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mercoledì 7 ottobre 2026

Economia, lavoro e futuro: la triplice sfida dell'Italia tra pensioni, potere d'acquisto e capitale umano

Il margine di manovra sul fronte previdenziale per il 2027 appare fortemente ridotto. Come evidenziato dal Documento programmatico di finanza pubblica, le risorse disponibili sono limitate da una spesa pensionistica in crescita del 4,2%, trainata dal meccanismo di perequazione legato al costo della vita (indice FOI al netto dei tabacchi). L'esborso complessivo salirà da 351,8 miliardi a 366,5 miliardi di euro, con un incremento di 14,7 miliardi.


Nel decreto autunnale dei ministeri dell'Economia e del Lavoro verrà fissata la percentuale provvisoria di rivalutazione (stimata al 2,9%), salvo successivi conguagli definiti dall'Istat. Attualmente, la salvaguardia del potere d'acquisto prevede il recupero del 100% dell'inflazione per gli assegni fino a quattro volte il trattamento minimo, il 90% per la fascia tra quattro e cinque volte, e il 75% per le quote superiori. Con l'applicazione progressiva per scaglioni, la maggioranza dei trattamenti riceve una tutela completa.

Per contenere i costi, l'esecutivo valuta il ritorno al modello adottato nel biennio 2023-2024: una rivalutazione a blocchi sull'intero importo dell'assegno, misura penalizzante per i pensionati ma capace di generare risparmi per oltre 6 miliardi complessivi. In parallelo, il rapporto tra spesa previdenziale e PIL passerà dal 15,1% al 15,3%, spingendo il costo totale delle prestazioni sociali al 20,4% del prodotto interno lordo (488,1 miliardi).

Sul tavolo della legge di Bilancio peserà inoltre il tema del Trattamento di Fine Servizio (TFS) per i dipendenti pubblici. A seguito dei rilievi della Corte Costituzionale sul differimento dei pagamenti, il governo stimerebbe uno stanziamento preliminare di circa 600 milioni di euro in vista della pronuncia della Consulta attesa per l'inizio del 2027.

Tra le altre misure in discussione:

  • Previdenza per i neonati: Sfumata l'ipotesi iniziale dell'Inps guidato da Gabriele Fava (un fondo da 1.000 euro all'anno per nato, ritenuto insostenibile sui conti pubblici), si valutano la revisione del bonus bebè o modelli ispirati all'estero, come il conto integrativo dai 6 ai 18 anni o un contributo unico alla nascita.

  • Flessibilità in uscita: La proposta del sottosegretario Claudio Durigon di consentire l'uscita a 64 anni per chi ha iniziato a versare prima del 1996 (a fronte di 3 volte l'assegno sociale e del passaggio al ricalcolo contributivo) comporta una stima di costo di 1,5 miliardi annui, con tagli stimati dalle parti sociali nell'ordine del 10% sull'assegno finale.

Salari, classe media e la tenuta delle istituzioni democratiche

Le difficoltà economiche non riguardano solo i pensionati, ma investono direttamente la classe media e il lavoro dipendente. La perdita di potere d'acquisto e la stagnazione retributiva stanno ridefinendo la stratificazione sociale del Paese.

Stando ai rilevamenti OCSE, le retribuzioni medie in Italia si attestano su livelli sensibilmente inferiori rispetto ai principali competitor europei (circa 34.700 euro contro gli oltre 44.000 della Francia e i 55.000 della Germania). Inoltre, nel primo trimestre del 2026 i salari reali risultavano ancora contratti del 6,1% rispetto ai valori del 2021. Questo divario strutturale affonda le radici nella ridotta dimensione d'impresa, nei ritardi di produttività e in strategie competitive fondate sul contenimento dei costi del lavoro piuttosto che sull'innovazione tecnologica.

