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mercoledì 7 ottobre 2026

Economia, lavoro e futuro: la triplice sfida dell'Italia tra pensioni, potere d'acquisto e capitale umano

Il margine di manovra sul fronte previdenziale per il 2027 appare fortemente ridotto. Come evidenziato dal Documento programmatico di finanza pubblica, le risorse disponibili sono limitate da una spesa pensionistica in crescita del 4,2%, trainata dal meccanismo di perequazione legato al costo della vita (indice FOI al netto dei tabacchi). L'esborso complessivo salirà da 351,8 miliardi a 366,5 miliardi di euro, con un incremento di 14,7 miliardi.


Nel decreto autunnale dei ministeri dell'Economia e del Lavoro verrà fissata la percentuale provvisoria di rivalutazione (stimata al 2,9%), salvo successivi conguagli definiti dall'Istat. Attualmente, la salvaguardia del potere d'acquisto prevede il recupero del 100% dell'inflazione per gli assegni fino a quattro volte il trattamento minimo, il 90% per la fascia tra quattro e cinque volte, e il 75% per le quote superiori. Con l'applicazione progressiva per scaglioni, la maggioranza dei trattamenti riceve una tutela completa.

Per contenere i costi, l'esecutivo valuta il ritorno al modello adottato nel biennio 2023-2024: una rivalutazione a blocchi sull'intero importo dell'assegno, misura penalizzante per i pensionati ma capace di generare risparmi per oltre 6 miliardi complessivi. In parallelo, il rapporto tra spesa previdenziale e PIL passerà dal 15,1% al 15,3%, spingendo il costo totale delle prestazioni sociali al 20,4% del prodotto interno lordo (488,1 miliardi).

Sul tavolo della legge di Bilancio peserà inoltre il tema del Trattamento di Fine Servizio (TFS) per i dipendenti pubblici. A seguito dei rilievi della Corte Costituzionale sul differimento dei pagamenti, il governo stimerebbe uno stanziamento preliminare di circa 600 milioni di euro in vista della pronuncia della Consulta attesa per l'inizio del 2027.

Tra le altre misure in discussione:

  • Previdenza per i neonati: Sfumata l'ipotesi iniziale dell'Inps guidato da Gabriele Fava (un fondo da 1.000 euro all'anno per nato, ritenuto insostenibile sui conti pubblici), si valutano la revisione del bonus bebè o modelli ispirati all'estero, come il conto integrativo dai 6 ai 18 anni o un contributo unico alla nascita.

  • Flessibilità in uscita: La proposta del sottosegretario Claudio Durigon di consentire l'uscita a 64 anni per chi ha iniziato a versare prima del 1996 (a fronte di 3 volte l'assegno sociale e del passaggio al ricalcolo contributivo) comporta una stima di costo di 1,5 miliardi annui, con tagli stimati dalle parti sociali nell'ordine del 10% sull'assegno finale.

Salari, classe media e la tenuta delle istituzioni democratiche

Le difficoltà economiche non riguardano solo i pensionati, ma investono direttamente la classe media e il lavoro dipendente. La perdita di potere d'acquisto e la stagnazione retributiva stanno ridefinendo la stratificazione sociale del Paese.

Stando ai rilevamenti OCSE, le retribuzioni medie in Italia si attestano su livelli sensibilmente inferiori rispetto ai principali competitor europei (circa 34.700 euro contro gli oltre 44.000 della Francia e i 55.000 della Germania). Inoltre, nel primo trimestre del 2026 i salari reali risultavano ancora contratti del 6,1% rispetto ai valori del 2021. Questo divario strutturale affonda le radici nella ridotta dimensione d'impresa, nei ritardi di produttività e in strategie competitive fondate sul contenimento dei costi del lavoro piuttosto che sull'innovazione tecnologica.

Da una prospettiva sia politica sia di gestione delle risorse umane, la questione salariale trascende la mera dimensione economica. La valorizzazione del lavoro è un presupposto essenziale per la coesione e la partecipazione democratica:

  • Fiducia nelle istituzioni: La percezione di un progressivo impoverimento riduce l'efficacia dell'azione politica percepita, alimentando astensionismo ed elettorato di protesta.

  • Soddisfazione contrattuale: Garantire retribuzioni adeguate e prospettive di stabilità rappresenta la base per la fidelizzazione del personale e la tutela della dignità del lavoratore.

La svolta nei flussi migratori: aumentano i rientri dei giovani talenti

A fronte delle criticità strutturali sul mercato del lavoro, emerge un trend positivo per quanto riguarda l'attrattività del capitale umano qualificato. Tra il 2021 e il 2025 si è registrato il rientro in Italia di circa 129.000 giovani italiani di età compresa tra i 18 e i 39 anni, con una crescita del 32,9% rispetto al quinquennio precedente, a fronte di partenze sostanzialmente stabili (+2,1%).

IndicatoreQuinquennio 2016-2020Quinquennio 2021-2025Variazione %
Rientri (18-39 anni)97.353129.362+32,9%
Espatri (18-39 anni)318.819325.431+2,1%
Tasso di rientro31 rientri / 100 espatri40 rientri / 100 espatri+29,0%

Il profilo dei rientranti evidenzia un'età media di circa 30 anni, con un bagaglio di competenze maturato prevalentemente in Paesi europei (Regno Unito e Germania in primis). Il Nord Italia accoglie oltre la metà dei flussi (con la Lombardia in posizione di guida), mentre il Mezzogiorno ne assorbe oltre il 30%.

Le motivazioni del ritorno sono legate prevalentemente a ragioni personali, familiari e al desiderio di migliorare la qualità della vita, oltre che all'impatto delle agevolazioni fiscali. Sebbene oltre il 70% degli interessati si dichiari maggiormente soddisfatto della propria vita complessiva in Italia, la valutazione sul piano retributivo resta critica: solo il 42,9% ritiene il proprio stipendio commisurato al costo della vita rispetto all'esperienza matura all'estero.

Rendere strutturale questa inversione di tendenza richiede interventi integrati di HR e di politica economica: non bastano gli incentivi fiscali, occorre creare contesti aziendali competitivi, con piani di carriera chiari, retribuzioni allineate agli standard europei e organizzazioni capaci di valorizzare le competenze maturate all'estero.

