica in diverse situazioni che oggi definiremo di leadership: l’eroe come divinità (Odino), l’eroe come profeta (Maometto), l’eroe come poeta (Dante e Shakespeare), l’eroe come sacerdote (Lutero e Knox), l’eroe come scrittore (Johnson, Rousseau, Burns), l’eroe come sovrano (Cromwell, Napoleone, il moderno spirito rivoluzionario). Queste figure rientrerebbero in quel ideal-tipo definito da Max Weber leader carismatico.
La tipologia weberiana del potere metteva in luce in particolar modo l’effetto del carismatico in rapporto con le altre forme di potere quello tradizionale e quello razionale burocratico.
L’idea di un leader carismatico dominava ancora la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento: l’interpretazione psicologica di Le Bon, (1895) Tarde (1898) e Freud (1921) proponeva sostanzialmente una società “stordita” e apatica in attesa della voce di un leader in grado di gestire il suo destino. La differenza fra questi autori e i precedenti consiste che in costoro non vi è nessuna visione “eroica” e neppure positiva del leader. I capi appaiono come figure irrazionali e teatrali, folli e anche un po’ demoniaci. E’ evidente che su questi autori pesava il clima dell’epoca che avrebbe condotto l’Europa verso le grandi dittature.
Gli studi successivi, pur lasciando irrisolto il dibattito fra gli adoratori degli eroi e i demonizzatori, porranno l’attenzione più sulle dinamiche e sulle strutture che non sulla personalità. Cecil Gibb (1951) in proposito metteva l’accento sulla funzione interattiva della
personalità e la situazione sociale. In effetti studi successivi hanno dimostrato che i leader,
spesso, lungi da essere persone particolari, sono le persone più vicine alla media, ed è proprio la loro mediocrità ad attirare consensi. Gli studi successivi, in particolar modo
Fielder (1967), mettono in rilievo la correlazione tra contesto e leadership. Questi studi hanno conseguenze pragmatiche per il problema, infatti da un analisi del contesto è possibile favorire, con un adeguata educazione, leadership più democratiche.
Possiamo quindi dire che il concetto di leadership ha avuto un evoluzione che lo ha portato ad un’oscillazione fra i due doppi antipodi: quella più “eroica” a quella più demoniaca; a quella più centrata sul leader a quelle più sulla situazione.

Il coaching come strumento per creare Leadership
E’ opportuno pertanto concentrarsi su di una visione più pragmatica e vedere la leadership come si sviluppa in determinati contesti e quali caratteristiche siano necessarie al leader e a i componenti del gruppo che interagiscono con il leader. E’ in questo meccanismo d’interazione, che inseriamo la dimensione del coaching come strumento per creare leadership, efficaci, autoriflessive e democratiche.
Per prima cosa ci chiediamo in che tipo di leader ha bisogno la Pubblica Amministrazione?
(d’ora in poi PA) E , di conseguenza, che strategie educative e formative (coaching) si possono adottare per realizzarlo?
La PA rientra in un tipo di potere che Weber definisce “razionale”, per uffici.
Tale tipo di potere, o meglio tale tipo di organizzazione del potere, dovrebbe, proprio per definizione, escludere ogni forma di leadership carismatica. Competenze, obiettività, uffici sono le parole d’ordine dell’organizzazione burocratica. In tale dimensione il leader è un “tecnico” di procedure, sistemate le procedure tutto dovrebbe funzionare. Autori come Merton, (1949) Mannheim, (1952), Selznick, (1969) ci dicono però che ciò non è così scontato. La dimensione umana, sociale, rende più complessa la situazione. Altri autori poi, come Goffman, ci mettono maggiormente in guardia circa tutto l’aspetto “informale” che si attua in ogni organizzazione, e l’aspetto “strategico” in atto in ogni contesto d’interazione.
Pertanto, la leadership che si concreta in un “ufficio” è estremamente complessa: essa, infatti, incorre in una serie di “resistenze” al cambiamento e all’efficienza, molto sotterranee e, conseguentemente, difficili da individuare e superare.
Risulta necessaria,quindi, alla luce di ciò che è stato appena detto, una visione del leader più flessibile e operativa. Spunti utili di una nuova visione, si possono trovare nel pensiero di tre autori: Schon (1983), Weick, (1997), Schein (1987, 1990).
Iniziamo dall’ultimo: Edgar H. Shein docente del M.I.T., consulente d’impresa e autore di numerosi saggi quali Lezioni di consulenza, e La consulenza del processo.
Shein analizza quali sono le modalità in cui si può operare una consulenza; modalità e problemi che anche un capo può trovare nel suo lavoro. Vediamo di cosa si tratta: Shein prende in esame tre modalità d’intervento ed interazione del consulente.
Il modello dell’acquisizione di informazioni o competenze, il modello medico-paziente, la consulenza di processo.
Nella prima, la consulenza si traduce nel dare una risposta al cliente che chiede “ho questo
problema! Toglimi di mezzo questo problema”. La risposta è di carattere tecnico e informativo. Tale interazione presuppone che il cliente abbia effettuato in modo corretto la
diagnosi, ovvero che il problema indicato sia il vero problema. Inoltre, presuppone che il cliente abbia correttamente comunicato il problema.
Modello medico-paziente. In questo caso il cliente non sa cosa c’è che non va e chiede al consulente anche la diagnosi della situazione.
La consulenza di processo. Il cliente può partire da una situazione analoga alle precedenti, ma il consulente cambia il modo d’interagire. La differenza consiste proprio nel differente modo di relazionarsi con il cliente. Il criterio fondamentale che governa l’attività del consulente deriva dalla teoria dell’intervento, non dalla teoria della diagnosi. “La consulenza di processo è costituita da un insieme di attività, fornite dal consulente, che hanno Io scopo di aiutare il cliente a percepire, capire e agire sugli eventi che si verificano nel suo ambiente”. (Shein, -1987- p. 32)
Il consulente agisce pertanto sul cliente e sulla situazione percepita e vissuta dal cliente.
Il punto che a noi interessa è in quali circostanze il “capo” deve comportarsi da esperto, da “dottore”, o da consulente di processo? Il capo incontra gli stessi problema del consulente, diagnosi inesatte e situazioni mal comunicate. Ma il capo, specie netta P.A., ha un problema in più. Certamente In molte situazioni ha il potere di imporre la sua diagnosi e la sua soluzione, ma non è detto che ciò che venga imposto dall’alto venga compreso o accettato. Nella P.A. la possibilità di vanificare le direttive sono piuttosto alte.
Quindi è opportuno che un capo sappia scegliere quale dei tre atteggiamenti adottare secondo le situazioni, tenendo presente che la consulenza di processo dà comunque una massima flessibilità d’intervento.
Certamente non è possibile analizzare in dettaglio la metodologia esposta dall’autore, è opportuno però fissare alcuni punti che possono essere utili all’interno di un discorso evolutivo sulla leadership.
La consulenza di processo si basa più sul “come” piuttosto che al cosa viene fatto.
Accento viene più posto sui processi comunicativi e interpersonali piuttosto che sulle procedure formali.
La metodologia di lavoro proposto da Shein viene riassunta dall’acronimo ORGI dove
O sta per osservazione della situazione.
R sta per reazione (emotiva) alla situazione.
G per giudizio (cognizione, valutazione, analisi) delta situazione.
I per intervento.

