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giovedì 23 dicembre 2010

Analisi de Il principe di Machiavelli


Niccolò Machiavelli nasce a Firenze il 3 maggio 1469, in una realtà storico-politica complessa. Siamo a cavallo tra il XV e XVI secolo e la situazione dell'Italia si fa sempre più drammatica, frantumata in diversi principati e stati regionali, in conflitto tra di loro e al contempo dilaniati da frequenti tensioni interne. Il quadro storico che fa da sfondo al suo primo affacciarsi alla vita civile è quello, dopo la morte di Lorenzo il magnifico, della Firenze repubblicana, Savonarola e post-piagnona, e quindi nuovamente medicea. Inoltre importanti furono le incursioni francesi e spagnole in territorio italiano e le interminabili tensioni tra i vari stati della penisola. Machiavelli, svolgendo numerose cariche diplomatiche e amministrative, è a diretto contatto con la difficile condizione italiana. Inviato a più riprese presso le potenze estere come incaricato d'affari, svolge con intelligenza e saggezza le sue missioni. E' designato pure a trattare numerosi affari e questioni presso varie città italiane, Pisa in primo luogo. Dopo l'assunzione a segretario della seconda cancelleria, egli trascorre più tempo in viaggi che negli uffici. Da tutte le legazioni egli ricava senza dubbio importanti lezioni di vita e di politica, fondamentali per la formazione della sua personalità e soprattutto del suo pensiero. Con le missioni e i vari incarichi si arricchiscono giorno dopo giorno in Machiavelli l'esperienza politica e la conoscenza di uomini e situazioni. La forzata sosta a partire dal 1512, con la destituzione e l'esilio, spinge Machiavelli a riversare tutto il suo interesse e la sua passione politica nell'attività teoretica, elaborando un'innovativa visione della politica, che pone le salde fondamenta per quella moderna. Egli, distaccandosi dalla linea ideale tipicamente umanista, si orienta verso la feconda tendenza realistica diretta alla rappresentazione più oggettiva della realtà, del quotidiano, all'osservazione attenta e spregiudicata del reale in ogni suo aspetto. Per Machiavelli il mondo reale è quello della storia e della politica: in questi due campi concreti egli affonda l'arma della sua intelligente analisi e del suo spirito pratico, per cogliere nella loro verità i fatti e le azioni degli uomini, prescindendo da ogni visione religiosa e trascendente e da ogni valutazione di natura morale. Per lui la storia e la politica altro non sono che gli uomini reali nelle ragioni e nelle finalità del loro agire, gli uomini di ieri (storia) e di oggi (politica) studiati sulla base di quanto scritto dagli autori antichi e alla luce dell'esperienza diretta. Machiavelli intuisce una sostanziale continuità tra la storia antica e i fatti contemporanei, ovvero tra storia e politica. La storia è il modello perenne a cui il politico può attingere. Essa è il piano e il frutto dell'agire umano autonomamente concepito, reso indipendente da presupposti morali e religiosi, è il prodotto dell'attività dell'uomo con finalità intrinsecamente pratiche.
Il Principe è un’operetta molto breve, scritta in forma concisa e incalzante, ma densissima di pensiero; si articola in ventisei capitoli, di lunghezza variabile, che recano dei titoli in latino, secondo la consuetudine trattistica di quel periodo. La materia è divisa in diverse sezioni. Nei capitoli dal I all’XI si esaminano i vari tipi di principato e mira ad individuare i mezzi che consentono di conquistarlo e mantenerlo, conferendogli forza e stabilità. Machiavelli distingue tra principati ereditari, a cui è dedicato il II capitolo, e nuovi; questi ultimi a loro volta possono essere misti, aggiunti come membri allo stato ereditario di un principe, capitolo III, o nuovi del tutto, capitolo IV e V; a loro volta questi possono essere conquistati con la virtù e con armi proprie, capitolo VI; oppure basandosi sulla fortuna e su armi altrui, capitolo VII in cui viene proposto come esempio il Duca Valentino. Il capitolo VIII tratta di coloro che giungono al principato attraverso scelleratezze; qui il Machiavelli distingue la crudeltà in due modi: bene e male. La “crudeltà bene” è quella impiegata solo per assoluta necessità e che si conviene nella maggiore utilità possibile per i sudditi; mentre la “crudeltà male” è quella che cresce col tempo