La trasformazione del Fleet Management: da funzione operativa a leva strategica

Nel quadro dell'organizzazione aziendale moderna, la gestione della mobilità e dei trasporti interni ha superato la dimensione puramente logistica per assumere un ruolo guida nei processi decisionale ed ESG.

Durante la Fleet Manager Academy svoltasi a ottobre 2026 a Bologna, i dati forniti dall'Arval Mobility Observatory su un campione di 200 professionisti del settore hanno tracciato l'identikit del fleet manager contemporaneo:

  1. Gestione del TCO (Total Cost of Ownership): Il contenimento dei costi di gestione dei veicoli rimane la priorità principale, affiancata dai bilanci di sostenibilità e dal reporting dei dati aziendali.

  2. Asimmetria tra responsabilità e controllo: Si rileva un significativo divario organizzativo. I responsabili della mobilità percepiscono un elevato grado di responsabilità nell'elettrificazione del parco auto e nel rispetto dei parametri ESG, a fronte di una limitata autonomia sulle decisioni di budget e sulle infrastrutture di ricarica.

  3. Mediazione organizzativa: La funzione si sta evolvendo verso un ruolo d'indirizzo strategico capace di bilanciare le esigenze di sostenibilità ambientale, le aspettative dei dipendenti (driver satisfaction) e gli obiettivi finanziari indicati dal top management.

giovedì 24 settembre 2026

L'industria vista dagli italiani, la stretta sui contratti e il riscatto degli statali: la radiografia del lavoro che cambia

C'è una domanda che rimbalza da tempo nell'arena pubblica, sollevata a più riprese dal mondo patronale: in Italia esiste davvero una marcata diffidenza verso il mondo produttivo? Un’ostilità che finisce per etichettare i capitani d'impresa più come "speculatori" che come veri creatori di valore?

I dati dell'ultimo Monitor on Labour (MOL) curato da Community Research&Analysis per Federmeccanica dipingono un quadro sfaccettato. Quando si parla di innovazione, occupazione e sviluppo, il consenso verso il comparto industriale raggiunge il 47,3%. Oltre la metà degli italiani (56%) riconosce i passi da gigante fatti sul fronte delle tecnologie avanzate, e il 59,7% considera la manifattura il vero termometro dell'economia: se la fabbrica corre, l'intero territorio ne trae beneficio. Senza contare che per il 52,2% delle persone l'industria resta il traino principale di tutti gli altri settori.


Anche l'impiego giovanile beneficia di questa visione: per il 37,2% degli intervistati la fabbrica offre garanzie e propone posizioni più qualificate rispetto ad altri ambiti (31,2%).

Eppure, questa centralità sta scricchiolando. L'indice di apprezzamento generale è crollato dal 58% del 2024 al 47,3% attuale. A soffrire maggiormente è proprio la fiducia nell'assorbimento delle nuove leve e nella qualità dei posti offerti.

Ancora più tiepido è il giudizio su crescita professionale e inclusione, dove solo un italiano su tre (33%) promuove il settore. Certo, l'industria è vista come un'opportunità di inserimento per i giovani (45,1%) e il progresso tecnologico ha spalancato le porte della produzione – e non solo degli uffici – al lavoro femminile (39,3%). Tuttavia, pochissimi credono che le aziende promuovano davvero la parità di genere (29,7%), offrano reali scatti di carriera (29,7%), contrastino le discriminazioni (25,8%) o valorizzino il benessere dei dipendenti (28,2%). Rispetto al 39,9% del 2024, il gradimento medio complessivo è sceso a quota 33%.

La radiografia del Paese: tre visioni a confronto

Analizzando i dati emergono tre profili ben distinti tra la popolazione:

  • I "Tiepidi" (50,6%): Rappresentano la maggioranza assoluta. Vedono i limiti (poche prospettive per i giovani, scarso legame con il territorio, impatto ambientale da migliorare), ma riconoscono la necessità di sostenere le imprese per far correre il Paese. In loro, pregi e difetti si annullano a vicenda, generando una posizione neutrale.

  • Gli "Anti-industriali" (26,1%): Un quarto degli italiani boccia l'operato del manifatturato su quasi tutti i fronti.

  • I "Pro-industria" (23,3%): Una minoranza convinta che attribuisce alle aziende un ruolo quasi esclusivamente positivo.

Curiosamente, la geografia della percezione svela un paradosso: l'idealizzazione dell'industria cresce laddove ce n'è meno (nel Mezzogiorno e nelle Isole), mentre il contatto quotidiano con le fabbriche (al Nord) genera un pragmatismo decisamente più critico.

Per superare questa fase serve un cambio di marcia culturale su due sfide chiave: superare la crisi d'identità del lavoro manifatturiero (che non affascina più come un tempo) e abbattere il muro dell'isolamento aziendale rispetto alle comunità. La ricetta? Aprire gli stabilimenti a scuole e famiglie, investire nel welfare e nella parità, e trasformare le sponsorizzazioni in veri progetti territoriali.


Diritto del lavoro: la sentenza che scuote i contratti nazionali

Spostandoci sul fronte normativo, una recente pronuncia del Consiglio di Stato (la n. 4969/2026, che ha ribaltato la precedente decisione del Tar Veneto) ha stabilito che il Contratto Collettivo Nazionale del Commercio siglato da Confcommercio e sindacati non rispetta l'articolo 36 della Costituzione per una specifica categoria: gli operatori delle celle frigorifere.

La vicenda nasce da un'ispezione dell'Ispettorato del Lavoro di Verona che ha imposto a un'azienda di surgelati un'indennità extra (tra l'8% e il 12%) per gli addetti operanti a temperature tra i -20°C e i -24°C, prendendo come riferimento il CCNL Alimentari.

La decisione apre un dibattito delicatissimo: l'Ispettorato ha applicato un parametro equitativo al pari di un giudice del lavoro, ma senza il contraddittorio e le garanzie procedurali tipiche di un'aula di tribunale. Per le imprese si crea così un bivio complesso: accettare l'accordo aziendale "volontariamente" o rischiare sanzioni e cause legali per difendersi. Una situazione che spinge molti esperti a chiedere una revisione dell'articolo 14 del Dlgs 124/2004 per ridefinire con certezza i confini d'azione degli organi di vigilanza.