L’analisi di questo ciclo porta ad una continua riesamina di se stessi, le proprie emozioni, le proprie credenze e pregiudizi e le proprie capacità di cognizione. E’ una continua analisi della situazione e un’attenzione mirata alle esigenze degli altri.
Applicando questa modalità di consulenza alla leadership emerge una visione della stessa non direttiva (per usare un’espressione di Rogers), ma riflessiva e comunicativa.
Un’altra funzione che un leader può dare in un contesto organizzativo è quello detto di sensemaker. Il termine è usato da K. Weik e letteralmente vuol dire costruzione di significato. Il sensemaking studia come gli agenti costruiscono il individualmente e collettivamente il significato, perché lo fanno e con quali risultati. Questo tema prende corpo a partire da una teoria costruttivistica che considera la realtà un continuum che va mappato e articolato in categorie discrete per renderla significativa, ordinata e ripetibile. In questa visione il leader è colui che riesce a render significative le procedure burocratiche, a dotare di senso il lavoro e la procedura. In questa dimensione di ricerca di significati la parte etica-relazionale risulta fondamentale. Un etica della relazione e della comunicazione risultano fondamentali per creare significato e il creare significato risulta fondamentale come prevenzione della frustrazione e della disfunzione.
Donald A. Shon, nel suo Il Professionista riflessivo, elabora una nuova visione epistemologica nell’ambito delle pratiche professionali, intrappolate a suo dire in una razionalità tecnica che di fatto ignora molti elementi centrali delle pratiche professionali, perché le considera non tecniche. Shon pertanto analizza il professionista nel corso dell’azione, facendo risultare l’azione professionale molto simile all’azione sportiva: il continuo auto-correggersi che implica processi creativi, intuitivi, soprattutto in situazioni d’incertezza crea la dimensione riflessive della pratica professionale. L’autore analizza tale dimensione in diverse procedure professionali analizzandoli in criteri di super-visione.
In quest’ottica il leader è colui che ha maggior consapevolezza ed intuito della complessità nella quale va ad operare. Il leader propriamente qui diventa un super-visore, colui che è in grado di dare feed-back appropriati ai propri dipendenti. E’ colui che ha intuito e sa gestire le situazioni d’incertezza tecnica. Applicando tale approccio metodologico alla P.A., il leader è colui che è in grado di dare oltre che una super visione procedurale per “uffici” ai suoi dipendenti ed è anche in grado di gestire tutte quelle situazioni che la “razionalità” burocratica, per principio, non prevede.
Il leader come “consulente”, come creatore di senso, come super visore ci portano ad una visione di leadership molto diversa da come era stata dipinta all’inizio.
Dovendo ri-descriverla in senso rogersiano, possiamo dire che si tratta di uno spostamento da una visione del controllo e della direttività ad una legata autonomia e atta crescita del gruppo, basata sulla comunicazione e sulla capacità di analizzare situazioni e feed-back, piuttosto che sull’imposizione.
E’ in tale cambiamento di rotta verso un leader definibile, in qualche modo, etico-pedagogico che possiamo inserire il concetto di coaching.
Abbiamo già incontrato con Shon la dimensione sportiva dell’operare professionale; nel coaching, tale dimensione si concreta in maniera esplicita. Il termine propriamente significa allenare per aumentare la propria performance.
Ma cosa è esattamente il coaching? Primariamente è un’ azione formativa individuale di addestramento, training che un organizzazione rivolge ad un suo dipendente di alto profilo o manager di alto e medio profilo, dirigente. Gli approcci e le metodologie impiegate sono molteplici e provengono da varie discipline. Nella sua accezione originale il termine ha più valenza di training (addestramento) che di Bildung (formazione, crescita personale).
Oltre al termine è da chiarire il ruolo degli attori in un processo di coaching. Vi è infatti chi definisce coach il capo e counselor il consulente esterno, definendo il processo “coaching e counseling individuale”. In realtà non è possibile in letteratura operare una netta distinzione fra l’attività di coaching e quella di counselor . Per comodità possiamo definire l’azione del secondo come un supporto sull’individuo ed il rapporto con il suo contesto lavorativo in cui opera lavorativo; il primo invece è un intervento d’apprendimento, di training nel contesto organizzativo e professionale dove l’individuo lavora.
Ma l’azione di coaching non riguarda solo il coacher (allenatore) ed il coachee (l’allenato). Naturalmente il rapporto fra i due è privilegiato e fondamentale per la riuscita del training, ma bisogna propriamente considerare un rapporto a quattro: coacher, coachee, capo e organizzazione nel suo insieme.
Tale rapporto si configura come un rombo dove la dm è rappresentata dal rapporto coacher- coachee, la DM è rappresentata dal capo.
La dm rappresenta una maggior vicinanza che realizza il rapporto di sviluppo; la DM è un sostegno ai lati di sostentamento e approvazione. L’intero processo di crescita si basa comunque su delle qualità che devono essere condivise in tutta l’area del rombo: la capacità di ascoltare attivamente, di far riflettere, di saper rielaborare. Da tali qualità si possono fissare alcuni principi del coaching:
• La motivazione del coachee è fondamentale.
• La responsabilità della crescita e dello sviluppo sono del coachee
• L’organizzazione condivide gli obiettivi di sviluppo e di apprendimento e mantiene azione di supporto al processo;
• Coach e coachee lavorano sull’apprendimento, orientato ai risultati concordati con l’organizzazione;
• Il rapporto fra coache e coachee è basato sulla fiducia e rispetto reciproco, sulla libertà di espressione.
Tutte qualità che non sarebbero possibili da sviluppare senza un contesto di leadership precedentemente descritta.
E’ proprio su queste qualità che i due concetti s’intersecano in un processo virtuoso: il coaching diventa uno strumento per creare leadership riflessive, non direttive e funzionali. L’oggetto d’intervento del coaching è pertanto manager o futuri manager che in qualche modo sono destinati a diventare futuri coach dei propri collaboratori, diventando capaci di motivarli e valorizzarli. Dovendo fissare alcuni assunti generici dell’azione di coaching sul futuro leader, possiamo dire (seguendo il testo di Contesini, Frega, Rufini,Tomelleri, -2005-) che egli deve sviluppare:
• autopoiesi: ovvero la capacità dell’individuo di conservarsi e svilupparsi, tramite l’autosservazione, l’autodescrizione, l’autonarrazione, in un determinato contesto.
• Apprendimento non come semplice Know How, come semplice acquisizione d’informazioni, ma come capacità di apprendere dalla propria esperienza e di valorizzarla;
• progettualità, la progettualità è un elemento fondamentale per ogni forma di crescita (Dewey e la sua scuola)
• libertà-responsabilità del proprio processo di crescita
• riflessività capacità avere una buona conoscenza di sé delle proprie azioni, questo ci riporta al discorso di Shon
• significato capacità di creare significati condivisi, questo ci riporta al discorso di Weik.
Possiamo quindi dire che il concetto di coaching coniugandosi con quello di leadership abbia sempre più integrato meccanismi di vera e propria Bildung pedagogica, dove il saper essere tende ad avere il sopravvento o perlomeno s’integra sempre di più con il saper fare.


La dimensione etica.

