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venerdì 30 ottobre 2026

Oltre la rabbia delle piazze

Milano, Parigi, Limoges, Madrid. Le cronache delle ultime settimane restituiscono fotogrammi inequivocabili: masse di adolescenti e giovanissimi che, nel volgere di pochi istanti, disintegrare il dialogo per votarsi alla furia cieca della devastazione e dello scontro frontale con le forze dell'ordine. Di fronte a simili derive non è concessa alcuna zona d'ombra diplomatica. Le devastazioni urbane e l'aggressione sistematica alle istituzioni non ammettono attenuanti; uno Stato fondato sulla legge e sulla convivenza civile ha il dovere inderogabile di non tollerarle.


Tuttavia, chi detiene un mandato pubblico, una funzione di rappresentanza o una responsabilità di governo non può esaurire il proprio compito nella mera invocazione della sanzione penale. I tribunali faranno il loro corso, com'è giusto che sia in un ordinamento democratico. Ma la politica, i corpi intermedi, i dirigenti d'azienda e gli operatori sociali hanno un onere ben più gravoso: decifrare l'alchimia sotterranea di quella rabbia e disinnescarne le radici prima che tornino a liquefare il tessuto urbano.

Chi scrive vive quotidianamente nel cuore dei meccanismi che regolano la produzione, la retribuzione e la tutela del fattore umano. Per oltre un secolo, il diritto del lavoro ha interpretato la propria missione come un argine millimetrico volto a riequilibrare lo squilibrio contrattuale tra chi possiede i mezzi di produzione e chi offre la propria opera, concentrandosi sul perimetro del salario, sulla durata dell'orario e sui dispositivi di sicurezza.

Oggi, tuttavia, il crinale della disuguaglianza si sposta vertiginosamente a monte. Il divario incolmabile non si genera al momento della firma della lettera d'assunzione, bensì negli anni cruciali in cui un individuo riceve – oppure viene scippato di – gli strumenti cognitivi ed ermeneutici indispensabili per decifrare il contesto in cui è chiamato a esistere. Chi si affaccia sul mercato del lavoro privo di tale corredo critico è già irrimediabilmente soccombente prima ancora di sottoscrivere qualsivoglia accordo sinallagmatico. Nessuna normativa protettiva successiva, per quanto avanzata, potrà mai sanare per intero quella distanza originaria.

Questi strumenti insostituibili rispondono a un nome antico, spesso frainteso: cultura. Non si tratta di erudizione accademica, di polveroso nozionismo o di un vezzo elitario riservato a oligarchie privilegiate. È, molto più prosaicamente e radicalmente, la facoltà di decodificare la realtà circostante, di attribuire un nome preciso alle proprie pulsioni, di smascherare la manipolazione mediatica separandola dall'informazione rigorosa, di concepire per se stessi una traiettoria esistenziale e professionale degna.

Senza questo alfabeto di base, un ragazzo galleggia inerte nell'iperuranio digitale odierno, uno spazio virtuale totalizzante in cui la realtà tangibile viene letteralmente espropriata e in cui algoritmi opachi orientano surrettiziamente desideri, impulsi e sogni.

L'esperienza accumulata nei tavoli di trattativa sindacale e industriale insegna una verità cristallina: non prevale chi ha astrattamente ragione, ma chi possiede la padronanza logica e dialettica per dimostrarla. E per dimostrarla occorrono le parole. Chi è defraudato delle parole perde ogni capacità di difesa, di cittadinanza attiva e persino di dissenso civile. Quando il linguaggio viene meno, l'unico residuo espressivo è il gesto iconoclasta, violento e muto che ammiriamo con sgomento nelle piazze metropolitane.

Per arginare questa emorragia sociale occorre un cambio di rotta radicale: un welfare generativo. Un sistema di protezione attiva che non si limiti ad attendere passivamente il manifestarsi del bisogno per erogare un sussidio compensativo, bensì lo anticipi, dotando la persona degli anticorpi necessari per emanciparsi autonomamente. La cultura ne rappresenta l'architrave insostituibile, poiché restituisce al cittadino la sovranità sui propri diritti. Distinguere le clausole di un contratto, orientarsi nella complessità di una mansione, decifrare una busta paga o denunciare un abuso contrattuale sono competenze praticabili esclusivamente da chi possiede gli strumenti cognitivi per farlo.

Inoltre, la cultura svolge una funzione di coesione formidabile: costringe all'esercizio del pensiero critico, riannoda i fili del patto comunitario per chi si sente ai margini e nobilita l'individuo, svelandogli un orizzonte di valore ben superiore a quello imposto da un punto di partenza degradato.

La nostra Costituzione aveva tracciato questa rotta con lucidità profetica all'articolo 3, affidando alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano la libertà e l'eguaglianza dei cittadini. Lo sviluppo della persona umana e la dignità del lavoro campeggiano nella medesima disposizione non per un vezzo stilistico, ma per un nesso di causa ed effetto ineludibile.