Statali e PA: firmato il rinnovo contrattuale 2025-2027

Sul versante pubblico arriva invece una notizia positiva: la firma definitiva del CCNL 2025-2027 per le Funzioni Centrali, giunta a breve distanza dal precedente accordo. Si tratta del terzo rinnovo in meno di cinque anni, con aumenti retributivi superiori al 7,6% e una crescita della massa salariale del 5,4%.

Gli incrementi mensili a regime saranno strutturati così:

  • Operatori: +126 euro

  • Assistenti: +133 euro

  • Funzionari: +161 euro

  • Elevate Professionalità: +221 euro

Tra le novità principali figurano tutele rafforzate per salute e genitorialità, la parificazione delle ferie per i neoassunti, un'indennità feriale per i turnisti e regole chiare sull'impiego dell'Intelligenza Artificiale, la cui adozione sarà oggetto di confronto con i sindacati. Spazio anche alla crescita professionale con l'arrivo del "patentino delle competenze" e la possibilità di creare enti bilaterali per la formazione.

L'esperienza degli ultimi anni dimostra che i tagli alla spesa pubblica e il ridimensionamento delle trattative danneggiano il clima lavorativo e la qualità dei servizi. Investire sulla continuità contrattuale e sulla valorizzazione del personale resta l'unica strada percorribile per guidare la Pubblica Amministrazione verso il futuro.

Lavoro Povero e PNRR: Il Paradosso Italiano: tra Imprese Lillipuziane e Cantieri Aperti!

 Sulla carta stiamo vivendo una fase di piena occupazione tecnica, ma la realtà quotidiana racconta un'altra storia. Oggi in Italia avere una busta paga non è più la garanzia per tenersi a galla, sfuggire alla povertà e pianificare un futuro sereno.

Si è spezzato un patto sociale fondamentale: quello che lega l'impegno quotidiano alla dignità della vita.


La Trappola dei Working Poor e la Piccola Impresa

I numeri non mentono: secondo Eurostat, il 10,2% dei lavoratori italiani si trova sotto la soglia di povertà, contro una media europea dell'8,3%. Siamo intrappolati da quasi trent'anni in salari reali congelati e divorati dall'inflazione.

Perché accade questo? Il problema è strutturale. L'illusione che "piccolo è bello" ha paralizzato il nostro sistema produttivo:

  • Italia: media di appena 3,9 dipendenti per azienda.

  • Germania: media di 11,8 dipendenti per azienda.

Questa frammentazione estrema crea micro-realtà prive della massa critica, della stabilità e della liquidità necessarie per investire in Ricerca & Sviluppo, digitalizzazione e formazione continua. Operando con margini risicati, molte aziende finiscono per scaricare le proprie inefficienze sul costo del lavoro, tagliando le retribuzioni.

Le Ricette per Sbloccare il Sistema: Fisco e TFR

Per invertire la rotta servono scosse di assestamento economiche e fiscali incisive:

Imposte azzerate per chi cresce

Oggi una micro-impresa da 3 dipendenti affronta la stessa pressione fiscale (Ires al 24% più Irap) di un'azienda più strutturata. La proposta è introdurre una detassazione totale degli utili incrementali per chi sceglie la via delle fusioni e delle acquisizioni:

  • Esenzione fiscale al 100% sui profitti aggiuntivi per i primi 3-5 anni dal consolidamento (per realtà che superano i 50 dipendenti e traguardi dimensionali superiori).

  • Rientro graduale verso l'aliquota ordinaria nell'arco di un decennio.

  • Obiettivo: premiare la creazione di valore industriale e l'efficienza operativa reale, anziché la sola rivalutazione contabile degli asset patrimoniali.

Liquidità immediata: il TFR in busta paga

Il Trattamento di Fine Rapporto è una riserva preziosa per le famiglie, ma rappresenta anche un capitale bloccato per l'economia. Una riforma efficace si dovrebbe basare su tre pilastri:

  1. Volontarietà e Reversibilità: Il lavoratore sceglie liberamente se incassare ogni mese (o semestre) una quota del TFR maturando (es. 50% o 100%), con la possibilità di rivedere la decisione ogni anno.

  2. Fisco Leggero: La quota erogata non deve sommarsi al reddito IRPEF ordinario (evitando salti di scaglione penalizzanti), applicando un'aliquota sostitutiva fissa (es. 5% o zero) esente da contributi previdenziali.

  3. Spinta alle Pensioni Integrative: I versamenti diretti ai fondi pensione diventano totalmente esentasse (in entrata e in uscita). Contestualmente, le imprese che co-finanziano la previdenza dei dipendenti fino al 50% ricevono crediti d'imposta dedicati.

PNRR: A che punto siamo davvero?

Mentre il mondo produttivo affronta queste sfide, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza entra nella sua fase conclusiva con l'invio a Bruxelles della richiesta per la decima e ultima rata da 28,4 miliardi di euro.

Nonostante lo scetticismo iniziale, le ricadute operative e infrastrutturali — con un focus marcato sul Mezzogiorno — mostrano un quadro in trasformazione. I dati della Cabina di Regia confermano che la quota del 40% delle risorse destinate al Sud è stata superata di circa due punti percentuali, allineando i tempi di esecuzione degli appalti meridionali agli standard nazionali.