La coniugazione fra coaching e leadership o meglio la formazione di funzionario che sia sempre più legato ad un saper essere che non ad un semplice saper fare di tipo tecnico e burocratico ci spinge a prendere in considerazione la sfera etica,, o meglio a prendere in considerazione il funzionario come dispensatore di soluzioni etiche.
La soluzione etica si presenta non solo come soluzione “buona” o “giusta” ovvero come soluzione morale, ma anche come soluzione più razionale e più efficiente. Nella dialettica hegeliana la moralità (Moralitat) è ancora legata ad una volontà soggettiva, di fatto impotente, è una dimensione ancora del dover essere, che ancora non è, non si scontra con altre volontà, è chiusa in se stessa. E’ manifestazione che tende al bene e al benessere di una volontà astratta e soggettiva che può anche essere cattiva, in quanto vincolata da un egoismo, non si concreta nell’universale. L’eticità, (Sittlichkeist) che per Hegel si realizza nelle istituzioni, incontra l’inter soggettività, si confronta con gli altri,
supera l’impotenza e lo scacco. Nell’eticità supera la separazione fra soggettività e bene che si presentava nella moralità perché opera nella dimensione sociale.
L’eticità è quindi in grado di superare le opposte istanze del diritto (Recht) e della moralità.
Portare il funzionario dalla dimensione soggettiva (della moralità) alla dimensione inter-soggettiva dell’eticità, vuoi dire portare il soggetto da una dimensione di chiusura ad una dimensione di confronto. L’approccio etico non è quindi la ricerca di una soluzione che sia “teoricamente” la più “buona”, ma vuoi dire portare il soggetto ad uno spazio di coscienza e consapevolezza più ampio. Hegel ci dice che la moralità si colloca nella dimensione personale, è interna; il diritto si presenta come dimensione esterna, e alle volte assume un aspetto di coercizione: è necessario un integrazione di queste due istanze. E’ necessario operare un confronto, una sintesi.
Entrando in concreto possiamo sostenere che è estremamente ingenuo pensare di poter gestire una Pubblica Amministrazione solo con dei regolamenti ovvero con la sfera oggettiva del diritto. Non solo perché è impossibile incasellare ogni situazione in una postilla, ma anche e soprattutto perché il diritto è l’elemento tecnico della PA, elemento tecnico che va gestito e compreso non può a sua volta essere incasellato in un ulteriore procedura, generando così una perversa coazione a ripetere totalmente incomprensibile dall’esterno, incomprensione che genera a sua volta sfiducia.
Il diritto può regolamentare una vicenda ma risulta qualcosa di esterno, non sentito; può disciplinare un conflitto, una controversia, ma non risolverlo pacificamente, può tutelare dei diritti o richiamare a dei doveri, ma non può far si che tali diritti o doveri siano sentiti da tutti.
La moralità vorrebbe una soluzione “buona”, quella cioè che s’ispira a dei principi, che però sono spesso di difficile attuazione perché astratti e soggettivi.
La soluzione etica va oltre il diritto e la morale, lavora sui soggetti facendoli uscire dalla loro soluzione “buona” ma egoistica, e dalla soluzione “equa” ma esterna e formale.
L’eticità riscrive le responsabilità all’interno delle istituzioni: l’eticità ci insegna a coniugare dei valori. I valori nascono dall’interazione sociale, dall’incontro con i soggetti, siano essi singoli che collettivi.
Questa coniugazione è estremamente importante per una PA proprio per la sua enorme dimensione di interazione sociale. Essa è un istituzione che ha al suo interno dei soggetti che interagiscono con compiti e mansioni, ma a sua volta s’incontra collettivamente (in quanto istituzione) o con soggetti singoli (i cittadini) o con altri soggetti collettivi (altre istituzioni) sempre comunque all’interno di un’altra istituzione che è lo stato.
Una PA efficiente quindi sarà una PA etica ovvero che sa prestare attenzione ai temi dell’etica sociale dove per etica sociale s’intende, principalmente, la gestione fra singoli ed istituzioni.
Questa attenzione può essere costruita in quel processo sopra descritto nella formazione (coaching) di leadership all’interno delle PA.
Questa attenzione si basa, come abbiamo visto, sulla dimensione valoriale, il punto è quindi quali valori imparare a coniugare.
I valori riguardano soprattutto l’etica della comunicazione: chiarezza e trasparenza, sia all’interno che all’esterno dell’istituzione.
Va ricordato che si tratta di valori da coniugare ovvero valori che si realizzano tramite l’interazione fra individui, grazie un continuo esercizio di ascolto e auto-ascolto e auto-apprendimento (vedere la lista citata) e non di principi astratti da applicare a forza; in tal
caso si rientrerebbe nella dimensione soggettiva e rigida della moralità. Tale coniugazione di valori deve presupporre una piccola rivoluzione nel linguaggio affinché la chiarezza nella comunicazione e trasparenza nelle procedure possano prendere forma.
Una leadership basata su di un coaching che sia nello stesso tempo addestramento e formazione intesa come costruzione di sé (Bildung) avrà quindi come scopo primario saper addolcire un linguaggio burocratico, spesso arido per andare verso un linguaggio, sempre più ricco di comunicazione e meno di gestione di procedure che all’esterno appaiono come oscuri ingranaggi kafkiani.
Naturalmente non è cosa facile poiché si tratterebbe di andar contro meccanismi consolidati, ma riteniamo che le attuali situazioni impongano dei cambiamenti, cambiamenti che presuppongono una maggior efficienza, efficienza inscindibile dalla sfera etica, efficienza che include un maggior benessere e sicurezza emotiva sia per chi lavori all’interno della PA, sia per chi interagisca con esse.
Naturalmente non bisogna pensare che la difficoltà risieda nel descrive una PA etica usando termini hegheliani peccando di astrattismo, al contrario, tali termini sono utili per comprendere e costruire un modo di agire. Se consultiamo il sito web dalla provincia di Venezia troviamo esempio concreto di etica pubblica e si leggono cose interessanti: “Si tratta quindi prima di tutto di definire regole chiare, procedure, valori minimi in cui tutti i cittadini possono riconoscersi, ma soprattutto di un processo che deve vedere istituzioni e cittadini in continuo dialogo, in cui ognuno senta responsabile davvero davanti agli altri. Parliamo insomma di etica pubblica” (il corsivo è nostro).
“Il coinvolgimento dei cittadini va anche riconquistato, ecco perché prima di tutto diventa fondamentale da parte dell’istituzione decidere di adottare un Codice di Condotta, un “codice d’onore” che trae fondamento dal Codice Europeo di Comportamento per gli eletti locali e regionali. Un codice che non ha valore giuridico ma che indica una serie di comportamenti che, indipendentemente dalle attività di controllo giudiziario o amministrativo, sono considerati connessi alla funzione di rappresentanza pubblica.” Il codice a cui si fa riferimento è Il Codice Europeo di buona condotta amministrativa, anche se quello che la PA di Venezia mette in rilievo non è tanto l’aspetto formale (il codice non è un codice giuridico): essa mira piuttosto a un comportamento, a un ethos, un abitudine, un modo di amministrare e di far politica da costruire. E’ nel comportamento che l’etica trova la sua realizzazione e precisamente nel comportamento razionale dove per razionale non s’intende la ragione strumentale, fredda e calcolatrice, ma la razio intesa come equilibrio di diverse istanze. Equilibrio che si trova sempre con il dialogo il confronto.
E’ il comportamento, che possiamo definire saggio, a soddisfare i principi (la morale), a rispettare le regole (il diritto), a creare un ambiente piacevole, a far funzionare l’apparato in modo utile ed efficiente.
L’esempio citato, pur nella sua brevità, pensiamo che sia un buon esempio di tentativo di coniugare un etica sociale o pubblica che dir si voglia.
Possiamo concludere auspicando sempre più una maggior apertura della dimensione filosofica nelle PA, sia nel suo aspetto formativo (come metodologie di coaching) che di consulenza, in quanto risorsa preziosa.

Grazie dell'attenzione nella lettura di questo approfondimento.




Riferimenti bibliografici

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The rise of the Virtual State

TERRITORY BECOMES PASSE

Amid the supposed clamor of contending cultures and civilizations, a new reality is emerging. The nation-state is becoming a tighter, more vigorous unit capable of sustaining the pressures of worldwide competition. Developed states are putting aside military, political, and territorial ambitions as they struggle not for cultural dominance but for a greater share of world output. Countries are not uniting as civilizations and girding for conflict with one another. instead, they are downsizing--in function if not in geographic form. Today and for the foreseeable future, the only international civilization worthy of the name is the governing economic culture of the world market. Despite the view of some contemporary observers, the forces of globalization have successfully resisted partition into cultural camps.

Yet the world's attention continues to be mistakenly focused on military and political struggles for territory. In beleaguered Bosnia, Serbian leaders sought to create an independent province with an allegiance to Belgrade. A few years ago Iraqi leader Saddam Hussein aimed to corner the world oil market through military aggression against Kuwait and, in all probability, Saudi Arabia; oil, a product of land, represented the supreme embodiment of his ambitions. In Kashmir, India and Pakistan are wing for territorial dominance over a population that neither may be fully able to control. Similar rivalries beset Rwanda and Burundi and the factions in Liberia.

These examples, however, look to the past. Less developed countries, still producing goods that are derived from land, continue to covet territory. In economies where capital, labor, and information are mobile and have risen to predominance, no land fetish remains. Developed countries would rather plumb the world market than acquire territory. The virtual state--a state that has downsized its territorially based production capability--is the logical consequence of this emancipation from the land.

In recent years the rise of the economic analogue of the virtual state--the virtual corporation--has been widely discussed. Firms have discovered the advantages of locating their production facilities wherever it is most profitable. Increasingly, this is not in the same location as corporate headquarters. Parts of a corporation are dispersed globally according to their specialties. But the more important development is the political one, the rise of the virtual state, the political counterpart of the virtual corporation.

The ascent of the trading state preceded that of the virtual state. After World War II, led by Japan and Germany, the most advanced nations shifted their efforts from controlling territory to augmenting their share of world trade. In that period, goods were more mobile than capital or labor, and selling abroad became the name of the game. As capital has become increasingly mobile, advanced nations have come to recognize that exporting is no longer the only means to economic growth; one can instead produce goods overseas for the foreign market.

As more production by domestic industries takes place abroad and land becomes less valuable than technology, knowledge, and direct investment, the function of the state is being further redefined. The state no longer commands resources as it did in mercantilist yesteryear; it negotiates with foreign and domestic capital and labor to lure them into its own economic sphere and stimulate its growth. A nation's economic strategy is now at least as important as its military strategy; its ambassadors have become foreign trade and investment representatives. Major foreign trade and investment deals command executive attention as political and military issues did two decades ago. The frantic two weeks in December 1994 when the White House outmaneuvered the French to secure for Raytheon Company a deal worth over $1 billion for the management of rainforests and air traffic in Brazil exemplifies the new international crisis.

Timeworn methods of augmenting national power and wealth are no longer effective. Like the headquarters of a virtual corporation, the virtual state determines overall strategy and invests in its people rather than amassing expensive production capacity. It contracts out other functions to states that specialize in or need them. Imperial Great Britain may have been the model for the nineteenth century, but Hong Kong will be the model for the 21st.