Quando ho assunto la guida dell'Inps, la prima intuizione è stata proprio questa. Molti mi chiesero, sbigottiti, quale nesso potesse sussistere tra la missione di un grande istituto previdenziale e la promozione culturale. La risposta riposa nell'architettura stessa del nostro patto sociale. Le pensioni del domani si reggono strutturalmente sul lavoro prestato dai giovani di oggi. E la qualità, la stabilità e la produttività di quel lavoro dipendono in modo diretto dalla solidità della formazione ricevuta. Dalla robustezza del tessuto culturale discende la continuità contributiva e, di conseguenza, l'adeguatezza futura dei trattamenti di quiescenza.

La cultura non è un orpello marginale: è il pilastro fondante della sostenibilità previdenziale. Esiste poi un nesso etico, forse meno tangibile ma decisivo: la previdenza costituisce un patto intergenerazionale fondato sulla fiducia reciproca. Un ragazzo a cui la società nega un ruolo, una prospettiva e una dignità non nutrirà mai alcuna motivazione razionale per sostenere un sistema che gli chiede di sacrificare risorse per le generazioni precedenti. In un Paese che invecchia inesorabilmente e registra minimi storici di natalità, questa erosione di fiducia è una voragine che non possiamo permetterci di spalancare.

Ecco perché il deficit formativo odierno rappresenta la vera e propria questione previdenziale di domani. Un istituto di previdenza non può limitarsi a presidiare l'ingresso nel mondo del lavoro; deve scendere in campo prima. Per sua natura, l'Inps risponde a istanze e domande, ma per inoltrare una domanda occorre la consapevolezza di possedere un diritto e la competenza per farlo valere, esattamente ciò difetta a chi cresce in un deserto culturale.

Abbiamo invertito la rotta: anziché attendere che i soggetti più fragili soccombano, siamo andati noi incontro ai ragazzi nei loro luoghi di aggregazione e formazione, nelle scuole e nelle università, privilegiando l'ascolto preventivo rispetto alla burocrazia esplicativa. Abbiamo strutturato portali dedicati che parlano il loro lessico e aperto canali di accesso al sapere per le famiglie. Significa accompagnare l'individuo prima, durante e dopo l'esperienza lavorativa, affinché lo Stato non si ponga unicamente come esattore o erogatore di una pensione lontana, ma come alleato autorevole nella costruzione del percorso di vita.

Mentre progettiamo il riscatto sociale ed educativo delle nuove generazioni, il sistema economico reale e produttivo italiano attraversa una fase di marcata turbolenza. Gli ultimi dati Istat certificano che la pressione inflazionistica è tornata ad azzannare i bilanci delle imprese, proiettando ombre sinistre sulla continuità produttiva. A settembre, i prezzi alla produzione dell'industria hanno registrato un balzo del 2,9% congiunturale e del 13,8% su base annua, accelerando nettamente rispetto al +10,9% del mese precedente. A fungere da miccia sono ancora una volta i costi energetici, con un'esplosione tendenziale del 17,4% sul mercato interno (mentre la componente depurata dall'energia si attesta a un ben più moderato +3,5%).

Il quadro del fatturato manifatturiero e dei servizi offre prospettive ancor più sfumate e preoccupanti. Ad agosto, il giro d'affari industriale ha evidenziato una contrazione dello 0,9% in valore e del 3,5% in volume rispetto al mese precedente; su base annua il valore nominale mostra un +4,2%, ma i volumi reali crollano del 2,9%. Nel terziario la dinamica si replica con un timido +3,6% in valore a fronte di una flessione dello 0,5% nei volumi.

La diagnosi è cristallina e impietosa: i rincari alimentano fittiziamente i ricavi nominali delle aziende, ma strangolano l'effettiva operatività. È il classico campanello d'allarme per un tessuto industriale stretto nella morsa di costi di produzione insostenibili e di una domanda interna ed esterna anemica.

In questo scenario di transizione e di manovra di bilancio in fieri, si moltiplicano le rivendicazioni dei corpi intermedi tese a difendere la stabilità strutturale del Paese. Dal fronte assicurativo si leva una voce ferma contro l'ipotesi di nuovi prelievi fiscali estemporanei.

«Non siamo un giacimento fiscale da sfruttare per logiche di cassa di breve periodo. Siamo, al contrario, i custodi del risparmio degli italiani»,

ha tuonato il presidente dell'Ania, Giovanni Liverani, dal convegno dedicato alla previdenza universale, invocando il rispetto rigoroso dei principi di proporzionalità, ragionevolezza ed equità in ogni intervento normativo. Il settore vanta numeri imponenti: nell'ultimo anno sono stati risarciti 18 milioni tra cittadini e imprese per un ammontare di 42 miliardi, a fronte di prestazioni complessive superiori a 93 miliardi. La richiesta prioritaria al legislatore è l'ancoraggio a condizioni normative e fiscali stabili.