anziché cessare ed è compiuta per l’esclusivo vantaggio del tiranno. Nel capitolo IX si affronta il principato civile, in cui il principe riceve il potere dai cittadini stessi; nel X si esamina come si debbano misurare le forze dei principati e nell’XI si parla dei principati ecclesiastici, in cui il potere è detenuto dall’autorità religiosa, come nel caso dello Stato della Chiesa. I capitoli dal XII al XIV sono dedicati al problema delle milizie. Machiavelli giudica negativamente l’uso degli eserciti mercenari perché combattevano solo per denaro, sono infidi e pertanto costituiscono una della cause principali della debolezza degli stati italiani e delle pesanti sconfitte da essi subite nelle recenti guerre; per il Machiavelli la forza di uno stato consiste soprattutto nel poter contare su armi proprie, su un esercito composto dagli stessi cittadini in armi, che combattono per difendere i loro averi e la loro vita. Nei capitoli dal XV al XXIII tratta dei modi di comportarsi del principe coi sudditi e con gli amici. E’ la parte in cui il rovesciamento degli schemi della trattatistica precedente è più radicale e polemico, in cui Machiavelli, anziché esibire il catalogo delle virtù morali che sarebbero auspicabili in un principe, va dietro alla scelta effettuale delle cose. Sono questi capitoli che hanno immediatamente suscitato più scalpore, e hanno tirato per secoli su Machiavelli l’esecrazione e la condanna. Il capitolo XXIV esamina le cause per cui i principi italiani, nella crisi successiva al 1494, hanno perso i loro Stati. La causa per lo scrittore è essenzialmente l’ignavia dei principi, che nei tempi quieti non hanno saputo prevedere la tempesta che si preparava e porvi i necessari ripari. Da qui scaturisce naturalmente l’argomento del capitolo XXV, il rapporto tra virtù e fortuna, cioè la capacità, che deve essere propria del politico, di porre gli argini alle variazioni della fortuna, paragonata ad un fiume in piena che quando straripa allaga le campagne e devasta i raccolti e gli abitati. L’ultimo capitolo, cioè il XXVI, è un’appassionata esortazione ad un principe nuovo, accorto ed energetico, che sappia porsi a capo del popolo italiano e liberare l’Italia dai barbari.
La vasta esperienza che Machiavelli ebbe modo di approfondire sugli affari di stato e di governo lo portò a delineare la figura di un governante ideale, in grado di reggere uno stato forte e di affrontare con successo sia gli attacchi esterni sia le sollevazioni dei sudditi all'interno. Nella maggior parte dei suoi scritti tratteggiò un'analisi politica molto realista della situazione a lui contemporanea, confrontandola con esempi tratti dalla storia, soprattutto da quella romana.
Nella sua opera più famosa, Il Principe (1513-14, ma pubblicato a stampa solamente nel 1532), analizzò i vari generi di principati e di eserciti, e cercò di delineare le qualità necessarie a un principe per conquistare e conservare uno stato, e per ottenere il rispettoso appoggio dei sudditi. Secondo Machiavelli, ciò che permette a un principe di mantenere il controllo del proprio stato non va cercato in un comportamento corretto o morale; occorre bensì guardare la "realtà effettuale della cosa": se questa è dominata dalla lotta, il principe dovrà imporsi con la forza.
L'affermazione, che è stata spesso interpretata come una difesa del dispotismo e della tirannia di principi quali Cesare Borgia, si basa sulla convinzione che chi governa non debba essere vincolato dalle tradizionali norme etiche: è meglio essere amato che temuto, oppure è meglio il contrario? La risposta è che sarebbe auspicabile essere entrambe le cose ma, dovendo scegliere, poiché risulta difficile unire le due qualità, per un principe è molto più sicuro essere temuto che amato. Il concetto è così tradotto nell'asciutta prosa di Machiavelli: "Nasce da questo una disputa: s'elli è meglio essere amato che temuto, o 'l converso. Respondesi, che si vorrebbe essere l'uno e l'altro; ma, perché elli è difficile accozzarli insieme, è molto più sicuro essere temuto che amato, quando si abbia a mancare dell'uno de' dua".
Secondo Machiavelli, un principe dovrebbe interessarsi solo del potere e sentirsi vincolato solo da quelle norme (tratte dalla storia) che conducono le azioni politiche al successo, superando gli ostacoli imprevedibili e incalcolabili posti in gioco dalla Fortuna.