The virtual state is a country whose economy is reliant on mobile factors of production. Of course it houses virtual corporations and presides over foreign direct investment by its enterprises. But more than this, it encourages, stimulates, and to a degree even coordinates such activities. In formulating economic strategy, the virtual state recognizes that its own production does not have to take place at home; equally, it may play host to the capital and labor of other nations. Unlike imperial Germany, czarist Russia, and the United States of the Gilded Age--which aimed at nineteenth-century omnicompetence--it does not seek to combine or excel in all economic functions, from mining and agriculture to production and distribution. The virtual state specializes in modern technical and research services and derives its income not just from high-value manufacturing, but from product design, marketing, and financing. The rationale for its economy is efficiency attained through productive downsizing. Size no longer determines economic potential. Virtual nations hold the competitive key to greater wealth in the 21st century. They will likely supersede the continent-sized and self-sufficient units that prevailed in the past. Productive specialization will dominate internationally just as the reduced instruction set, or "RISC," computer chip has outmoded its more versatile but slower predecessors.

THE TRADING STATE

In the past, states were obsessed with land. The international system with its intermittent wars was founded on the assumption that land was the major factor in both production and power. States could improve their position by building empires or invading other nations to seize territory. To acquire land was a boon: a conquered province contained peasants and grain supplies, and its inhabitants rendered tribute to the new sovereign. Before the age of nationalism, a captured principality willingly obeyed its new ruler. Hence the Hapsburg monarchy, Spain, France, and Russia could become major powers through territorial expansion in Europe between the sixteenth and nineteenth centuries.

With the Industrial Revolution, however, capital and labor assumed new importance. Unlike land, they were mobile ingredients of productive strength. Great Britain innovated in discovering sophisticated uses for the new factors. Natural resources--especially coal, iron, and, later, oil--were still economically vital. Agricultural and mineral resources were critical to the development of the United States and other fledgling industrial nations like Australia, Canada, South Africa, and New Zealand in the nineteenth century. Not until late in the twentieth century did mobile factors of production become paramount.

By that time, land had declined in relative value and become harder for nations to hold. Colonial revolutions in the Third World since World War II have shown that nationalist mobilization of the population in developing societies impedes an imperialist or invader trying to extract resources. A nation may expend the effort to occupy new territory without gaining proportionate economic benefits.

In time, nationalist resistance and the shift in the basis of production should have an impact on the frequency of war. Land, which is fixed, can be physically captured, but labor, capital, and information are mobile and cannot be definitively seized; after an attack, these resources can slip away like quicksilver. Saddam Hussein ransacked the computers in downtown Kuwait City in August 1990 only to find that the cash in bank accounts had already been electronically transferred. Even though it had abandoned its territory, the Kuwaiti government could continue to spend billions of dollars to resist Hussein's conquest.

Today, for the wealthiest industrial countries such as Germany, the United States, and Japan, investment in land no longer pays the same dividends. Since mid-century, commodity prices have fallen nearly 40 percent relative to prices of manufactured goods.[1] The returns from the manufacturing trade greatly exceed those from agricultural exports. As a result, the terms of trade for many developing nations have been deteriorating, and in recent years the rise in prices of international services has outpaced that for manufactured products. Land prices have been steeply discounted.

Amid this decline, the 1970s and 1980s brought a new political prototype: the trading state. Rather than territorial expansion, the trading state held trade to be its fundamental purpose. This shift in national strategy was driven by the declining value of fixed productive assets. Smaller states--those for which, initially at any rate, a military-territorial strategy was not feasible--also adopted trade-oriented strategies. Along with small European and East Asian states, Japan and West Germany moved strongly in a trading direction after World War II.

Countries tend to imitate those that are most powerful. Many states followed in the wake of Great Britain in the nineteenth century; in recent decades, numerous states seeking to improve their lot in the world have emulated Japan. Under Mikhail Gorbachev in the 1980s, even the Soviet Union sought to move away from its emphasis on military spending and territorial expansion.

In recent years, however, a further stimulus has hastened this change. Faced with enhanced international competition in the late 1980s and early 1990s, corporations have opted for pervasive downsizing. They have trimmed the ratio of production workers to output, saving on costs. In some cases productivity increases resulted from pruning of the work force; in others output increased. These improvements have been highly effective; according to economist Stephen Roach in a 1994 paper published by the investment banking firm Morgan Stanley, they have nearly closed the widely noted productivity gap between services and manufacturing. The gap that remains is most likely due to measurement problems. The most efficient corporations are those that can maintain or increase output with a steady or declining amount of labor. Such corporations grew on a worldwide basis.

Meanwhile, corporations in Silicon Valley recognized that cost-cutting, productivity, and competitiveness could be enhanced still further by using the production lines of another company. The typical American plant at the time, such as Ford Motor Company's Willow Run factory in Michigan, was fully integrated, with headquarters, design offices, production workers, and factories located on substantial tracts of land. This comprehensive structure was expensive to maintain and operate, hence a firm that could employ someone else's production line could cut costs dramatically. Land and machines did not have to be bought, labor did not have to be hired, medical benefits did not have to be provided. These advantages could result from what are called economies of scope, with a firm turning out different products on the same production line or quality circle.

Or they might be the result of small, specialized firms' ability to perform exacting operations, such as the surface mounting of miniaturized components directly on circuit boards without the need for soldering or conventional wiring. In either case, the original equipment manufacturer would contract out its production to other firms. SCI Systems, Solectron, Merix, Flextronics, Smartflex, and Sanmina turn out products for Digital Equipment, Hewlett-Packard, and IBM. In addition, AT&T, Apple, IBM, Motorola, MCI, and Corning meet part of their production needs through other suppliers. TelePad, a company that makes pen-based computers, was launched with no manufacturing capability at all. Compaq's latest midrange computer is to be produced on another company's production line.

Thus was born the virtual corporation, an entity with research, development, design, marketing, financing, legal, and other headquarters functions, but few or no manufacturing facilities: a company with a head but no body. It represents the ultimate achievement of corporate downsizing, and the model is spreading rapidly from firm to firm. It is not surprising that the virtual corporation should catch on. "Concept" or "head" corporations can design new products for a range of different production facilities. Strategic alliances between firms, which increase specialization, are also very profitable. According to the October 2, 1995, Financial Times, firms that actively pursue strategic alliances are 50 percent more profitable than those that do not.

TOWARD THE VIRTUAL STATE

In a setting where the economic functions of the trading state have displaced the territorial functions of the expansionist nation, the newly pruned corporation has led to the emerging phenomenon of the virtual state. Downsizing has become an index of corporate efficiency and productivity gains. Now the national economy is also being downsized. Among the most efficient economies are those that possess limited production capacity. The archetype is Hong Kong, whose production facilities are now largely situated in southern China. This arrangement may change after 1997 with Hong Kong's reversion to the mainland, but it may not. It is just as probable that Hong Kong will continue to govern parts of the mainland economically as it is that Beijing will dictate to Hong Kong politically. The one country-two systems formula will likely prevail. In this context, it is important to remember that Britain governed Hong Kong politically and legally for 150 years, but it did not dictate its economics. Nor did this arrangement prevent Hong Kong Chinese from extending economic and quasi-political controls to areas outside their country.

The model of the virtual state suggests that political as well as economic strategy push toward a downsizing and relocation of production capabilities. The trend can be observed in Singapore as well. The successors of Lee Kuan Yew keep the country on a tight political rein but still depend economically on the inflow of foreign factors of production. Singapore's investment in China, Malaysia, and elsewhere is within others' jurisdictions. The virtual state is in this sense a negotiating entity. It depends as much or more on economic access abroad as it does on economic control at home. Despite its past reliance on domestic production, Korea no longer manufactures everything at home, and Japanese production (given the high yen) is now increasingly lodged abroad. In Europe, Switzerland is the leading virtual nation; as much as 98 percent of Nestle's production capacity, for instance, is located abroad. Holland now produces most of its goods outside its borders. England is also moving in tandem with the worldwide trend; according to the Belgian economic historian Paul Bairoch in 1994, Britain's foreign direct investment abroad was almost as large as America's. A remarkable 20 percent of the production of U.S. corporations now takes place outside the United States.

A reflection of how far these tendencies have gone is the growing portion of GDP consisting of high-value-added services, such as concept, design, consulting, and financial services. Services already constitute 70 percent of American GDP. Of the total, 63 percent are in the high-value category. Of course manufacturing matters, but it matters much less than it once did. As a proportion of foreign direct investment, service exports have grown strikingly in most highly industrialized economies. According to a 1994 World Bank report, Liberalizing International Transactions in Services, "The reorientation of [foreign direct investment] towards the services sector has occurred in almost all developed market economies, the principal exporters of services capital: in the most important among them, the share of the services sector is around 40 percent of the stock of outward FDI, and that share is rising."