                    PNRR: IL BILANCIO IN SINTESI
┌─────────────────────────┬──────────────────────────────────────────────┐
│ Ambito                  │ Risultati e Cantieri Completati             │
├─────────────────────────┼──────────────────────────────────────────────┤
│ Sanità Territoriale     │ 1.270 Case di Comunità, 327 Ospedali di      │
│                         │ Comunità, +6.000 posti in terapia intensiva  │
├─────────────────────────┼──────────────────────────────────────────────┤
│ Istruzione & Sport      │ 153k nuovi posti negli asili nido, 1.100     │
│                         │ mense, 360 palestre, 40k iscritti agli ITS   │
├─────────────────────────┼──────────────────────────────────────────────┤
│ Digitale & Cloud        │ 83% PA locali con portali rinnovati, 284 PA   │
│                         │ centrali migrate in cloud, 5G su 23k km²     │
├─────────────────────────┼──────────────────────────────────────────────┤
│ Infrastrutture & Mobilità│ 1.700 km di ciclovie, 3.200 autobus green,   │
│                         │ 73 stazioni ferroviarie riqualificate        │
└─────────────────────────┴──────────────────────────────────────────────┘

A questi risultati si affiancano oltre 882mila partecipanti al programma GOL per il reinserimento lavorativo, l'ammodernamento di 270 Centri per l'Impiego e la messa in sicurezza sismica di centinaia di beni culturali e luoghi di culto.

Il PNRR sta gettando le fondamenta infrastrutturali e digitali del Paese. Tuttavia, la vera scommessa per il futuro resta la riforma del lavoro e della struttura d'impresa: senza aziende più grandi, strutturate e capaci di generare alto valore aggiunto, le nuove infrastrutture rischiano di servire un'economia dai salari troppo bassi per garantire un reale benessere sociale.

C'è un filo conduttore drammaticamente sottile che unisce la crisi strutturale delle nostre imprese, i salari reali congelati da trent'anni e l'emergenza climatica. Se nel primo capitolo abbiamo visto come la frammentazione produttiva e i working poor abbiano spezzato il patto tra sforzo individuale e dignità sociale, l'ultima estate ha mostrato la faccia più dura di questa frattura: la crisi climatica è diventata una tassa sull'impoverimento.

Poniamoci qualche domanda concreta per capire come siamo sopravvissuti alle giornate e alle notti più torride di sempre:

  • Come abbiamo mantenuto la concentrazione oltre mezzogiorno in uffici surriscaldati, fabbriche, cantieri roventi o nei campi?

  • Come abbiamo cercato sollievo la notte, quando la minima non scendeva sotto i 29 gradi e le docce fredde non bastavano a spegnere la sensazione di calore?

  • Abbiamo potuto riposare all'ombra di un parco, oppure staccare la spina per almeno una settimana senza l'ansia costante di bollette, affitto e spese quotidiane?

Se nella risposta a questi interrogativi ricorrono il conto in banca in rosso, il condizionatore spento per paura della bolletta elettrica, la rinuncia alle ferie o il dilemma tra acquistare cibo fresco e pagare il carburante per andare a lavorare, allora il nesso tra reddito e clima diventa evidente.

Le lavoratrici e i lavoratori che hanno attraversato questo lungo periodo di caldo estremo lo spiegano senza bisogno di astrazioni: la transizione e l'adattamento climatico hanno un costo che la metà della popolazione non può permettersi.

I dati ufficiali tracciano un quadro preciso:

               IL PARADOSSO CLIMA-SALARI IN CIFRE
┌──────────────────────────────────────┬────────────────────────────────┐
│ Indicatore / Studio                  │ Dato Reale                     │
├──────────────────────────────────────┼────────────────────────────────┤
│ Target 1,5°C Accordo di Parigi       │ Superamento "sostanzialmente   │
│ (Rapporto UNEP "Limiting Overshoot") │ inevitabile" (picco a 1,8°C)   │
├──────────────────────────────────────┼────────────────────────────────┤
│ Retribuzioni reali settore privato   │ -6,6% dal 1990                 │
│ (Nota UPB)                           │ (-40,8% per il 10% più povero) │
├──────────────────────────────────────┼────────────────────────────────┤
│ Lavoratori Part-time (1990 vs 2018)  │ Da 500.000 a 4,8 milioni       │
├──────────────────────────────────────┼────────────────────────────────┤
│ Retribuzione lorda < 35.100 €/anno   │ 83,7% dei lavoratori italiani  │
│ (circa 25.200 € netti/anno)          │                                │
└──────────────────────────────────────┴────────────────────────────────┘

Secondo le stime della Campagna Abiti Puliti, la soglia per un salario dignitoso a tempo pieno si attesta sui 12 euro netti all'ora (circa 2.063 euro netti al mese, pari a 24.756 euro all'anno). L'83,7% di chi lavora in Italia si trova al limite di questa cifra o al di sotto, mentre l'esplosione dei contratti part-time e della precarietà ha ridotto il potere d'acquisto dei ceti più deboli di oltre il 40% in tre decenni.

È qui che i due argomenti si saldano. Non possiamo affrontare il cambiamento climatico né migliorare la salute nei luoghi di lavoro mantenendo un sistema produttivo frammentato, basato su micro-aziende incapaci di fare investimenti strutturali e retribuzioni al ribasso.

Se vogliamo evitare che la transizione ecologica si trasformi in una forma di discriminazione sociale — dove chi ha redditi alti si protegge con la tecnologia e chi stenta a fine mese subisce l'impatto ambientale e l'aumento dei costi —, occorre agire contemporaneamente su tre fronti:

  1. Dimensione aziendale e produttività: Incentivare le aggregazioni di impresa (con detassazione degli utili incrementali per chi supera soglie dimensionali critiche) per creare realtà finanziariamente solide, capaci di innovare, riconvertire i processi in chiave sostenibile e pagare salari adeguati.

  2. Potere d'acquisto e liquidità immediata: Liberare risorse per i lavoratori — ad esempio attraverso la possibilità di liquidare quote di TFR in busta paga con tassazione agevolata — per restituire margine di manovra alle famiglie di fronte al carovita e ai costi energetici.

  3. Pianificazione pubblica delle infrastrutture: Utilizzare in modo rigoroso ed efficiente le risorse del PNRR per la sanità territoriale, la piantumazione urbana, la riqualificazione energetica delle scuole, i trasporti a zero emissioni e la messa in sicurezza del territorio, specialmente al Sud.

Un'unica sfida per il futuro

La questione salariale e la questione climatica sono due Facce della stessa medaglia. Continuare a trattare la tutela del lavoro e la sostenibilità ambientale come capitoli separati è un errore prospettico: senza stipendi dignitosi non c'è protezione personale dalle oscillazioni del clima e dei prezzi; senza aziende più grandi e moderne non ci sono i margini per pagare meglio il lavoro e investire in tecnologie pulite.