Primo capitolo

È una sintesi di tutta la trattazione;l’esordio è classificatorio:una volta distinte le forme di governo, viene brevemente delineata la tipologia dei principati, che possono essere ereditati o nuovi:per nuovi si intende sia misti (formati dalle aggiunte di nuove conquiste) o del tutto nuovi.Come esempio di principato del tutto nuovo viene riportato quello della conquista di Milano da parte del capitano Francesco Sforza, mentre come esempio di principato misto viene riportata la conquista dei Napoli da Ferdinando il cattolico.Infine vengono elencati i mezzi per realizzare tale conquista.
Terzo capitolo

Si considerano i principati misti.Machiavelli valorizza la sua esperienza personale nella segreteria e nella concezione d’esemplarità della storia romana. L’occupazione di Milano serve a esemplificare le difficoltà dei principi nuovi. La condotta tenuta dai romani serve ad additare a ogni principe saggio la condotta da tenere nelle regioni conquistate.Balza in primo piano la necessità di prevenire tempestivamente gli ostacoli futuri.
Sesto capitolo

Illustra la situazioni di coloro che al principato pervengono con armi proprie.L’attacco del capitolo segna una svolta:si avvia la discussione sui principati del tutto nuovi, sia per dinastia che per tipo di governo. L’attenzione si sposta sulla ricerca della corretta azione politica.Per raggiungere tale obbiettivo bisogna ispirarasi ai grandissimi esempi di Mosè, Ciro. Teseo, Romolo, i quali seppero istituire i nuovi ordini. Come esempio negativo viene citato Savonarola che non ricorse all’uso della forza, ritenuto necessario da Machiavelli perché tutti e’ profeti armati vinsono, e li disarmati ruinarono
Settimo capitolo

Coloro che conquisteranno una stato con l’aiuto altrui, lo manterrano con grandissime difficoltà. Lo Stato così realizzato è paragonabile ad un albero cresciuto troppo in fretta, privo delle radici e vulnerabile alla prima tempesta.Nelle cose dello stato però, è posibile forzare i tempi e combattere nelle più estreme difficoltà. A rappresentare adeguatamente il caso limite è il Valentino, indicato come modello da chi voglia fare e mantenere uno stato, ma anche lui, fondandosi sulla fortuna altrui, ruina, sebbene avesse sterminato i suoi avversari e avesse cercato d’essere previdente rispetto al futuro:per far eleggere in successione al padre un papa non ostile, tentò di controllare il seggio, tentò di costruire un vasto stato centro italiano.Tuttavia sia il padre che lui si ammalarono troppo presto.Un errore fatale fu quello di non aver ostacolato l’elezione di Giulio II Della Rovere
Nono capitolo

A favorire il privato cittadino nella conquista dello stato è il consenso del popolo o quello dei ceti medi. Ricorrendo ad un termine caro alla propria concezione biologica e naturalistica della società, Machiavelli due umori in seno alle lotte sociali:il popolo e i grandi: si tratta di due appetiti antagonisti: quello del popolo che resiste all’oppressione e quello dei grandi che vuole opprimere. Chi perviene al principato con il consenso dei grandi mantiene il potere con maggiore difficoltà rispetto a cxhi gode del consenso popolare.
Quindicesimo capitolo

Ha inizio la riflessione sulla concreta prassi politica.Il principe che voglia mantenere deve essere buono o non buono a seconda della necessità. E’ perciò da respingere il catalogo delle qualità e dei vizi da perseguire o da fuggire, come compariva nella precedente trattazione politica.Sul terreno della prassi politica ciò che talora è qualità, altre volte può essere vizio.Il vizio adoperato per difendere lo stato risponde ad un’esigenza collettiva.Le virtù morali usate a sproposito risultano causa di ruina
Diciottesimo capitolo