Manufacturing, for these nations, will continue to decline in importance. If services productivity increases as much as it has in recent years, it will greatly strengthen U.S. competitiveness abroad. But it can no longer be assumed that services face no international competition. Efficient high-value services will be as important to a nation as the manufacturing of automobiles and electrical equipment once were.[2] Since 1959, services prices have increased more than three times as rapidly as industrial prices. This means that many nations will be able to prosper without major manufacturing capabilities.

Australia is an interesting example. Still reliant on the production of sheep and raw materials (both related to land), Australia has little or no industrial sector. Its largest export to the United States is meat for hamburgers. On the other hand, its service industries of media, finance, and telecommunications--represented most notably by the media magnate Rupert Murdoch are the envy of the world. Canada represents a similar amalgam of raw materials and powerful service industries in newspapers, broadcast media, and telecommunications.

As a result of these trends, the world may increasingly become divided into "head" and "body" nations, or nations representing some combination of those two functions. While Australia and Canada stress the headquarters or head functions, China will be the 21st-century model of a body nation. Although China does not innately or immediately know what to produce for the world market, it has found success in joint ventures with foreign corporations. China will be an attractive place to produce manufactured goods, but only because sophisticated enterprises from other countries design, market, and finance the products China makes. At present China cannot chart its own industrial future.

Neither can Russia. Focusing on the products of land, the Russians are still prisoners of territorial fetishism. Their commercial laws do not yet permit the delicate and sophisticated arrangements that ensure that "body" manufacturers deliver quality goods for their foreign "head." Russia's transportation network is also primitive. These, however, are temporary obstacles. In time Russia, with China and India, will serve as an important locus of the world's production plant.

THE VESTIGES OF SERFDOM

THE WORLD IS embarked on a progressive emancipation from land as a determinant of production and power. For the Third World, the past unchangeable strictures of comparative advantage can be overcome through the acquisition of a highly trained labor force. Africa and Latin America may not have to rely on the exporting of raw materials or agricultural products; through education, they can capitalize on an educated labor force, as India has in Bangalore and Ireland in Dublin. Investing in human capital can substitute for trying to foresee the vagaries of the commodities markets and avoid the constant threat of overproduction. Meanwhile, land continues to decline in value. Recent studies of 180 countries show that as population density rises, per capita GDP falls. In a new study, economist Deepak Lal notes that investment as well as growth is inversely related to land holdings.[3]

These findings are a dramatic reversal of past theories of power in international politics. In the 1930s the standard international relations textbook would have ranked the great powers in terms of key natural resources: oil, iron ore, coal, bauxite, copper, tungsten, and manganese. Analysts presumed that the state with the largest stock of raw materials and goods derived from land would prevail. CIA estimates during the Cold War were based on such conclusions. It turns out, however, that the most prosperous countries often have a negligible endowment of natural resources. For instance, Japan has shut down its coal industry and has no iron ore, bauxite, or oil. Except for most of its rice, it imports much of its food. Japan is richly endowed with human capital, however, and that makes all the difference.

The implications for the United States are equally striking. As capital, labor, and knowledge become more important than land in charting economic success, America can influence and possibly even reshape its pattern of comparative advantage. The "new trade theory," articulated clearly by the economist Paul Krugman, focuses on path dependence, the so-called QWERTY effect of past choices. The QWERTY keyboard was not the arrangement of letter-coded keys that produced the fastest typing, except perhaps for left-handers. But, as the VHS videotape format became the standard for video recording even though other formats were technically better, the QWERTY keyboard became the standard for the typewriter (and computer) industry, and everyone else had to adapt to it. Nations that invested from the start in production facilities for the 16-kilobyte computer memory chip also had great advantages down the line in 4- and 16-megabyte chips. Intervention at an early point in the chain of development can influence results later on, which suggests that the United States and other nations can and should deliberately alter their pattern of comparative advantage and choose their economic activity.

American college and graduate education, for example, has supported the decisive U.S. role in the international services industry in research and development, consulting, design, packaging, financing, and the marketing of new products. Mergers and acquisitions are American subspecialties that draw on the skills of financial analysts and attorneys. The American failure, rather, has been in the first 12 years of education. Unlike that of Germany and Japan (or even Taiwan, Korea, and Singapore), American elementary and secondary education falls well below the world standard.

Economics teaches that products should be valued according to their economic importance. For a long period, education was undervalued, socially and economically speaking, despite productivity studies by Edward Denison and others that showed its long-term importance to U.S. growth and innovation. Recent studies have underscored this importance. According to the World Bank, 64 percent of the world's wealth consists of human capital. But the social and economic valuation of kindergarten through 12th-grade education has still not appreciably increased. Educators, psychologists, and school boards debate how education should be structured, but Americans do not invest more money in it. Corporations have sought to upgrade the standards of teaching and learning in their regions, but localities and states have lagged behind, as has the federal government. Elementary and high school teachers should be rewarded as patient creators of high-value capital in the United States and elsewhere. In Switzerland, elementary school teachers are paid around $70,000 per year, about the salary of a starting lawyer at a New York firm. In international economic competition, human capital has turned out to be at least as important as other varieties of capital. In spite of their reduced functions, states liberated from the confines of their geography have been able, with appropriate education, to transform their industrial and economic futures.

THE REDUCED DANGER OF CONFLICT

As nations turn to the cultivation of human capital, what will a world of virtual states be like? Production for one company or country can now take place in many parts of the world. In the process of down-sizing, corporations and nation-states will have to get used to reliance on others. Virtual corporations need other corporations' production facilities. Virtual nations need other states' production capabilities. As a result, economic relations between states will come to resemble nerves connecting heads in one place to bodies somewhere else. Naturally, producer nations will be working quickly to become the brains behind emerging industries elsewhere. But in time, few nations will have within their borders all the components of a technically advanced economic existence.

To sever the connections between states would undermine the organic unit. States joined in this way are therefore less likely to engage in conflict. In the past, international norms underlying the balance of power, the Concert of Europe, or even rule by the British Raj helped specify appropriate courses of action for parties in dispute. The international economy also rested partially on normative agreement. Free trade, open domestic economies, and, more recently, freedom of movement for capital were normative notions. In addition to specifying conditions for borrowing, the International Monetary Fund is a norm-setting agency that inculcates market economics in nations not fully ready to accept their international obligations.

Like national commercial strategies, these norms have been largely abstracted from the practices of successful nations. In the nineteenth century many countries emulated Great Britain and its precepts. In the British pantheon of virtues, free trade was a norm that could be extended to other nations without self-defeat. Success for one nation did not undermine the prospects for others. But the acquisition of empire did cause congestion for other nations on the paths to industrialization and growth. Once imperial Britain had taken the lion's share, there was little left for others. The inability of all nations to live up to the norms Britain established fomented conflict between them.

In a similar vein, Japan's current trading strategy could be emulated by many other countries. Its pacific principles and dependence on world markets and raw materials supplies have engendered greater economic cooperation among other countries. At the same time, Japan's insistence on maintaining a quasi-closed domestic economy and a foreign trade surplus cannot be successfully imitated by everyone; if some achieve the desired result, others necessarily will not. In this respect, Japan's recent practices and norms stand athwart progress and emulation by other nations.

President Clinton rightly argues that the newly capitalist developmental states, such as Korea and Taiwan, have simply modeled themselves on restrictionist Japan. If this precedent were extended to China, the results would endanger the long-term stability of the world economic and financial system. Accordingly, new norms calling for greater openness in trade, finance, and the movement of factors of production will be necessary to stabilize the international system. Appropriate norms reinforce economic incentives to reduce conflict between differentiated international units.

DEFUSING THE POPULATION BOMB

So long as the international system of nation-states lasts, there will be conflict among its members. States see events from different perspectives, and competition and struggle between them are endemic. The question is how far conflicts will proceed. Within a domestic system, conflicts between individuals need not escalate to the use of physical force. Law and settlement procedures usually reduce outbreaks of hostility. In international relations, however, no sovereign, regnant authority can discipline feuding states. International law sets a standard, but it is not always obeyed. The great powers constitute the executive committee of nation-states and can intervene from time to time to set things right. But, as Bosnia shows, they often do not, and they virtually never intervene in the absence of shared norms and ideologies.