Restituire dignità al lavoro, sostenere la crescita dimensionale delle imprese e spendere fino all'ultimo euro di fondi europei per la modernizzazione del Paese non sono più opzioni teoriche, ma l'unica strada percorribile per garantire un futuro sostenibile a chi lavora.

lunedì 14 settembre 2026

Il paradosso del terziario italiano: una potenza economica senza strategia di governo

Dominare la scena nazionale ma soccombere non appena ci si affaccia sullo scenario continentale. È la parabola amara che sta attraversando il "terziario avanzato" della nostra Penisola. Un settore la cui espansione appare ormai inarrestabile nell'intero Occidente (salvo imprevedibili sconvolgimenti globali) e che sta gradualmente conquistando il baricentro del nostro tessuto economico.

Eppure, persino nel cuore pulsante delle attività a elevata intensità di conoscenza — che abbracciano tecnologie informatiche, consulenza direzionale, ricerca, professioni abilitanti e finanza ad alto tasso di innovazione — affiorano debolezze strutturali che chiamano in causa le scelte strategiche dei nostri governi.


Secondo i rilevamenti dell'Osservatorio del Terziario promosso da Manageritalia, la filiera dei servizi innovativi incide oggi per il 17,6% sul Prodotto Interno Lordo, staccando il comparto manifatturiero, fermo al 15%. Con quasi tre milioni di maestranze impiegate, la nazione si posiziona al terzo posto in Europa per densità di specialisti nel settore. Tuttavia, la velocità di crescita del nostro capitale umano qualificato rimane nettamente inferiore rispetto a quella dei principali partner europei.

I numeri dell’Information & Communication Technology parlano chiaro: nella finestra temporale compresa tra il 2008 e il 2025, la Germania ha incrementato la propria forza lavoro nel digitale del 37%, la Francia del 67% e la Spagna del 45%, a fronte di un progresso medio dell'Unione Europea del 59%. L'Italia si è piantata a un modesto +31%.

Le cause di questo scostamento affondano le radici in precise carenze strutturali e di visione politica:

  • Il drenaggio dei talenti: Un'esodo inarrestabile che vede circa 180 mila giovani altamente qualificati trasferirsi oltreconfine attratti da retribuzioni commisurate al merito e da migliori prospettive di carriera, depauperando il patrimonio immateriale dello Stato a beneficio di altre potenze economiche.

  • Ritardi sistemici: Bassi investimenti nella transizione digitale, carenza di profili con formazione scientifica (STEM), polverizzazione delle dimensioni aziendali e marcato deficit di gestione manageriale.

  • Fuga della produttività: L'aumento del numero di addetti non si è riflesso in una crescita proporzionale della ricchezza prodotta. Dal 2015 a oggi, la produttività reale per ora lavorata nell'ICT italiano è cresciuta soltanto del 9,4%, distanziata dal +23% della media continentale, dal +19,3% di Parigi e dal +17,7% di Berlino.


Come sottolinea Marco Ballarè, vertice di Manageritalia, l'azione dei governi che si sono succeduti a Roma ha storicamente privilegiato il sostegno all'industria manifatturiera a discapito dei servizi ad alto valore. Una visione d'altri tempi che dimentica come oggi fabbrica e terziario avanzato siano due facce della stessa medaglia, legate da una profonda interdipendenza strategica.

Anche sul fronte delle startup innovative si notano le conseguenze di una politica economica poco coraggiosa. Dopo un boom che tra il 2018 e il 2022 ha portato il numero di nuove imprese del terziario oltre le 14.200 unità, il comparto ha subito un contrazione del 15%, entrando in una fase di stasi. L'inasprimento delle condizioni creditizie, il rialzo dei tassi e la contrazione dei capitali di rischio hanno tarpato le ali a chi prova a fare impresa nel nostro Paese.

La sfida per la classe dirigente appare dunque ineludibile: smettere di gareggiare sul ribasso dei costi ed elaborare finalmente un piano industriale per il terziario capace di premiare l'innovazione, stimolare la cultura manageriale e trattenere le migliori intelligenze all'interno dei nostri confini.

venerdì 4 settembre 2026

Le sfide dell'Italia tra emergenza economica, crisi energetica e declino demografico

Alla vigilia della prossima Legge di Bilancio, l'Italia si trova a fronteggiare una combinazione di ostacoli complessi: un'inflazione persistente, la tenuta dei conti pubblici e una transizione demografica sfavorevole. L'economista Tito Boeri e l'esperto di mercati energetici Sergio Giraldo delineano il quadro delle priorità e i rischi per il Paese.


Mercato del lavoro, povertà e riforme strutturali

Secondo Tito Boeri, le politiche economiche recenti si sono concentrate eccessivamente su interventi temporanei anziché su riforme di lungo termine.

  • Contrazione dei salari e salario minimo: La fiammata inflazionistica avviata nel 2021 ha ridotto nettamente il potere d'acquisto dei lavoratori, non compensato dalla contrattazione collettiva. La soluzione proposta richiede riforme strutturali, tra cui l'introduzione di un salario minimo indicizzato al costo della vita e una nuova regolamentazione sulla rappresentanza sindacale.

  • Lotta alla povertà: L'abolizione del Reddito di cittadinanza senza adeguate alternative rischia di lasciare scoperte ampie fasce di popolazione. Rimanere nel mercato del lavoro non sempre garantisce l'uscita dall'indigenza.

  • Capitale umano e PNRR: Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza rappresenta un'occasione non pienamente sfruttata. Risorse significative sono state destinate alla spesa senza una rigorosa selezione della qualità degli investimenti. Mancano ancora progressi decisivi nella riforma della giustizia civile e nel potenziamento meritocratico della Pubblica Amministrazione.

L'impatto del declino demografico

La riduzione della popolazione residente stravolge la tenuta dei servizi fondamentali:

  • Ripercussioni su pensioni e sanità: La contrazione della forza lavoro — stimata in un calo del 30% nei prossimi 25 anni — esercita una forte pressione sul sistema previdenziale e sulle strutture sanitarie, chiamate a gestire un carico sempre maggiore a fronte di una base fiscale ridotta.

