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venerdì 5 dicembre 2025

LA LETTERA DI EINSTEIN A ROOSEVELT

Nonostante il fallimento di Heisenberg, la notizia dei suoi esperimenti arrivò in Svizzera e da lì agli Stati Uniti. L’enfasi che caratterizzò queste comunicazioni fu tanto esagerata che negli USA si pensò che Heisenberg aveva ottenuto la prima esplosione nucleare, cosa che determinò una decisa accelerazione verso un progetto di fabbricazione della bomba da parte degli Stati Uniti. 


A fronte di queste reazioni, ci fu tra gli scienziati una netta presa di coscienza del pericolo a cui si andava incontro. Il 12 luglio 1939 i fisici Szilard e Wigner si recarono da Einstein per comunicargli lo stato dell’arte in merito alle conoscenze relative alla fissione e alla possibilità quanto meno teorica di realizzare un ordigno nucleare. Einstein era a digiuno di fisica nucleare, ma era in buoni rapporti con i reali del Belgio, di cui il Congo ricco di miniere di uranio era una colonia. 

La sua voce sarebbe stata ascoltata e i reali del Belgio avrebbero capito la reale importanza sullo scenario di guerra dei giacimenti di cui erano i controllori. Szilard accompagnato da Teller, tornò da Einstein il 2 agosto per convincerlo ad inviare una lettera al presidente Roosevelt, in cui venivano espressi i timori relativi alla bomba. Fu il primo passo verso una presa di consapevolezza da parte dell’amministrazione americana che era ormai necessario affrontare la questione.

Nell’agosto del 1939 fu recapitata una lettera alla casa bianca. Il messaggio era chiaro: la Germania nazista stava facendo studi sulla fissione nucleare per la costruzione della bomba atomica e suggeriva che gli Stati Uniti avrebbero dovuto iniziare lo stesso percorso di ricerca. Stimolato dalla lettera, Roosevelt dette via a un serie di iniziative che culminarono poi con il Progetto Manhattan.

Tale lettera fu scritta quasi interamente da Leó Szilárd, fisico e scrittore ungherese, con il consulto di altri due colleghi e fu firmata dalla massima autorità scientifica dell'epoca: Albert Einstein. Nonostante ciò egli non prese mai parte al progetto della bomba e, secondo lo scienziato e attivista statunitense Linus Pauling, lo scienziato si pentì di aver firmato la lettera. 

Non si pentì invece di firmare un appello al Presidente Truman, che aveva succeduto Roosevelt, dove condannava l’uso dell'arma atomica. Dopo essere stato ignorato e dopo la distruzione delle città di Hiroshima e Nagasaki, Einstein scrisse “si è conquistata la vittoria, non la pace.”


venerdì 17 aprile 2020

Princìpi e valori al tempo del Coronavirus


Viviamo in un periodo di grande confusione, attanagliati da una crisi economica che non sembra diminuire, che non possiamo definire solo economico-finanziaria perché sarebbe estremamente riduttivo. La crisi che stiamo vivendo alla sua chiara origine, nello squilibrio di elementi di impostazioni culturali e di valore, in questo squilibrio ci ha travolto la società. Il lavoro è stato sempre più ridotto nella sua portata, corrotto da precarietà e sfruttamento, considerato quasi superato ed una delle conseguenze più gravi è stato proprio la perdita progressiva del senso del lavoro. E' necessaria oggi una forte rivalutazione della centralità del valore lavoro come elemento di affermazione concreta della speranza, della dignità di ogni persona umana, l'obiettivo primario deve essere quindi un'elaborazione sul piano culturale economico e sociale. 
Il nuovo Umanesimo sociale del Lavoro essenziale anche per una positiva evoluzione della "coesione" sociale. Un'economia globale cioè senza barriere, non deve diventare un'economia senza regole, senza attenzione all'occupazione, alla disoccupazione, ai disagi delle persone delle famiglie e in questo quadro, le nostre comunità devono diventare luoghi, dove si educa al lavoro, e ha i suoi valori fondamentali alle sue dimensioni umane.
Il suo senso profondo è dove si possono mettere insieme idee e risorse, di fronte alla pericolosa caduta, segnato dall'ossessiva aspirazione al benessere e dall'edonismo. Siamo chiamati con lucidità del realismo storico a coltivare la speranza. Dobbiamo mantenere una visione alta del Lavoro umano, del buon lavoro, per un momento i diritti fondamentali dei lavoratori pur nella necessità di attivarne le forme giuridiche, coltivano la dimensione comunitaria e solidale dell'amore della stessa impresa.
Argine all'individualismo e alla frammentazione è il lavoro, ha costantemente il primato sul capitale e l'uomo ha il primato sul lavoro. Possiamo fare qualcosa armonizzando il lavoro e la vita complessiva della persona che lavora, rispettando il gioco e riposo, il tempo della festa, facendo procedere di pari passo in connessione le politiche del lavoro e quelle della famiglia, garantendo la possibilità reale concreta di strumenti di previdenza sociale, incrementando la capacità di fare imprese, valorizzando l'economia civile sull'ideale.
Tutto questo ormai nell'era dell'Innovazione, che sta portando cambiamenti ben più importanti rispetto alle precedenti rivoluzioni tecnologiche deve essere una regola.
E' necessario comprendere le sfide che offre, prevedere delle strategie e dei piani a lungo termine.
In Italia è forte il dualismo tra un atteggiamento aziendale innovativo, quello che investe sui lavoratori e un approccio opposto così retrogrado da non vedere il nuovo luogo di lavoro come un posto dove realizzarsi.
La tecnologia può anche aiutare in molti casi l'azione di umanizzazione del Lavoro, delegare alle macchine, ed esso riduce l'impiego di esseri umani nei lavori pesanti e ripetitivi. In questo contesto, solo un processo di formazione continua potrà aiutare il lavoratore ad affrontare il mutamento in corso ed acquisire nuove professionalità. La formazione continua è la chiave che più di altre potrà aprire a molti lavoratori le porti del futuro. Il lavoro dovrà essere un nodo centrale anche dell'economia futura.
Servono princìpi e valori che abbiamo la fortuna di avere nel nostro DNA, nel nostro bagaglio culturale.

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