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mercoledì 7 ottobre 2026

L’inganno del PIL e la trappola dei salari: l’Italia fra conti pubblici in ripresa, pressione fiscale al 43,5% e impoverimento del ceto medio

Mentre i dati aggregati della contabilità nazionale segnalano un consolidamento dei saldi di finanza pubblica e una tenue espansione del Prodotto Interno Lordo, il bilancio operativo delle famiglie e dei lavoratori mostra un drastico e preoccupante assottigliamento dei margini finanziari. È la contraddittoria realtà economica dell'Italia fotografata dall’Istat nel secondo trimestre del 2026: la pressione dell'erario sale al 43,5% del PIL (+0,5% su base annua), a fronte di un PIL che avanza dello 0,2% sul trimestre precedente e dell'1% tendenziale. Nel primo semestre, il prelievo tributario e contributivo medio si attesta al 40,2%.

Tuttavia, all'espansione dell'attività produttiva non fa riscontro un effettivo rafforzamento delle retribuzioni reali. A fronte di una crescita del reddito disponibile del solo 0,4%, le uscite per i consumi salgono dell'1,7%: una sproporzione che comprime la propensione al risparmio, crollata al 6,7% (livello minimo dal 2012). Con un deflatore dei consumi all'1,4%, il potere d'acquisto effettivo subisce un contrazione netta dello 0,9%. Gli italiani incassano nominalmente di più, ma la capacità di spesa reale arretra, obbligando i nuclei familiari a destinare una quota maggiore del flusso di cassa corrente alle uscite quotidiane.




La spinta dei Servizi e i conti pubblici

A sorreggere il valore aggiunto è principalmente il terziario (+0,4%), mentre il comparto manifatturiero registra una contrazione dello 0,6% e il settore primario retrocede dello 0,1%. Il contributo positivo alla crescita deriva interamente dalla domanda interna, mentre l'interscambio con l'estero sconta un saldo netto negativo (importazioni al +1,5%, esportazioni al +1%).

Sul fronte delle finanze statali, l'indebitamento netto trimestrale migliora scendendo al 2% del PIL (dal 2,1% del 2025), mentre il saldo primario raggiunge il +3%. L'incremento del gettito fiscale non deriva tuttavia da nuove aliquote nominali, bensì dall'effetto combinato dell'aumento dei livelli occupazionali — che ha incrementato la base imponibile IRPEF e il monte contributivo INPS — e dell'efficacia delle azioni di contrasto all'evasione fiscale (36 miliardi recuperati nel 2025). Ciononostante, permane il nodo strutturale di un carico fiscale eccessivamente sbilanciato sul fattore lavoro.

L'impatto sul Capitale Umano e le sfide di Policy

Il combinato disposto tra l'impennata dell'inflazione (balzata al 4,2% a settembre) e il fenomeno del fiscal drag (drenaggio fiscale) sta penalizzando in modo severo i lavoratori e la classe media. Senza una revisione progressiva degli scaglioni IRPEF o interventi sul cuneo fiscale, gli aumenti salariali nominali vengono assorbiti dal prelievo fiscale, riducendo le retribuzioni nette reali.

I confronti internazionali evidenziano un ritardo strutturale sulle retribuzioni:

  • Andamento storico (1990-2025): Mentre i salari reali lordi in Germania e Francia sono cresciuti del 35% (e del 53% negli USA), l'Italia registra un calo del 2%.

  • Divario retributivo lordo (2025): La retribuzione media annua lorda italiana è pari a 36.594 euro, contro i 66.700 euro tedeschi (-45%) e i 45.964 euro francesi (-20%).

  • A parità di potere d'acquisto (PPA): Corretto per il costo della vita, il gap con la Germania si attesta al 29% e con la Francia all'11%, mentre la Spagna supera l'Italia del 7% grazie a costi della vita inferiori nei settori chiave.

  • Cuneo Fiscale: L'incidenza di imposte e contributi sul costo del lavoro per un dipendente single è al 45,8%, confermando un peso della tassazione sul lavoro tra i più elevati dell'area OCSE.