  • Modelli di risposta internazionali: Mentre Paesi come Cina e Giappone puntano sull'innovazione tecnologica e la Spagna integra i flussi migratori per sostenere il tessuto produttivo, l'Italia continua ad affrontare l'immigrazione con una prospettiva prevalentemente emergenziale.

Tensione sui mercati energetici: la corsa al gas

Oltre al settore petrolifero, la recrudescenza dell'inflazione è alimentata dalle forti impennate nel mercato del gas.

  • Aumento dei prezzi all'ingrosso: Le quotazioni del gas per le consegne autunnali sono salite fino a 75 €/MWh sul mercato di riferimento olandese TTF, segnando quasi un raddoppio rispetto ai minimi estivi.

  • Ripercussioni sulle bollette: L'ARERA ha adeguato la tariffa della materia prima per i clienti in tutela della vulnerabilità (+13% a livello mensile), con un incremento complessivo della bolletta del 6,9%.

  • Livello degli stoccaggi europei: La riserva media di gas nell'Unione Europea si attesta attorno al 65%, una delle soglie più basse degli ultimi anni. Sebbene l'Italia sia in una posizione di maggiore sicurezza con i propri depositi oltre l'83%, soffre il ritardo di altri Paesi europei (come la Germania, ferma al 53%) che spinge verso l'alto i prezzi dell'intera Eurozona.

Stabilità e credibilità: la svolta dei conti pubblici italiani sul palcoscenico globale

Mentre l'esecutivo Meloni si avvia a diventare il più longevo nella storia della Repubblica Italiana, il dibattito pubblico tende a concentrarsi su polemiche e contrapposizioni mediatiche, trascurando il vero elemento di svolta: l'abbinamento tra continuità di governo e autorevolezza internazionale.

In passato, l'Italia ha conosciuto brevi fasi di stabilità politica che tuttavia non si sono tradotte in affidabilità agli occhi delle cancellerie e dei mercati europei, complici sia valutazioni rigoriste esterne, sia scelte orientate agli interessi di singoli Paesi. Questa volta la traiettoria è stata differente.


La reazione positiva dei mercati

L'approccio basato sul rigore finanziario e sul rispetto delle regole comunitarie ha rassicurato le istituzioni internazionali e gli investitori. I dati economici ne confermano l'impatto positivo:

  • Flessione dello spread: Tra la fine del 2022 e l'inizio di settembre 2026, il differenziale tra i titoli di Stato decennali italiani e quelli tedeschi è sceso di circa 130 punti base. Il calo rispetto alla Francia supera i 160 punti, mentre rispetto alla Spagna si attesta sui 66 punti.

  • Inversione con la Francia: Su diverse nuove emissioni a dieci anni, l'Italia si trova oggi a pagare tassi d'interesse inferiori a quelli francesi, a dimostrazione di una mutata percezione del rischio sovrano.

  • Tasso medio sul debito: Tra il 2022 e il 2025, il costo medio d'interesse sul debito pubblico italiano è sceso di 0,1 punti percentuali, a fronte di aumenti registrati in Francia (+0,2), Spagna (+0,4) e Germania (+0,7).

L'impatto della reputazione sui costi del debito

Nonostante il miglioramento del trend, l'eredità del passato pesa ancora sul bilancio nazionale. Nel 2025 l'Italia ha sostenuto un costo di 87 miliardi di euro in interessi sul debito, contro i 67 miliardi della Francia, pur avendo un debito totale inferiore di oltre 360 miliardi rispetto a quello transalpino.

Nel quinquennio 2020-2025 la spesa complessiva per interessi in Italia ha raggiunto la cifra di 452 miliardi di euro (rispetto ai 296 della Francia e ai 204 della Germania). Questo divario evidenzia quanto l'affidabilità finanziaria sia determinante per liberare risorse pubbliche da destinare a servizi essenziali quali sanità, istruzione e riduzione della pressione fiscale.

Crescita economica e prospettive

A fronte del merito di aver frenato l'incremento automatico della spesa per interessi — supportato da un avanzo primario di bilancio conseguito fin dal 2024 —, permane la sfida di comunicare efficacemente i risultati ottenuti in termini di sviluppo economico.

I dati macroeconomici indicano che nell'arco degli ultimi dieci anni, e in particolare nel periodo post-pandemico, l'Italia ha fatto registrare la terza maggior crescita del PIL complessivo all'interno del G7, posizionandosi al secondo posto per incremento del PIL pro capite.

Arrestare la crescita degli oneri sul debito ha rappresentato il primo passo imprescindibile per mettere in sicurezza i conti; consolidare la percezione di stabilità economica sarà il requisito fondamentale per qualunque futura scelta di finanza pubblica.

venerdì 24 aprile 2026

Deficit e Superbonus: il gioco dei decimali che maschera il nodo crescita

 L'obiettivo di riportare l'indebitamento netto entro la soglia psicologica e normativa del 3% — traguardo che avrebbe sancito l'archiviazione formale della procedura d'infrazione UE — è sfumato per una manciata di decimali. Secondo le ultime rilevazioni Istat, il deficit si è attestato al 3,07%, superando di appena 598 milioni di euro la previsione del 3,04% formulata dall'esecutivo lo scorso ottobre.

In un'economia da oltre 2.200 miliardi di PIL, una simile divergenza ha un peso economico trascurabile, ma assume una valenza politica di primo piano, mettendo a nudo le difficoltà della narrazione governativa.


La smentita dei numeri: non è (solo) colpa dell'edilizia

Contrariamente alla retorica del governo, che individua nel Superbonus il responsabile unico della tenuta dei conti pubblici, l'analisi delle poste di bilancio rivela una realtà più complessa. Sebbene i contributi in conto capitale (che includono i crediti edilizi) abbiano registrato uno sforamento di circa 6 miliardi, tale impatto era in larga parte già preventivato nelle manovre d'autunno.