In these circumstances, the economic substructure of international relations becomes exceedingly important. That structure can either impel or retard conflicts between nation-states. When land is the major factor of production, the temptation to strike another nation is great. When the key elements of production are less tangible, the situation changes. The taking of real estate does not result in the acquisition of knowledge, and aggressors cannot seize the needed capital. Workers may flee from an invader. Wars of aggression and wars of punishment are losing their impact and justification.

Eventually, however, contend critics such as Paul Ehrlich, author of The Population Bomb, land will become important once again. Oil supplies will be depleted; the quantity of fertile land will decline; water will run dry. Population will rise relative to the supply of natural resources and food. This process, it is claimed, could return the world to the eighteenth and nineteenth centuries, with clashes over territory once again the engine of conflict. The natural resources on which the world currently relies may one day run out, but, as before, there will be substitutes. One sometimes forgets that in the 1840s whale oil, which was the most common fuel for lighting, became unavailable. The harnessing of global energy and the production of food does not depend on particular bits of fluid, soil, or rock. The question, rather, is how to release the energy contained in abundant matter.

But suppose the productive value of land does rise. Whether that rise would augur a return to territorial competition would depend on whether the value of land rises relative to financial capital, human capital, and information. Given the rapid technological development of recent years, the primacy of the latter seems more likely. Few perturbing trends have altered the historical tendency toward the growing intangibility of value in social and economic terms. In the 21st century it seems scarcely possible that this process would suddenly reverse itself, and land would yield a better return than knowledge.

Diminishing their command of real estate and productive assets, nations are downsizing, in functional if not in geographic terms. Small nations have attained peak efficiency and competitiveness, and even large nations have begun to think small. If durable access to assets elsewhere can be assured, the need to physically possess them diminishes. Norms are potent reinforcements of such arrangements. Free movement of capital and goods, substantial international and domestic investment, and high levels of technical education have been the recipe for success in the industrial world of the late twentieth century. Those who depended on others did better than those who depended only on themselves. Can the result be different in the future? Virtual states, corporate alliances, and essential trading relationships augur peaceful times. They may not solve domestic problems, but the economic bonds that link virtual and other nations will help ease security concerns.

THE CIVIC CRISIS

Though peaceful in its international implications, the rise of the virtual state portends a crisis for democratic politics. Western democracies have traditionally believed that political reform, extension of suffrage, and economic restructuring could solve their problems. In the 21st century none of these measures can fully succeed. Domestic political change does not suffice because it has insufficient jurisdiction to deal with global problems. The people in a particular state cannot determine international outcomes by holding an election. Economic restructuring in one state does not necessarily affect others. And the political state is growing smaller, not larger.

If ethnic movements are victorious in Canada, Mexico, and elsewhere, they will divide the state into smaller entities. Even the powers of existing states are becoming circumscribed. In the United States, if Congress has its way, the federal government will lose authority. In response to such changes, the market fills the vacuum, gaining power.

As states downsize, malaise among working people is bound to spread. Employment may fluctuate and generally decline. President Clinton observed last year that the American public has fallen into a funk. The economy may temporarily be prosperous, but there is no guarantee that favorable conditions will last. The flow of international factors of production--technology, capital, and labor--will swamp the stock of economic power at home. The state will become just one of many players in the international marketplace and will have to negotiate directly with foreign factors of production to solve domestic economic problems. Countries must induce foreign capital to enter their domain. To keep such investment, national economic authorities will need to maintain low inflation, rising productivity, a strong currency, and a flexible and trained labor force. These demands will sometimes conflict with domestic interests that want more government spending, larger budget deficits, and more benefits. That conflict will result in continued domestic insecurity over jobs, welfare, and medical care. Unlike the remedies applied in the insulated and partly closed economies of the past, purely domestic policies can no longer solve these problems.

THE NECESSITY OF INTERNATIONALIZATION

The state can compensate for its deficient jurisdiction by seeking to influence economic factors abroad. The domestic state therefore must not only become a negotiating state but must also be internationalized. This is a lesson already learned in Europe, and well on the way to codification in East Asia. Among the world's major economies and polities, only the United States remains, despite its potent economic sector, essentially introverted politically and culturally. Compared with their counterparts in other nations, citizens born in the United States know fewer foreign languages, understand less about foreign cultures, and live abroad reluctantly, if at all. In recent years, many English industrial workers who could not find jobs migrated to Germany, learning the language to work there. They had few American imitators.

The virtual state is an agile entity operating in twin jurisdictions: abroad and at home. It is as prepared to mine gains overseas as in the domestic economy. But in large countries, internationalization operates differentially. Political and economic decision-makers have begun to recast their horizons, but middle managers and workers lag behind. They expect too much and give and learn too little. That is why the dawn of the virtual state must also be the sunrise of international education and training. The virtual state cannot satisfy all its citizens. The possibility of commanding economic power in the sense of effective state control has greatly declined. Displaced workers and businesspeople must be willing to look abroad for opportunities. In the United States, they can do this only if American education prepares the way.

Foreign Affairs, Jul/Aug96, Vol. 75 Issue 4, p45, 17p, 1bw.

1 See, for example, Enzo R. Grilli and Maw Cheng Yang, "Primary Commodity Prices, Manufactured Goods Prices, and the Terms of Trade of Developing Countries: What the Long Run Shows," The World Bank Economic Review, 1988, Vol. 2, No. 1, pp. 1-47.

2 See Jose Ripoll, "The Future of Trade in International Services," Center for International Relations Working Paper, UCLA, January 1996.

3 Daniel Garstka, "Land and Economic Prowess" (unpublished mimeograph), UCLA, 1995; Deepak Lal, "Factor Endowments, Culture and Politics: On Economic Performance in the Long Run" (unpublished mimeograph), UCLA, 1996.

4 Augusto Valeriani, "Twitter Factor" Edizioni Laterza, 2011;

5 Guerra e Mass Media , De Angelis, Enrico, Carocci 2007;

6 The CNN Effect. The Myth of news, foreign policy and intervention, Robinson, P., Routledge, 2002;

7 Media e guerra. Visioni Postmoderne , Hammond, P. a cura di Valeriani, A. Odoya 2008;

8 Campus, Donatella (2008), Comunicazione politica: Le nuove frontiere. Roma, Bari: Laterza.

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By Richard Rosecrance

RICHARD ROSECRANCE is Professor of Political Science and Director of the Center for International Relations at the University of California, Los Angeles.

giovedì 20 ottobre 2011

Che cosa è lo Storytelling? E la narrazione?