Machiavelli con una figura biologica disegna due diversi modi di combattere:quello dell’uomo e quello della bestia.Il primo ha come risulatato le leggi, il secondo la violenza.Quando le leggi non sono sufficienti si deve ricorrere alla violenza. Poiché il principe deve per necessità impiegare anche la parte bestiale, Machiaveli illustra in due modi in cui essa si manifesta:ricorre alle figure della volpe e del leone, immagini dell’astuzia accorta e simulazione e dell’impeto violento, con i quali è possibile evitare i tranelli e vincere la violenza degli avversari.Per il principe è più utile simulare pietà, fedeltà, umanità che osservarle veramente.Le doti etiche sono pure illusioni nella lotta politica.Il dovere del principe è vincere e mantenere lo stato.Il volgo guarderà solo le apparenze, mentre pochi che non giudicheranno dalle apparenze non riusciranno a imporsi perché la maggioranza è dalla parte del principe.
Venticinquesimo capitolo

La fortuna è arbitra di metà delle azioni umane mentre l’altra metà resta nelle mani degli uomini;la fortuna è paragonata ad un fiume rovinoso che allaga le pianure e distrugge gli alberi e le case: gli uomini previdenti devono disporre per tempo gli argini. Tuttavia si possono vedere principi salire al potere o rovinare senza che essi abbiano modificato il proprio comportamento, Machiavelli ricorre alla mutevolezza continua delle circostanze storiche e della fortuna, non ruina colui che riesce a mettersi in sintonia con la qualità dei tempi.

E' in questa nuova e innovativa ottica, che Machiavelli si dedica alla stesura del Principe, l'emblema della nuova concezione machiavellica.
L'opera, in quanto forma letteraria, è da ascrivere al genere didascalico e, all'interno di questo, al sottogenere della trattatistica; come tale, si rifa a una tradizione che risale al medioevo, ma che per le sue novità tematiche e metodologiche, invece, si proietta verso la più ardita modernità e anticipa la moderna saggistica e trattatistica politica.

Il Principe si compone di una Dedica e ventisei capitoli di varia lunghezza.
Come per ogni opera, anche per il Principe si può parlare di genesi esterna e di genesi interna, intendendo con la prima, le ragioni più immediate ed estrinseche che ne ispirano la stesura e con la seconda, le ragioni più intime e profonde, quelle che affondano nella personalità e nella formazione culturale dell'autore. Le cause esterne sono da ricercare, quasi sicuramente, nella notizia diffusa in quegli anni circa il disegno politico del papa mediceo Leone X: il papa accarezza il progetto di dar vita ad uno stato per i nipoti Giuliano e Lorenzo e quindi Machiavelli sembra essere spinto sia dalla volontà di riconquistare il favore dei Medici, sia soprattutto dal fatto che intravede con chiarezza la possibilità reale dell'azione di un principe come egli prefigura. Le ragioni più profonde dell'ispirazione coincidono con le due coordinate fondamentali della formazione e della meditazione politica di Machiavelli: lo studio e l'interpretazione della storia antica, di quella romana in particolare e l'esperienza della realtà contemporanea, frutto di 15 anni di servizio pubblico nei vari uffici e incarichi.

Il Principe rappresenta il culmine raggiunto dal processo di "fondazione" della scienza politica, in cui Machiavelli si propone di voler considerare la politica e lo Stato esclusivamente come realtà di fatto, come verità "effettuali", per poi esaminare la natura ed affermare decisamente la piena autonomia della politica da ogni altra forma di attività. Machiavelli traccia la figura del perfetto uomo politico: colui che sa raggiungere il fine che si propone, che sa adeguare la sua azione alle norme proprie dell'agire politico, diverse da quelle della morale, e sa fondare e mantenere lo stato.

Numerose sono le tematiche toccate dall'autore nella stesura dell'opera:

- Guerra e pace
La pace è fondata sulla guerra esattamente come l'amicizia è fondata sull'uguaglianza, quindi in ambito internazionale l'unica uguaglianza possibile è l'uguale potenza bellica degli Stati. La forza della sopravvivenza di qualsiasi Stato (democratico, repubblicano o aristocratico) è legata alla forza dell'esercizio del suo potere, e quindi deve detenere il monopolio legittimo della violenza, per assicurare sicurezza interna e per prevenire una 'potenziale' guerra esterna. (in riferimento ad una delle lettere proposte al Consiglio Maggiore di Firenze (1503), con la speranza di Machiavelli di convincere il Senato fiorentino l'introduzione di una nuova imposta per rafforzare l'esercito, necessario per la sopravvivenza della Repubblica Fiorentina)