In un contesto in cui la capacità d'acquisto delle famiglie è ferma ai livelli del 2010, la sfida cruciale per la politica economica, per i responsabili delle risorse umane e per i decisori pubblici risiede nella valorizzazione del capitale umano, nell'adeguamento dei contratti collettivi e nell'adozione di politiche fiscali capaci di tutelare il valore reale delle retribuzioni e la sostenibilità sociale del Paese.

lunedì 14 settembre 2026

Il paradosso del terziario italiano: una potenza economica senza strategia di governo

Dominare la scena nazionale ma soccombere non appena ci si affaccia sullo scenario continentale. È la parabola amara che sta attraversando il "terziario avanzato" della nostra Penisola. Un settore la cui espansione appare ormai inarrestabile nell'intero Occidente (salvo imprevedibili sconvolgimenti globali) e che sta gradualmente conquistando il baricentro del nostro tessuto economico.

Eppure, persino nel cuore pulsante delle attività a elevata intensità di conoscenza — che abbracciano tecnologie informatiche, consulenza direzionale, ricerca, professioni abilitanti e finanza ad alto tasso di innovazione — affiorano debolezze strutturali che chiamano in causa le scelte strategiche dei nostri governi.


Secondo i rilevamenti dell'Osservatorio del Terziario promosso da Manageritalia, la filiera dei servizi innovativi incide oggi per il 17,6% sul Prodotto Interno Lordo, staccando il comparto manifatturiero, fermo al 15%. Con quasi tre milioni di maestranze impiegate, la nazione si posiziona al terzo posto in Europa per densità di specialisti nel settore. Tuttavia, la velocità di crescita del nostro capitale umano qualificato rimane nettamente inferiore rispetto a quella dei principali partner europei.

I numeri dell’Information & Communication Technology parlano chiaro: nella finestra temporale compresa tra il 2008 e il 2025, la Germania ha incrementato la propria forza lavoro nel digitale del 37%, la Francia del 67% e la Spagna del 45%, a fronte di un progresso medio dell'Unione Europea del 59%. L'Italia si è piantata a un modesto +31%.

Le cause di questo scostamento affondano le radici in precise carenze strutturali e di visione politica:

  • Il drenaggio dei talenti: Un'esodo inarrestabile che vede circa 180 mila giovani altamente qualificati trasferirsi oltreconfine attratti da retribuzioni commisurate al merito e da migliori prospettive di carriera, depauperando il patrimonio immateriale dello Stato a beneficio di altre potenze economiche.

  • Ritardi sistemici: Bassi investimenti nella transizione digitale, carenza di profili con formazione scientifica (STEM), polverizzazione delle dimensioni aziendali e marcato deficit di gestione manageriale.

  • Fuga della produttività: L'aumento del numero di addetti non si è riflesso in una crescita proporzionale della ricchezza prodotta. Dal 2015 a oggi, la produttività reale per ora lavorata nell'ICT italiano è cresciuta soltanto del 9,4%, distanziata dal +23% della media continentale, dal +19,3% di Parigi e dal +17,7% di Berlino.


Come sottolinea Marco Ballarè, vertice di Manageritalia, l'azione dei governi che si sono succeduti a Roma ha storicamente privilegiato il sostegno all'industria manifatturiera a discapito dei servizi ad alto valore. Una visione d'altri tempi che dimentica come oggi fabbrica e terziario avanzato siano due facce della stessa medaglia, legate da una profonda interdipendenza strategica.

Anche sul fronte delle startup innovative si notano le conseguenze di una politica economica poco coraggiosa. Dopo un boom che tra il 2018 e il 2022 ha portato il numero di nuove imprese del terziario oltre le 14.200 unità, il comparto ha subito un contrazione del 15%, entrando in una fase di stasi. L'inasprimento delle condizioni creditizie, il rialzo dei tassi e la contrazione dei capitali di rischio hanno tarpato le ali a chi prova a fare impresa nel nostro Paese.

La sfida per la classe dirigente appare dunque ineludibile: smettere di gareggiare sul ribasso dei costi ed elaborare finalmente un piano industriale per il terziario capace di premiare l'innovazione, stimolare la cultura manageriale e trattenere le migliori intelligenze all'interno dei nostri confini.

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