Migliaia di anni fa, quando l’uomo non sapeva ancora scrivere, si tramandavano sapere e conoscenza di generazione in generazione raccontando storie.
“C’era una volta, …”: così iniziano tutte le storie che ci raccontavano da bambini, che quelli della mia generazione ricordano molto bene riprodotte anche all’interno delle “Fiabe Sonore” (ti dice nulla “A mille ce n’è nel mio mondo di fiabe da narrar…".
Credo quindi che nello Storytelling ci sia qualcosa di magico che risveglia nel nostro cervello meccaniche ancestrali e primordiali, qualcosa che alza immediatamente il livello d’attenzione e nello stesso tempo ci rende più ricettivi circa ciò che stiamo leggendo, ascoltando o guardando.
Chi si occupa di branding, marketing e management conosce molto bene la potenza dello Storytelling (che, a differenza di secoli fa, ora utilizza strumenti digitali e quindi può diffondersi e raggiungerci ovunque, 24 ore su 24, 7 giorni su 7): si parla ormai di Storytelling Management, per indicare una vera e propria disciplina che pare sia stata alla base di tanti recenti successi personali e aziendali (e soprattutto politici).
Il meccanismo di cattura sta al cuore della narrazione, ci sono tratti psicologici dentro la narrazione che ci catturano. Fa il suo ruolo anche l'emotività che ci sprona ad identificarci attraverso il coinvolgimento della morale che sta dentro la storia raccontataci. La narrazione mette in luce una sequenza di eroi e antieroi, e sempre attraverso la narrazione, con l'utilizzo della retorica, che si incitano alla partecipazione interiore del racconto. Con il racconto la costruzione della storia ci porta a diventare parte stesso e protagonisti. Quindi la dimensione emotiva è legata alla dimensione valutativa della costruzione narrativa (storytelling appunto).
In altre parole, lo Storytelling è una prassi, ormai consolidata, che utilizza la narrativa per coinvolgere l’interlocutore (come ci viene raccontato in Storytelling And Your Quest For Business Success): “per ottenere il massimo impatto bisognerebbe far leva su tutti i 5 sensi, far leva sulle emozioni più che sull’intelletto”, spiega Nancy Lamb, autrice di vari libri che parlano proprio di Storytelling, allo stesso modo ne parla in "Lector in Fabula" lo stesso Umberto Eco.
Anche Fazi Editore ha pubblicato in italiano Storytelling, la fabbrica delle storie di Christian Salmon. Il fatto è che Salmon in questo libro uscito in Francia nel 2007 (Storytelling. La machine à fabriquer des histoires) ha messo insieme, organizzato e collegato ad alcune idee forti, alcune delle cose che in molti hanno intuito ascoltando le presentazioni delle donne e uomini del marketing delle aziende (specialmente di quelle hi-tech, per quanto mi riguarda) in questi ultimi (diciamo setto o otto) anni:
a) tutti si sono invaghiti della parola “storia”: anzi, tutto è una “storia”. Il lancio di un prodotto, il successo di un altro prodotto; il servizio che offre l’azienda; il modo in cui tratta i propri dipendenti e i propri clienti…
b) c’è qualcosa di inquietante in questo uso della narrazione, qualcosa che assomiglia alla manipolazione, al condizionamento, alla voglia di persuasione; al tentativo di “orientare i flussi di emozioni”.
I primi capitoli sono quelli dove più evidente è il legame fra lo storytelling e la manipolazione economica: dedicati al marketing; allo storytelling management e all’uso dell’”ego emotivo” nel rapporto con consumatori e dipendenti; alla mobilitazione per adattarsi alla nuova forma di “organizzazione del lavoro, mutevole, decentralizzata e nomade”.
Insomma a parte il libro di Salmon, da leggere per chi fosse interessato, le persone sono in cerca di qualcosa che cattura l’attenzione e che fornisce loro una piacevole esperienza. Penso che la gente impari meglio quando si sente coinvolta.
C’è pure chi ha coniato un acronimo per spiegare in 6 punti come dovrebbe essere un storia: SUCCES, ovvero Simple, Unexpected, Concrete, Credibility, Emotion e… Stories.
La politica ha a che fare molto con questa costruzione tenuta insieme da legami emotivi fortissimi. E dentro la comunità politica ci sono decisioni che fanno parte della comunità del passato del presente e del futuro, insomma la comunità diventa protagonista, della narrazione stessa, della sua stessa storia politica appunto.
"Ich bin ein Berliner" è la celebre frase pronunciata dal presidente degli Stati Uniti d'America John F. Kennedy durante il proprio discorso tenuto a Rudolph Wilde Platz, di fronte al Rathaus Schöneberg il 26 giugno 1963 mentre era in visita ufficiale alla città di Berlino Ovest. La frase tradotta in lingua italiana significa: io sono un berlinese.
Confrontate voi stessi questa narrazione con il discorso di Obama sempre a Berlino.


mercoledì 12 ottobre 2011

La leadership politica che può fare la differenza.

Quando si parla di leader e leadership c’è sempre una grande confusione, una cosa però è assodata, la maggior parte delle persone riconoscono un leader anche non sapendo il perché e vi si affidano ponendo in loro la fiducia per le loro competenze, capacità e conoscenze. Sarebbe troppo accademico soffermarsi sugli stili e sulle caratteristiche di leadership, spesso poco interessanti per la massa, e a volte poco utili per gli interessati.
E’ più importante soffermarsi su come deve essere la leadership e su come essa può fare la differenza in ogni situazione.
Il leader ha una funzione di equilibrio tra la membership e la groupship, è un professionista delle relazioni e spesso anche della comunicazione oltre che rappresentare il collante del gruppo se non il gruppo stesso. I concetti di membership e groupship sono legati agli obiettivi personali che ognuno ha nel gruppo, in particolare la prima è relativa all'uso del gruppo per la soddisfazione dei propri bisogni, mentre la seconda è relativa alla soddisfazione degli obiettivi del gruppo. In poche parole il vero leader permette un equilibrio tra i bisogni individuali e quelli di gruppo, senza sminuire, mai, nessuno dei due.
Ognuno di noi è leader in alcuni situazioni della propria vita sociale, lavorativa o ludica, ma solo pochi riescono a fare la differenza, e questo è dovuto al fatto che leader un po’ si nasce e un po’ si diventa e in particolare i leader politici per diventare tali hanno bisogno di un grosso lavoro su loro stessi, sulla loro comunicazione, sulla loro gestione dei gruppi, sulla gestione dei conflitti e su tanto altro. In particolare un vero leader, oltre alle caratteristiche innate, deve limare molto alcuni aspetti fondamentali del suo profilo, un po’ come un pittore che per dipingere deve avere delle basi innate, ma per diventare grande deve lavorare sullo stile, sulla creatività, sul materiale, ecc. Il leader ideale dovrebbe avere capacità comunicative sia efficienti che mirate, essere in grado di gestire lo stress e i conflitti estemporanei, sia in fase di public speaking che in fase di confronto a due, deve essere in grado di gestire le emozioni e saper emozionare a sua volta, avere delle competenze di gestione gruppale e una grande capacità di ascolto e problem solving.
In definitiva il leader che vorremmo sempre vedere dovrebbe essere flessibile, pragmatico, motivante, carismatico in ogni situazione sociale che gli si presenti. Non è una cosa da tutti, ma tutti possono lavorare sui singoli aspetti per migliorare le proprie interrelazioni sociali, e ci aspettiamo che i nostri leader politici siano i primi a sensibilizzarsi a riguardo.

lunedì 10 ottobre 2011

Cos’è la realtà televisiva? Ce lo chiediamo abbastanza per la politica?