- Virtù-fortuna
La virtù e la fortuna sono due forze e la politica rappresenta il campo di scontro tra di esse.
Per l'instaurazione e la conservazione di uno stato sono indispensabili le virtù di un singolo, del principe appunto. La virtù in senso machiavellico è essenzialmente politica, riguarda il cittadino ed è rivolta a beni e conquiste pratici e terreni. Ma è pure intesa nel senso antico di virtus, cioè come insieme delle qualità proprie del vir, dell'uomo forte, capace, attivo: la forza, l'energia, il dinamismo, che possono qualificare azioni e comportamenti anche in contrasto con la morale cristiana. Di contro all'esercizio di tali virtù l'ostacolo principale è rappresentato dalla presenza di una forza oscura, che si frappone sempre fra l'agire umano e politico e che sfugge facilmente alla presa: la fortuna, la quale indica per Machiavelli il mutamento casuale e incontrollabile degli avvenimenti, e non un agente o un'entità soprannaturale e neanche, come la definisce Dante, ministra di Dio, della sua Provvidenza.
Machiavelli intende racchiudere in questo concetto tutto ciò che appartiene al caso, tutti gli elementi imprevedibili che sono presenti nella vita dell'uomo e che sembrano muovere e trasformare gli eventi al di la e a volte anche contro la volontà umana. Non si tratta comunque di una forza fredda e impersonale, ma è descritta come capricciosa e inconoscibile. Ma in ogni caso, alla virtù è assegnata la possibilità di far fronte alla fortuna. Machiavelli ritiene che l'intervento attivo degli uomini negli eventi non è necessariamente votato al fallimento. Le probabilità di successo dipendono dalla virtù di chi agisce, e il politico deve trovare in essa lo stimolo costante ed operare attivamente e coraggiosamente per frenare e limitare l'influenza della fortuna: contro la necessità del caso deve essere opposta la forza umana. La virtù umana si può poi imporre alla fortuna attraverso la capacità di previsione, il calcolo accorto. Nei momenti di calma l'abile politico deve prevedere i futuri rovesci e predisporre i necessari ripari.

- "Il fine giustifica i mezzi"
Il Principe prende le distanze dai trattatisti dell'Umanesimo, dai vari Alberti, Salutati, Pontano, e si discosta anche dai classici. Vista la differenza abissale tra come si vive e come si dovrebbe vivere, riconosciuta la natura malvagia degli uomini, l'autore decide di attenersi alla realtà, e di elaborare una nuova posizione governativa nell'ottica secondo la quale la politica rappresenta un territorio autonomo di studio. In questo senso trova spazio la massima "il fine giustifica i mezzi". Per Machiavelli tale dritta è da applicarsi solo ed esclusivamente nel settore politico che discerne da tutti gli altri ambiti. Egli ritiene che per acquistare e conservare il potere sia necessario scavalcare l'etica e la morale, e plasmare le proprie azioni sulla natura e sulle necessità dell'uomo. Per questo un buon Principe deve essere uomo, ma animale allo stesso tempo, racchiudendo in se le caratteristiche di 2animali simbolo: la volpe e il leone, nel senso che deve essere forte e autoritario, ma anche astuto e furbo. Machiavelli asserisce inoltre ch'egli debba, adattandosi al popolo, essere un bravo simulatore e dissimulatore, cioè far credere grandi qualità d'integrità e nascondere la proprio vera natura. Il principe, in sostanza, non può permettersi di essere buono, quando questo sia controproducente. La valutazione morale e le utili norme di comportamento viaggiano su strade separate. Non si tratta di una nuova morale, né di una doppia morale; si tratta piuttosto dell'
enunciazione dell'a-moralità come necessaria legge politica.

Se per la maggior parte delle sue tesi Machiavelli con il suo Principe si rende innovativo, originale e anche perspicace nel comprendere a fondo la realtà e nell'opporvi rimedi giusti e tuttora attuali rimedi, è vero anche che guardate da altre prospettive alcune delle sue teorie possono rilevarsi abbastanza inefficaci. Evidente è lo scontro tra il realismo della descrizione politica a lui contemporanea e l'utopia nella rappresentazione di un principe inattuale e quasi figura di un eroe mitologico.
Nella stesura del Principe si coglie inoltre una sorta di sopravvalutazione della virtù del Principe-Stato, inteso qui come il redentore di un peccato originale della collettività, risiede il limite più vistoso e storicamente determinato da Machiavelli: l'esasperazione individualistica del bene politico. Il Principe è solo a scagliarsi contro l'immane forza della natura e della fortuna; la storia è svolgimento di atti virtuosi o viziosi individuali, è la lotta in cui l'uomo vince o perde solo in grazia della sua abilità di rapporto con la realtà effettuale.