Nello stesso consesso, Liverani ha rilanciato una proposta di forte impatto strategico per invertire il declino demografico: l'istituzione di un salvadanaio previdenziale statale per ogni nuovo nato da inserire nella prossima legge di bilancio. Una dote iniziale pubblica da allocare in un piano di accumulo alimentabile dal nucleo familiare, assistito da generosi incentivi fiscali e gestito in un regime di sana concorrenza tra operatori di mercato. Una misura che rifugge da logiche puramente assistenzialistiche per configurarsi come un volano strutturale contro l'inverno demografico.

Sul fronte contingente, intanto, la Gazzetta Ufficiale ha sancito il ritorno temporaneo del taglio delle accise sul gasolio per il periodo compreso tra il 28 ottobre e il 7 novembre: una riduzione di circa 4 centesimi al litro (4,9 centesimi computando l'Iva), finanziata interamente per 38,7 milioni di euro grazie al maggiore gettito Iva registrato a settembre a seguito dell'impennata delle quotazioni petrolifere. Un cuscinetto di sollievo temporaneo che restituisce agli automobilisti parte del extra-gettito accumulato dallo Stato.

La scommessa sulla responsabilità adulta

Il Capo dello Stato ci ha ammonito con saggezza istituzionale: occorre accordare fiducia ai giovani «ampiamente e concretamente». La declinazione più autentica di questo imperativo consiste nel trattare lo svantaggio educativo non come un accidente marginale, ma come un rischio sistemico di prima grandezza, equiparabile per pericolosità alla crisi occupazionale o all'emergenza sanitaria, strutturando attorno ad esso reti di protezione capillari.

Nessun ministero, nessun ente previdenziale e nessuna azienda può vincere questa scommessa in solitudine. È una chiamata alle armi che interpella con pari responsabilità le istituzioni scolastiche, le imprese manifatturiere e dei servizi, i territori, il terzo settore e l'intero ecosistema culturale.

Ai nostri ragazzi dobbiamo pretendere il rispetto rigoroso delle regole della convivenza democratica. Ma a noi adulti spetta l'onere preliminare di dimostrare con i fatti tangibili che il loro destino ci sta sinceramente a cuore. Investire risorse imponenti nella loro formazione e nella loro emancipazione culturale non è un atto di generosità astratta, bensì la mossa più lungimirante che un Paese maturo possa compiere. Perché chi ha imparato a pensare con la propria testa possiede uno scudo infinitamente più solido, resiliente e fecondo di qualunque forma di rabbia cieca.

mercoledì 21 febbraio 2018

Le società di social media "devono obbedire" alle norme UE a tutela dei consumatori

Le società di social media devono fare di più per ottemperare alle richieste presentate lo scorso marzo dalla Commissione europea e dalle autorità nazionali di tutela dei consumatori per garantire il rispetto delle norme UE a tutela dei consumatori. Sono state pubblicate le modifiche apportate da Facebook, Twitter e Google+ per allineare le rispettive clausole contrattuali alle norme dell'UE a tutela dei consumatori. Queste modifiche andranno a beneficio di oltre 250 milioni di consumatori dell'UE che utilizzano i social media: i consumatori non saranno costretti a rinunciare ai diritti inderogabili che l'UE riconosce loro, come il diritto di recedere da un acquisto online; potranno presentare reclamo in Europa anziché in California; e le piattaforme si assumeranno le loro responsabilità verso i consumatori dell'Unione, analogamente ai prestatori di servizi offline. Tuttavia, le modifiche soddisfano solo in parte i requisiti della normativa UE in materia di consumatori.