Il "fallimento" del target è attribuibile a una combinazione di voci di spesa che superano complessivamente gli 8 miliardi:

  • Redditi da lavoro dipendente: +1,7 miliardi rispetto alle stime.

  • Consumi intermedi: +1,1 miliardi.

  • Investimenti fissi lordi: +3,4 miliardi.

  • Trasferimenti vari: +2 miliardi.

Il Superbonus come "capro espiatorio"

Il 110% sembra essersi trasformato da volano economico a strumento di battaglia politica. Si tende a dimenticare che la misura, nata con una scadenza definita, è stata alimentata sia dal governo Draghi sia dall'attuale esecutivo Meloni, che in campagna elettorale ne aveva promesso la tutela.

Emerge una contraddizione sistematica: dopo aver celebrato per mesi una crescita italiana superiore alla media europea — trainata proprio dal comparto edile — si tenta ora di scaricare sull'incentivo ogni responsabilità contabile, ignorando che il suo impatto nel 2025 risultava ormai residuale e gestibile.

Il vero allarme: una crescita allo stallo

Il dibattito sui decimali del deficit rischia di occultare la criticità principale: l'asfissia della crescita. Il PIL italiano è scivolato verso percentuali prossime allo zero, stretto tra variabili esogene e debolezze interne:

  1. Crisi tedesca: Il declino del modello industriale della Germania colpisce duramente l'export italiano.

  2. Demografia: Il calo delle nascite erode i consumi e la domanda interna.

  3. Geopolitica: Le tensioni in Medio Oriente introducono incognite pesanti sui costi e sulle rotte commerciali.

Tuttavia, dopo quattro anni di eccezionale stabilità istituzionale, il dato politico resta ineludibile: la mancanza di una strategia industriale chiara per condurre il Paese fuori dalle "secche" della stagnazione. In questo scenario, continuare a indicare il Superbonus come l'origine di ogni male appare sempre più come un alibi per celare fragilità strutturali non ancora affrontate.

Italia-Mercosur: Al via l'intesa storica da 4 miliardi di dazi in meno

Mentre i cantieri del PNRR affrontano le tempeste dei rincari globali, per le imprese italiane si apre una nuova e imponente finestra di opportunità oltreoceano. Dal 1° maggio 2026 entrerà in vigore, in via provvisoria, lo storico accordo di libero scambio tra l'Unione Europea e i paesi del Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay).

Si tratta di un'intesa che mette in connessione un mercato potenziale di 700 milioni di persone, garantendo un abbattimento dei dazi doganali stimato in 4 miliardi di euro l'anno a livello comunitario.

La Road Map di Confindustria: verso l'integrazione

Per preparare il terreno a questa svolta, si è svolto in Confindustria il primo "High Level Meeting on Italy-Mercosur economic relations". Il Presidente degli industriali, Emanuele Orsini, ha tracciato una strategia che va oltre il semplice interscambio commerciale, puntando su una reale integrazione industriale.

  • Interscambio attuale: Quasi 15 miliardi di euro, con margini di crescita definiti "enormi".

  • Presenza italiana: Sono già 13.000 le imprese a capitale italiano operanti nell'area, con 8.000 aziende esportatrici pronte a beneficiare del nuovo regime doganale.

  • Settori chiave: Farmaceutica, agroalimentare, gomma-plastica, tessile e moda sono i comparti in prima linea.

  • Missione di sistema: Annunciata una delegazione istituzionale e imprenditoriale che visiterà i paesi Mercosur dal 7 all'11 settembre prossimi.

Formazione e Digitalizzazione: le nuove intese

Il vertice non si è limitato alla teoria, ma ha prodotto accordi operativi per rafforzare le filiere strategiche:

  1. Formazione d'eccellenza: È stata siglata un'intesa tra Confindustria Moda, Confindustria Accessori Moda e il polo brasiliano Senai Cimatec per l'addestramento avanzato nel settore tessile e della pelletteria.

  2. Strumenti Digitali: È stata presentata alle delegazioni sudamericane la piattaforma ExPand, un applicativo di Confindustria progettato per mappare e calcolare il potenziale di export per ogni specifico settore merceologico.

  3. Investimenti e Clima: Secondo la vice presidente per l'Export di Confindustria, Barbara Cimmino, la transizione energetica rappresenta il terreno di massima convergenza, dove le tecnologie italiane potranno accelerare la decarbonizzazione delle economie partner.

Lo scenario macro: tra crescita interna e mercati esteri

L'integrazione con il Mercosur si inserisce in un quadro economico nazionale che, come evidenziato dalle ultime analisi del MEF e dell'OCSE, necessita di nuovi motori di sviluppo per compensare la frenata dei consumi interni.

Se da un lato l'Italia deve risolvere i nodi della produttività e del debito pubblico (atteso al 137,5% nel 2026), dall'altro la vitalità del sistema produttivo lombardo e nazionale — capace di aggiudicarsi il 67% delle gare PNRR nel 2025 — trova nell'abbattimento delle barriere doganali transatlantiche uno sbocco fondamentale per sostenere la crescita del PIL nel lungo periodo.

Il prossimo appuntamento chiave è fissato per il 13 ottobre, quando la Union Industrial Argentina coordinerà un nuovo incontro tra Roma e l'America Latina per consolidare le partnership industriali appena avviate.

Italia tra resilienza e incognite: l'allarme dell'OCSE su energia e debito

La capacità di tenuta dimostrata dal sistema Italia di fronte ai recenti shock geopolitici non rappresenta una garanzia per il futuro. Secondo l'ultima analisi dell'OCSE, l'economia nazionale si trova davanti a un bivio: se da un lato la struttura produttiva diversificata e il supporto del PNRR hanno evitato il tracollo, dall'altro emergono criticità strutturali che rischiano di frenare drasticamente la ripresa.

Frenata del PIL: l'ipoteca del caro energia

Le stime di crescita per il prossimo biennio subiscono una correzione prudenziale. Le previsioni indicano un incremento del Prodotto Interno Lordo limitato al +0,4% per il 2026 e al +0,6% per il 2027. A pesare su questo scenario è soprattutto il dossier energetico: l'elevata dipendenza dall'estero (pari al 74% del fabbisogno netto) espone il Paese alla volatilità dei mercati globali, erodendo il potere d'acquisto delle famiglie e frenando i piani di investimento delle imprese.