La “Golpe” e il “Lione”
Machiavelli esamina il problema della fedeltà o meno alla parola data.
Inizia affermando quanto sia degno di lode il principe che mantiene la parola data, però
tutti i grandi principi dei suoi tempi hanno tenuto poco conto di ciò.
Esistono due tipi di lotta politica:

Con l’ausilio delle leggi, metodo tipico dell’uomo

Con la forza, tipico delle bestie

Un principe non può affidare il suo potere solo ad uno di questi metodi ma devono usarli entrambi, anche gli scrittori classici affermano allegoricamente questo, scrivono infatti che i principi dei loro tempi erano educati da centauri, creature mitologiche metà uomo e metà cavallo.
Un principe deve prendere a modello, tra gli animali, la volpe, simbolo di furbizia, e il
leone, simbolo di forza.
Non può un signore osservare la parola data quando questa gli sia sfavorevole o quando
siano esaurite le ragioni di tale promessa. A motivazione dice:
1. Se gli uomini fossero tutti buoni ciò sarebbe sbagliato, ma poiché sono malvagi e non
manterrebbero la parola data a te, anche tu non ne hai l’obbligo
2. Non sono mai mancati, ne mancheranno, a un principe pretesti legali per giustificare la
mancata osservanza della parola data
Ritiene però necessario mascherare bene l’essere “volpe” in modo che colui che inganna

troverà sempre chi si lascerà ingannare, ad esempio Alessandro sesto.
Ad un principe, quindi, non è necessario essere fedele, umano, pietoso, religioso e onesto,
qualità che potrebbero risultargli dannose, ma è necessario che lo sembri.

Un signore non può osservare tutti i principi per i quali vengono definiti buoni gli uomini, deve, quando necessario, operare contro questi principi e deve sapersi volgere a seconda del caso e delle circostanze.

Deve quindi un principe dire sempre parole piene delle cinque qualità soprascritte, soprattutto religiosità, in quanto quasi tutti vedono quello che si sembra (le persone volgari si lasciano sempre convincere dall’apparenza delle cose o dalla riuscita delle azioni), o che si vuol sembrare, ma pochi vedono quello che si è realmente. Questi non potranno opporsi all’opinione dei molti soprattutto se difesi dallo stato. Esempio Ferdinando il Cattolico, re di Spagna.
Grazie e alla prossima se vuoi puoi leggere la mia seconda analisi sul Il Principe.

Il significato del Focus group


Un focus group è una forma di ricerca qualitativa, in cui un gruppo di persone è interrogato riguardo all'atteggiamento personale nei confronti di un tema specifico. Le domande sono fatte in un gruppo interattivo, in cui i partecipanti sono liberi di comunicare con altri membri del gruppo. Il focus group è una tecnica particolarmente usata nella ricerca pubblicitaria e nel marketing, come strumento utile per lo sviluppo di nuove idee e per l'acquisizione di feedback riguardo ai nuovi prodotti. In particolare, permettono alle imprese e alle agenzie di discutere, osservare o esaminare il nuovo prodotto prima che esso sia messo a disposizione del pubblico.