Da una prospettiva sia politica sia di gestione delle risorse umane, la questione salariale trascende la mera dimensione economica. La valorizzazione del lavoro è un presupposto essenziale per la coesione e la partecipazione democratica:

  • Fiducia nelle istituzioni: La percezione di un progressivo impoverimento riduce l'efficacia dell'azione politica percepita, alimentando astensionismo ed elettorato di protesta.

  • Soddisfazione contrattuale: Garantire retribuzioni adeguate e prospettive di stabilità rappresenta la base per la fidelizzazione del personale e la tutela della dignità del lavoratore.

La svolta nei flussi migratori: aumentano i rientri dei giovani talenti

A fronte delle criticità strutturali sul mercato del lavoro, emerge un trend positivo per quanto riguarda l'attrattività del capitale umano qualificato. Tra il 2021 e il 2025 si è registrato il rientro in Italia di circa 129.000 giovani italiani di età compresa tra i 18 e i 39 anni, con una crescita del 32,9% rispetto al quinquennio precedente, a fronte di partenze sostanzialmente stabili (+2,1%).

IndicatoreQuinquennio 2016-2020Quinquennio 2021-2025Variazione %
Rientri (18-39 anni)97.353129.362+32,9%
Espatri (18-39 anni)318.819325.431+2,1%
Tasso di rientro31 rientri / 100 espatri40 rientri / 100 espatri+29,0%

Il profilo dei rientranti evidenzia un'età media di circa 30 anni, con un bagaglio di competenze maturato prevalentemente in Paesi europei (Regno Unito e Germania in primis). Il Nord Italia accoglie oltre la metà dei flussi (con la Lombardia in posizione di guida), mentre il Mezzogiorno ne assorbe oltre il 30%.

Le motivazioni del ritorno sono legate prevalentemente a ragioni personali, familiari e al desiderio di migliorare la qualità della vita, oltre che all'impatto delle agevolazioni fiscali. Sebbene oltre il 70% degli interessati si dichiari maggiormente soddisfatto della propria vita complessiva in Italia, la valutazione sul piano retributivo resta critica: solo il 42,9% ritiene il proprio stipendio commisurato al costo della vita rispetto all'esperienza matura all'estero.

Rendere strutturale questa inversione di tendenza richiede interventi integrati di HR e di politica economica: non bastano gli incentivi fiscali, occorre creare contesti aziendali competitivi, con piani di carriera chiari, retribuzioni allineate agli standard europei e organizzazioni capaci di valorizzare le competenze maturate all'estero.

La trasformazione del Fleet Management: da funzione operativa a leva strategica

Nel quadro dell'organizzazione aziendale moderna, la gestione della mobilità e dei trasporti interni ha superato la dimensione puramente logistica per assumere un ruolo guida nei processi decisionale ed ESG.

Durante la Fleet Manager Academy svoltasi a ottobre 2026 a Bologna, i dati forniti dall'Arval Mobility Observatory su un campione di 200 professionisti del settore hanno tracciato l'identikit del fleet manager contemporaneo:

  1. Gestione del TCO (Total Cost of Ownership): Il contenimento dei costi di gestione dei veicoli rimane la priorità principale, affiancata dai bilanci di sostenibilità e dal reporting dei dati aziendali.

  2. Asimmetria tra responsabilità e controllo: Si rileva un significativo divario organizzativo. I responsabili della mobilità percepiscono un elevato grado di responsabilità nell'elettrificazione del parco auto e nel rispetto dei parametri ESG, a fronte di una limitata autonomia sulle decisioni di budget e sulle infrastrutture di ricarica.