Vĕra Jourová, Commissaria europea per la Giustizia, i consumatori e la parità di genere, ha dichiarato: "Poiché sono usate come piattaforme pubblicitarie e commerciali, le reti di social media devono osservare pienamente le norme a tutela dei consumatori. Mi compiaccio che l'azione intrapresa dalle autorità nazionali per far rispettare tali norme stia dando i suoi frutti e che alcune società stiano rendendo le loro piattaforme più sicure per i consumatori; è tuttavia inaccettabile che questo processo non si sia ancora concluso e richieda così tanto tempo. Ciò conferma la necessità di un "New deal per i consumatori": le norme UE a tutela dei consumatori devono essere rispettate e le società che non lo fanno devono essere soggette a sanzioni.". Mentre le ultime proposte di Google sembrano in linea con le richieste formulate dalle autorità di tutela dei consu-matori, Facebook e, più significativamente, Twitter hanno rimediato solo in parte a importanti aspetti riguardanti le loro responsabilità e il modo in cui gli utenti sono informati della possibilità di rimuovere i contenuti o recedere dal contratto. Per quanto riguarda la procedura di "notifica e azione" usata dalle autorità di tutela dei consumatori per segnalare con-tenuti illeciti e richiederne la rimozione, le modifiche apportate da alcune società sono insufficienti. Mentre Google+ ha istituito un protocollo che prevede, tra l'altro, termini per il trattamento delle richieste, Facebook e Twitter hanno con-cordato solo di mettere a disposizione delle autorità nazionali un apposito indirizzo di posta elettronica per la notifica delle violazioni, senza impegnarsi a trattare le richieste entro termini precisi. A seguito di varie denunce di consumatori dell'UE che sono stati vittime di frodi o truffe durante la consultazione di siti di social media e ai quali sono state imposte clausole contrattuali non conformi alle norme UE a tutela dei consumatori, nel marzo 2016 è stata avviata un'azione per far rispettare la normativa UE. Gli operatori di social media hanno quindi convenuto di modificare:
  1. le clausole che limitano o escludono integralmente la responsabilità della rete di social media in relazione alla presta-zione del servizio;
  2. e clausole che impongono ai consumatori di rinunciare ai diritti inderogabili che l'UE riconosce loro, come il diritto di recedere da un acquisto online;
  3. le clausole che privano il consumatore del diritto di rivolgersi a un organo giurisdizionale dello Stato membro di resi-denza e che prevedono l'applicazione della legge della California;
  4. le clausole che liberano la piattaforma dall'obbligo di individuare le comunicazioni commerciali e i contenuti sponso-rizzati.
Le società si sono impegnate ad attuare le modifiche delle clausole contrattuali in tutte le versioni linguistiche nel primo trimestre del 2018.

Prossime tappe

Come indicato nella comunicazione sulla lotta contro i contenuti illeciti online pubblicata nel settembre 2017, la Com-missione si aspetta che le piattaforme online individuino e rimuovano rapidamente e proattivamente i contenuti illeciti e ne prevengano la ricomparsa. La Commissione sta lavorando alle azioni che daranno seguito a questa comunicazione. Le autorità nazionali di tutela dei consumatori e la Commissione monitoreranno l'attuazione delle modifiche promesse e si avvarranno attivamente della procedura di "notifica e azione" offerta dalle società. Si concentreranno sui contenuti commerciali illeciti riguardanti abbonamenti non desiderati e altre truffe. Inoltre potranno prendere le misure del caso, comprese quelle per far rispettare la normativa. In aprile la Commissione presenterà un "New deal per i consumatori". Tale riforma proporrà di ammodernare l'attuale diritto dei consumatori e ne garantirà la corretta applicazione.

Contesto 

 Il 16 marzo 2017 le autorità dell'UE di tutela dei consumatori e la Commissione europea hanno incontrato le società in questione per ascoltare e discutere le soluzioni proposte. A seguito di tale riunione, le società hanno apportato alcune modifiche alle loro clausole contrattuali. Tuttavia, la Commissione e le autorità di tutela dei consumatori ritengono che urgano altre modifiche (cfr. comunicato stampa). Nel novembre 2016 le autorità della rete di cooperazione per la tutela dei consumatori, sotto la guida della direzione generale francese per la concorrenza, il consumo e la repressione delle frodi, hanno inviato a Facebook, Twitter e Google + una posizione comune chiedendo di migliorare una serie di clausole contrattuali e istituire un sistema per contrastare, su notifica, i contenuti commerciali illeciti . Il regolamento UE sulla cooperazione per la tutela dei consumatori riunisce le autorità nazionali di tutela dei consumatori in un'apposita rete paneuropea grazie alla quale un'autorità nazionale di uno Stato membro può chiedere alla propria omologa di un altro Stato membro di intervenire in caso di violazione transfrontaliera di una norma UE a tutela dei consumatori.
La cooperazione è comune per vari atti legislativi che tutelano i consumatori, ad esempio la direttiva sulle pratiche commerciali sleali, la direttiva sul commercio elettronico, la direttiva sui diritti dei consumatori e la direttiva sulle clausole abusive nei contratti. Nell'ambito della rete di cooperazione per la tutela dei consumatori le autorità riesaminano regolarmente le questioni di interesse comune per la tutela dei consumatori nel mercato unico e coordinano la loro vigi-lanza del mercato e le potenziali azioni per far rispettare la normativa. La Commissione agevola lo scambio di informazioni fra le autorità e il loro coordinamento. Le piattaforme online devono assumersi maggiori responsabilità per quanto riguarda la gestione dei contenuti. La comunicazione fornisce strumenti comuni per individuare e rimuovere rapidamente e proattivamente i contenuti illeciti e prevenirne la ricomparsa.

Fonte Link

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