Il focus group, però, nasce originariamente come tecnica usata nella ricerca sociale per poter arrivare a comprendere gli atteggiamenti, i comportamenti e i significati degli attori riguardo un certo tema d’analisi (il focus): compito del ricercatore è favorire la discussione e dirigerla verso i temi ritenuti più interessanti per l’oggetto di studio. Attraverso questa tecnica basata molto sulla libertà di espressione dei membri del gruppo può accadere spesso che emergano aspetti del tema dibattuto non ancora considerati dallo studioso.
Vi sono differenti tipi di focus group, tra i quali: il focus group a due vie (ossia un gruppo osserva un altro focus group e discute sulle interazioni e sulle conclusioni osservate); il focus group con due moderatori (i due moderatori assolvono a due compiti differenti: uno assicura lo sviluppo uniforme della discussione, l’altro garantisce che tutti gli argomenti siano presi in considerazione); il focus group con moderatore partecipante (quando a un membro del gruppo o a più membri viene chiesto di comportarsi temporaneamente come un moderatore).
La tecnica di rilevazione dell’informazione basata sui focus group (1), rappresenta uno degli strumenti classici di ricerca qualitativa nell'ambito delle scienze sociali.
Si presentano di seguito i principali assunti teorici e operativi sui quali si fonda.
Il focus group è un metodo di intervista di gruppo non strutturato elaborato dal sociologo americano Robert Merton durante la II guerra mondiale per valutare il morale dei soldati coinvolti nel conflitto bellico (2). Questo metodo ha preso via via piede nei decenni successivi nell'ambito delle ricerche di mercato (ad esempio, per comprendere i gusti dei consumatori prima del lancio di una nuova linea di prodotti) e più recentemente nel settore pubblico e nel volontariato sociale (ad esempio, per comprendere l’efficacia di un determinato intervento di assistenza sociale con gruppi di soggetti vulnerabili) (3, 4).

Aspetti teorici e indicazioni operative
L’idea di fondo di questo metodo è che l’interazione sociale che si crea durante la realizzazione del focus group costituisce una risorsa importante nel trasmettere informazione, consapevolezza dei propri ruoli e crescita culturale dei partecipanti e di chi conduce il focus. Questo aspetto rappresenta la prima importante caratteristica sostantiva del metodo e per questo motivo si differenzia dalle tradizionali interviste di gruppo dove l’interazione avviene di volta in volta tra i partecipanti e il moderatore.

I focus group rispondono a precise regole di preparazione, organizzazione e gestione. Coinvolge normalmente un numero di partecipanti variabile tra i 6 e 10 a seconda della complessità e delicatezza del tema che viene trattato. E’ importante infine costituire gruppi con partecipanti omogenei dal punto di vista delle loro caratteristiche sociali e culturali in modo da facilitare la partecipazione e la discussione di tutti i membri del gruppo. Sempre a seconda della complessità degli argomenti discussi, i focus group hanno solitamente una durata variabile tra 1 e 2 ore.
Essi sono gestiti da due figure professionali con funzioni tra loro complementari: il conduttore e l’osservatore.
Il conduttore, nella fase che precede la conduzione dei gruppi di lavoro, redige le linee guida del primo focus group intorno ad un’ipotesi di lavoro maturata dal confronto e della discussione con esperti, partecipanti al gruppo di ricerca e testimoni privilegiati, affrontando aspetti sia di contenuto sia quelli più propriamente legati alla comunicazione nel gruppo e con il gruppo.
Nella fase di svolgimento del focus group ha il compito di introdurre il tema dell’indagine con i partecipanti al focus, di guidare e pilotare gli intervistati verso gli argomenti che più interessano seguendo la tecnica dello stimolo-risposta, assicurandosi che gli intervistati non divaghino, eludano o fraintendano il significato delle domande. Può risultare utile, soprattutto quando i temi che si affrontano sono delicati perché portano i partecipanti a ‘spogliarsi’ di fronte agli altri su argomenti socialmente riconosciuti come privati e personali, sottoporre un’immagine -una fotografia o un breve filmato- in modo da introdurre il tema della discussione, preparando i partecipanti al tipo di questioni che si affronteranno, facendole apparire come situazioni comuni sulle quali ci si è già confrontati in altre sedi e contesti.