Per invertire la rotta, l'organizzazione parigina suggerisce un'accelerazione su due fronti:

  • Transizione green: Incremento delle fonti rinnovabili a basso costo.

  • Elettrificazione: Miglioramento della competitività industriale e riduzione simultanea dell'impronta carbonica.


Riforme e Mercato del Lavoro: l'ombra dei NEET

Nonostante i progressi nella digitalizzazione e nella riforma della giustizia, l'Italia deve fare i conti con un inverno demografico che minaccia di svuotare il mercato occupazionale. La scarsità di manodopera qualificata è aggravata da un dato allarmante: la percentuale di giovani NEET (chi non studia e non lavora) resta tra le più alte dell'area OCSE.

Per contrastare questo trend, le raccomandazioni si concentrano su:

  1. Orientamento: Snellire il passaggio dal mondo accademico a quello produttivo.

  2. Istruzione Terziaria: Valorizzare i titoli di studio superiori attraverso salari più competitivi.

  3. Produttività: Sostenere la crescita dimensionale delle micro-imprese, spesso troppo piccole per investire efficacemente in Ricerca e Sviluppo (R&S).

Il rigore necessario: l'andamento del debito pubblico

Sul fronte dei conti pubblici, il monitoraggio resta serrato. Il Ministro dell'Economia, Giancarlo Giorgetti, si trova a gestire una traiettoria del debito che non accenna a flettere in modo significativo. Dopo il 137,1% del PIL registrato nel 2025, il rapporto debito/PIL è proiettato al 137,5% nel 2026, per poi assestarsi al 137,4% nel 2027.

AnnoDebito/PIL (Stima)Crescita PIL
2025137,1%-
2026137,5%+0,4%
2027137,4%+0,6%

In conclusione, la modernizzazione della macchina statale e la semplificazione del sistema fiscale rimangono le precondizioni essenziali affinché la "resilienza" del recente passato si trasformi in una crescita strutturale e duratura.

mercoledì 28 gennaio 2026

Oltre l'illusione della stabilità: la sfida decisiva per sbloccare produttività, investimenti e salari

La solidità dei conti e la stabilità delle istituzioni non bastano più: la nostra economia resta imbrigliata in una stagnazione strutturale, soffocata da un circolo vizioso di bassa produttività, ritardo tecnologico e retribuzioni insufficienti. È una criticità nota, ma i dati ne confermano la gravità. Tra il 1995 e il 2024, la produttività del lavoro nel nostro Paese è cresciuta ad un ritmo medio annuo di appena lo 0,2%, a fronte dell'1,2% registrato dall'UE a 27, dell'1% tedesco e dello 0,8% francese. Nel biennio più recente, si osserva perfino una contrazione dello 0,9%. La produttività rappresenta il vero motore dello sviluppo, il parametro da cui dipendono la creazione di valore e il benessere dei cittadini.

Questa fotografia nitida ed esplicita emerge dal Rapporto annuale redatto dal Comitato nazionale produttività presso il Cnel — in attuazione della Raccomandazione del Consiglio europeo del 2016 — presentato a Torino al Collegio Carlo Alberto dal coordinatore Carlo Altomonte. Un documento autorevole che evidenzia come il quadro apparente di tenuta sia ingannevole. Sebbene l'occupazione presenti numeri positivi (con un incremento medio annuo delle ore lavorate dell'1,2% tra il 2019 e il 2024), si tratta prevalentemente di impieghi a basso valore aggiunto. La contestuale flessione della produttività (-0,1%) dimostra che le nuove ore lavorate generano un rendimento inferiore al passato, complice la concentrazione dell'occupazione in settori tradizionali quali turismo, ristorazione ed edilizia.

A ciò si aggiungono due deficit strutturali: la debolezza degli investimenti in capitale fisso e la limitata capacità del sistema produttivo di generare efficienza dall'uso dei fattori produttivi. Per quasi un trentennio, il contributo di queste leve alla crescita è stato pressoché nullo. La conseguenza diretta è una cronica carenza di risorse destinate all'innovazione intangibile — ricerca, digitalizzazione e nuove tecnologie — e ai macchinari avanzati. Senza guadagni di produttività e senza investimenti di qualità, l'intero sistema economico perde la capacità di garantire retribuzioni adeguate: all'inizio del 2025, i salari reali risultavano ancora inferiori rispetto ai livelli del 2021.

Il risultato è un progressive allontanamento dalla frontiera tecnologica, dove la manodopera a basso costo ha gradualmente rimpiazzato l'innovazione e l'efficienza dei processi.

Non mancano tuttavia contesti di grande dinamismo. La tenuta delle nostre esportazioni manifatturiere e l'attivo della bilancia commerciale testimoniano l'esistenza di un tessuto d'eccellenza: imprese leader capaci di competere sui mercati internazionali e territori — concentrati principalmente al Nord — dove si sviluppano ecosistemi d'avanguardia e managerialità avanzata. Il problema di fondo è che queste realtà non riescono ad esercitare una spinta sufficiente a trascinare il resto dell'apparato produttivo, che rimane vulnerabile, in particolare nelle regioni del Mezzogiorno.

Le risposte a questo rallentamento sono note da tempo e richiedono interventi complessi in diversi ambiti chiave:

  • Formazione e Capitale Umano: adeguare l'istruzione alle competenze del futuro.

  • Dimensione d'Impresa: incentivare la crescita dimensionale per competere a livello globale.

  • Lavoro e Inclusione: incrementare la partecipazione femminile al mercato del lavoro e ridurre la pressione fiscale sulle retribuzioni.

  • Innovazione e Capitali: potenziare il trasferimento tecnologico e sviluppare mercati dei capitali a supporto dell'impresa.

A fronte di una trasformazione così profonda, non è accettabile cedere all'compiacimento per la stabilità di facciata. È indispensabile adottare un piano d'azione organico e di lungo respiro, capace di riportare al centro dell'agenda politica ed economica l'innovazione, l'efficienza e la valorizzazione del lavoro.

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