La televisione racconta la politica, ma cos'è la realtà televisiva? Ce lo chiediamo abbastanza? Se non ce lo chiediamo, non possiamo più capire la politica.
Il mezzo televisivo è stato un formidabile vettore di democratizzazione, integrazione e comprensione sociale; la tv ha trasportato gli uomini ed i saperi nelle case di altri uomini con altri saperi, federando così le conoscenze, levando gli isolati dal loro isolamento e rendendoli visibili al mondo attraverso la transumanza (elettronica) delle proprie identità. Il potente ha visto la sua aura stingersi nella centrifuga dello spazio tempo elettronico-televisivo, mentre il debole, attraverso la medesima dinamica, è riuscito finalmente a crearsene una propria, di aura, di tangibilità.
In ultima analisi la televisione ha, tra l’altro, riformulato, ricodificato, le dinamiche sociali di relazione e di percezione degli spazi; indi, anche della percezione del sé nello spazio sociale. L’uomo si è dimensionato, posizionato, mediante il flusso elettronico televisivo, in una sorta di pratica dell’ubiquità cognitiva: siamo dove ci porta, dove è il medium. Ci muoviamo con esso, ridefiniamo le nostre categorie spazio temporali grazie ad esso, sovvertiamo la lontananza in prossimità; lontananza spaziale, lontananza ideologica, lontananza sessuale, lontananza dalla comprensione, lontananza dalle istituzioni, lontananza dagli avvenimenti, dai fatti e dai misfatti, lontananza dalla storia che prima dei medium elettronici accadeva distante da noi e senza di noi. L’avvento di una prossimità culturale, esperienziale, politica, mediatica.
La realtà politica, quindi, essendo una delle tessere del mosaico della realtà televisiva, merita un breve approfondimento nell'identificazione di sue tre categorie sostanziali. La realtà politica come:
1) la realtà oggettiva, ossia gli eventi, le persone, le azioni ( come le leggi o le decisioni di un governo).
2) La realtà soggettiva, la stessa realtà però come percepita dagli attori ( in senso sociale) e spettatori.
La realtà costruita, cioè gli eventi che diventano visibili, percepibili e quindi assumono senso soltanto in quanto coperti dai mass media.
La realtà costruita è, in ultima analisi, data da elementi della realtà concreta, oggettiva, che attraverso, e mediante, l’attenzione, la selezione e la rielaborazione che di essi attuano i media, si reinquadrano, mutano in una nuova e diversa prospettiva e dimensione, quella, appunto, di realtà costruita (mediatica). Tutto ciò vale, inutile dirlo, anche e soprattutto per il medium televisivo ed i suoi testi.
Il sociologo Luhmann individua due diversi sensi della realtà mediatica. Il primo è quello per cui:
“la realtà dei mass media (si potrebbe dire la loro realtà reale) sta nelle loro operazioni. Si stampa e si trasmette; si legge; le trasmissioni vengono ricevute. Questi eventi sono circondati da innumerevoli comunicazioni preparatorie e da commenti successivi”.
Tutto ciò in evidente dipendenza dalle coordinate tecnologiche del medium: “ha quindi senso considerare come realtà dei mass media le comunicazioni che si svolgono al loro interno e le attraversano“.
Poi l’autore identifica il secondo senso della realtà dei mass media, ovvero, ciò che appare ai media stessi o ad altri attraverso di essi come realtà:
“In termini kantiani, si può dire che i mass media generano una illusione trascendentale. In questa accezione l’attività dei mass media non viene considerata semplicemente una sequenza di operazioni ma una sequenza di osservazioni, o più precisamente di operazioni che osservano”.
In definitiva noi società di fruitori e\o analisti, per entrare in contatto con questa dimensione dei media, dobbiamo “osservare il loro osservare“. Per il primo senso possiamo considerare i media nella loro concretezza di fatto, mentre per il secondo ci poniamo innanzi ai media nella loro qualità di osservatori, per cui dobbiamo analizzarli e fruirne come osservatori di osservatori.
Nel mondo, vi sono le azioni e le loro narrazioni, quindi gli eventi e gli eventi mediatici: un’accezione della realtà televisiva e quella della sua la funzione sciamanica nella definizione, organizzazione mediatica e veicolazione degli eventi. La televisione come “fotografo nunziale” che si pone nei confronti dell’evento con un impegno innanzitutto di tipo definitorio. La televisione identifica l’evento, lo delimita, ne desume e oggettiva le caratteristiche oggettive e distintive, le regole costitutive. Scrivono Dayan e Katz: “un secondo aspetto (..) è di tipo ermeneutico. Oltre a identificare l’evento, la televisione ne esplora il contenuto offrendone una interpretazione istantanea. La televisione propone il significato da ascrivere all'evento“.
La televisione, inoltre, una volta deciso un evento in quanto mediatico, lo protegge dagli altri, ne assicura la preminenza e maggiore rilevanza su tutti gli altri generi di notizie ed eventi; la televisione dà risonanza all'atmosfera specifica dell’evento e, come un cane da guardia dell’estetica, fa sì che l’unità di tono e di azione dell’evento stesso venga difesa da interferenze.
In relazione all'evento mediatico la televisione determina la sua definizione, una chiave di interpretazione, i suoi confini, una protezione mediatica e simbolica, una ri-contestualizzazione, una salvaguardia del suo tono e delle sue prerogative, un modello mediatico di contagio sociale, i modelli di accesso, la costruzione del suo proprio contesto liturgico, una dinamica di drammatizzazione, una dinamica narrativa (ed altro ancora). La funzione sciamanica dell’evento televisivo sarà la sua potenza, facoltà, estensione di apparire, manifestarsi in quanto celebrazione, e di avere una dimensione trasformativa del percepire e del sentire comune, sociale. La televisione può, come buona parte degli eventi mediali, essere egemonica o rinforzante nel rinnovare il legame verso i consolidati valori, istituzioni e persone, ma può, anche, determinare uno, sciamanico, immaginario mediatico drammatizzato, che poi avrà rimandi ed effetti a cascata sull'insieme degli attori e degli ambiti sociali. La televisione riformula i suo latente, magico, vitalismo, solo quando si fa carico, incarna, impersonifica, manifesta, riformula ed emana l’evento cerimoniale nella sua stra-ordinarietà. Altrimenti forse è un medium morto. Inerziale. Senza un perché spirituale.
Ma se ci trovassimo, invece – come scrive Enzenberger – innanzi ad una tv medium zero che implica nelle proprie, genetiche, dimensioni organolettiche l’alchemica potenza (Dono? Maledizione?) di atomizzare, nebulizzare, diluire, scompaginare i contenuti della comunicazione che si dispongono e veicolano attraverso di essa? Un medium obliterante, potremmo dire, che leva le lettere da qualsivoglia testo, che lo azzera, che da concretezza lo rende evanescenza: testi televisivi come nubi testuali in osmosi con altre nubi testuali nel mantenimento di un indistinto testuale.
Dagli accenti diversi ma, in fondo, appartenente allo stessa vena di pensiero di atomizzazione del testo, ma con implicazioni filosofiche diverse, è la tesi di Baudrillard che identifica i media come tessitori di “simulazioni” di una dimensione, un universo autonomo, incarnato da un insieme di segni, di simboli, di immagini, di atti della comunicazione che si costituiscono, si federano, in una realtà mediatica, pensata e gestita dai media ed in relazione di causa-effetto con la realtà sociale. Questa realtà mediatica, oltre ad influenzare le azioni sociali, determina nel suo profluvio di segni ed informazioni la dissoluzione dei significati testuali, l’ipertrofia della realtà mediatica (che prende il sopravvento) e l’annullamento delle percezioni delle differenze tra iper-realtà mediatica e reale sociale.
Volenti o nolenti – in ultima analisi ed a prescindere dalle diverse discipline/teorie/ideologie di riferimento – la televisione non fa, quotidianamente, che testimoniare solo una cosa, una sola realtà, una sola ideologia… sé stessa.

mercoledì 5 ottobre 2011

La Padania non esiste.


Padania. Chiediamoci quanti giovani credono si tratti di una realtà territoriale, istituzionale o quanto meno storica. A forza di ripetere la magica parolina, molti si sono convinti che non solo esiste, ma che si tratta anche di un soggetto politico autonomo, in grado dunque di autodeterminarsi. Per questo le parole del Capo dello Stato sono giunte opportune per mettere un fermo alle fantasie: “la Padania non esiste” e chi pensa di passare dalle chiassate nei prati e nelle sagre a qualche forma operativa rischia la galera. Questo in estrema sintesi ha detto Napolitano. Qualcuno ha sottolineato che si è trattato di un duro monito. In realtà non è né duro né morbido, ma solo un dato di fatto, una constatazione realistica che il Presidente della Repubblica ha ritenuto opportuno ribadire per evitare ogni forma di acquiescenza o connivenza con quella strisciante cantilena che inneggia non ad una razionalizzazione federale, bensì alla secessione.

La prima si è rivelata troppo difficile per un esecutivo fondato su slogan e “reciprocità di favori” tra le forze che lo compongono e sulle cui competenze tecniche, oltre che politiche, abbiamo avuto numerosi esempi, l’ultimo dei quali la recente, confusa gestione della manovra. La Costituzione afferma che l’Italia è “una e indivisibile”. Come fanno, dunque, i ministri che a quella costituzione hanno giurato fedeltà, a rimanere al loro posto mentre dichiarano che “l’Italia ha fallito” (si tralascia di dire grazie anche al fattivo contributo del loro governo) e, invece di tirarsi su le maniche, inneggiano allo sfascio. Insomma, i leghisti sono al governo sperando che il Paese affidato alle loro cure vada in malora. Non male, come ennesima, sbalorditiva, peculiarità italiana a livello mondiale. Nessuno Stato possiede un esecutivo che rema contro. Calderoli ha risposto alle dichiarazioni di Napolitano, affermando che il Capo dello Stato non tiene conto del diritto dei popoli. Parole roboanti. Però, si tratta di capire di quale popolo e di quali diritti sta parlando. Sa, ad esempio, quanto “popolo”, anche elettoralmente leghista, ritiene la secessione una cretinata? E il diritto dei milioni di cittadini che vivono al nord di non essere messi in mezzo a queste fanfaluche, chi lo farà rispettare? La Lega ha al suo interno, non è un mistero, amministratori e deputati di ottimo livello politico e tecnico che sono costretti a convivere e fare buon viso a cattivo gioco, di fronte alle prepotenze e alle violenze delegittimanti del nucleo degli “ante marcia”, vale a dire quel “cerchio magico” attorno a Bossi che, tra parenti ed amici, tiene sotto ferreo controllo la base. Forse il richiamo di Napolitano, nella fase della progettazione delle future alleanze dello scenario post-berlusconiano, potrebbe servire ad aprire dei varchi per la nascita di una “nuova” lega, che prenda le distanze da queste pericolose derive (la ex Jugoslavia per noi deve rimanere un monito che ci ricorda come, quando si riduce la “ciccia” attorno all’osso, basta una scintilla di qualche demagogo da strapazzo per mettere in movimento una drammatica slavina).

La parte più responsabile (e capace) della Lega abbandoni ampolle, dito medio e celodurismo e si proponga come forza politica disposta a porre a livello nazionale e in modo serio, il problema, molto sentito, del concreto rapporto tra la gente e le istituzioni e di una nuova organizzazione statuale. Uscire dall’ombrello protettore del capo carismatico (per quanto in declino) non è semplice e richiede un po’ di coraggio, ma solo dall’innovazione e dal coraggio la politica potrà tornare ad essere progetto in una prospettiva che adesso non riusciamo a scorgere.









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