  3. Mediazione organizzativa: La funzione si sta evolvendo verso un ruolo d'indirizzo strategico capace di bilanciare le esigenze di sostenibilità ambientale, le aspettative dei dipendenti (driver satisfaction) e gli obiettivi finanziari indicati dal top management.

lunedì 28 dicembre 2009

Riscatto della Laurea: boom di richieste



Sarà la crisi finanziaria, sarà la certezza che le pensioni del futuro saranno sempre più magre, ma il riscatto degli anni di laurea come delineato dalla nuova legge (la 247 del 2007) piace sempre di più. Lo testimoniano gli ultimi dati Inps che certificano un aumento del 250% delle pratiche di riscatto nei primi 9 mesi del 2008 rispetto allo stesso periodo del 2007.
L’ultima riforma delle pensioni ha reso del resto sicuramente più vantaggioso il riscatto della laurea da parte dei lavoratori più giovani. Il riscatto della laurea ora è possibile anche se non si ha ancora un lavoro e, di conseguenza, un reddito. In questi casi per calcolare il contributo da versare per ogni anno da riscattare si applica l’aliquota del 33% al minimo contributivo dei lavoratori autonomi, pari nel 2008 a 13.819,00 euro. In pratica per ogni anno si spendono 4.560 euro. Occorre ricordare però che si riscattano solo gli anni accademici effettivi del corso di laurea, esclusi gli anni «fuori corso». Si possono riscattare anche i periodi di studio previsti per ottenere diplomi di specializzazione, diplomi rilasciati da scuole parauniversitarie e dottorati di ricerca. I contributi vanno versati all’Inps che li accantona e, su domanda dell’interessato, li trasferirà poi all’ente di previdenza cui il lavoratore risulterà successivamente iscritto. Il termine di riferimento, il minimale degli autonomi è abbastanza vantaggioso, soprattutto se il primo impiego avverrà poi con uno stipendio migliore.
Altra grande novità è il fatto che il contributo può essere detratto dai genitori con aliquota del 19%. In pratica lo sconto Irpef che si ottiene quest’anno è di 852 euro. Una volta poi trovata l’indipendenza economica, il contributo potrà essere dedotto direttamente dal reddito del lavoratore. Ricordiamo che i contributi per il riscatto versati direttamente dal lavoratore sono invece interamente deducibili dal reddito (il trattamento fiscale è quindi più vantaggioso). Altro vantaggio della riforma è la possibilità di pagare il riscatto, per le domande presentate dal 2008, in 120 rate mensili senza interessi. Sempre grazie alla riforma anche nel regime tutto contributivo i contributi da riscatto sono utili per raggiungere i requisiti pensionistici.
Il costo non elevato, la possibilità di pagare in 10 anni senza interessi, rendono quindi l’operazione decisamente appetibile per i giovani. Tenuto conto delle due motivazioni principali che spingono al riscatto: avere una rendita più elevata e/o anticipare i tempi della pensione. Lo dimostrano del resto anche le elaborazioni realizzate da Progetica, società indipendente di consulenza previdenziale e finanziaria, per Corriere Economia. Se si mette a confronto quanto si incassa di maggiore pensione grazie al riscatto si vede che l’indice di efficienza (che rappresenta quanti euro di pensione genera un euro di versamento) è sempre superiore a 1 e che quindi l’operazione è sempre conveniente.
E non solo. Il vantaggio permane in media anche se il riscatto viene effettuato molto dopo il termine del corso di studi. Prendendo ad esempio un lavoratore e una lavoratrice che hanno cominciato a lavorare a 25 anni, l’indice di efficienza è superiore a 1 anche quando il riscatto viene effettuato tra i 40 e i 55 anni di età del beneficiario e quindi anche in questo caso conviene. La convenienza finanziaria dell’operazione è dimostrata anche da un altro dato sempre presente nelle tabelle. Il tasso di sostituzione – rapporto tra pensione e ultimo reddito – cresce anche di 7/8 punti percentuali. Portando così anche chi avrà la pensione mista a percentuali di copertura intorno al 65/70%. Inoltre per i contribuenti più anziani c’è un altro grande vantaggio che si può ottenere: quello di valicare il limite dei 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995, che fa da spartiacque tra regime misto e retributivo.
fonte: corriere della sera

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