Il conduttore deve avere bene interiorizzato la griglia di domande che sottoporrà agli intervistati con l’accortezza di considerare tale griglia non più che un canovaccio dal quale partire e al quale fare riferimento senza però attenersi ad esso in modo rigido, ma adattandolo alla dimensione psico-sociale del gruppo e al tipo di relazione che si è instaurata tra i suoi membri e con il conduttore.
La griglia di domande aperte sottoposte durante i focus group deve essere rivista e rielaborata nella sua forma e nel suo contenuto con il procedere delle rilevazioni: il ricercatore deve riformulare le domande in modo da renderle più comprensibili e adattabili al contesto di cui ha gradualmente preso coscienza, eventualmente arricchendo la griglia con nuovi temi che sono emersi durante la discussione.
L’osservatore svolge mansioni di tipo logistico e organizzativo prima, durante e dopo la costituzione del gruppo. Nella fase che precede la realizzazione del focus group ha il compito di costituire il gruppo di discussione e di individuare una sede di svolgimento ‘neutra’ che non sia connotata in modo negativo da un punto di vista sociale. Durante lo svolgimento del focus group svolge un ruolo di assistenza al conduttore: dalla registrazione dell’incontro, all’annotazione di indicazioni e commenti sulla conduzione da parte del conduttore, all’osservazione delle dinamiche e del clima che si instaura all’interno del gruppo. In una fase successiva, immediatamente dopo la conclusione del focus group, l’osservatore deve comunicare al conduttore le impressioni ‘a caldo’ su conduzione e dinamiche del gruppo in modo da tenerne conto nella gestione dei focus group seguenti.

Campionamento teorico: quanti soggetti si intervistano?
Nell’ambito dei metodi di tipo qualitativo, il concetto di campionamento probabilistico e di piano campionario di tipo statistico non vengono applicati perché spesso ci si trova a lavorare con una popolazione la cui dimensione è ignota e, nel caso lo fosse, le risorse solitamente disponibili non permettono la realizzazione di un numero di interviste adeguato alla numerosità dei campioni casuali utilizzati nei metodi di tipo quantitativo. Il concetto che prende corpo in questi casi è quello di saturazione del campione e delle tematiche in studio(7) ed è particolarmente importante perché sta alla base delle tecniche di campionamento sulle quali si fondano tutti i metodi di tipo qualitativo.
In tutti questi metodi la rappresentatività del campione consiste nella saturazione delle tematiche oggetto di studio. Quasi sempre i soggetti che vengono intervistati fanno parte di universi non facilmente circoscrivibili e quantificabili e quindi, lo si ripete, di dimensioni ignote. Il campione si definisce saturo e rappresentativo di una comunità che si vuole esplorare quando, attraverso una costante analisi comparativa, vengono esplorate e colmate tutte le tematiche oggetto dello studio. In altri termini, si può ragionevolmente affermare di aver saturato il campione quando si acquisisce la consapevolezza che ulteriori incontri non portano ad un arricchimento di conoscenza del fenomeno oggetto di analisi, ma tendono a confermare e ribadire concetti, situazioni, atteggiamenti, modalità comportamentali già toccati nei precedenti colloqui. Normalmente un campione dell’ordine delle decine di unità, sotto cioè i 50-70 intervistati permette di saturare le tematiche in studio.

Analisi dei risultati
La fase successiva consiste nella trascrizione dei testi tramite fedele sbobinatura e nella loro codifica e analisi. In questa fase, l’osservatore svolge ancora un ruolo importante perché, avendo partecipato al focus group, riesce meglio di esterni a cogliere e riportare particolari del colloquio che probabilmente sfuggirebbero o sarebbero considerati superflui da un trascrittore esterno.
Il metodo da seguire è quello suggerito dagli autori della grounded theory (6,7). Il concetto di fondo si basa su una lettura attenta dei testi trascritti secondo un approccio di tipo induttivo che da singoli eventi, situazioni, opinioni aiuti a costruire concetti e categorie interpretative generali (6,7).L’analisi dei testi segue un processo di scomposizione e segmentazione delle interviste riducendole a brani ai quali vengono attribuiti opportuni codici che ne definiscono il significato. Attraverso un processo di graduale integrazione e selezione dei codici che si ritiene essere legati tra loro per affinità di significato, si procede gradualmente a costruire concetti più generali. Sempre seguendo un approccio di tipo induttivo, integrando e selezionando i concetti si procede a creare delle categorie interpretative che li comprendono e che suggeriscono uniformità tipiche di comportamento o di contesto. Le categorie interpretative così costruite permettono la formulazione di un’interpretazione generalizzabile a situazioni e contesti allargati(5, 6, 7).

Riferimenti bibliografici
1. Krueger R. Focus Group Kit. London: Sage Publications; 1998.
2. Merton R K et al. The Focused Interview. London: The Free Press; 1956.
3. Morgan D. Focus Group as Qualitative Research. London: Sage Publications; 1988.
4. Kitzinger J. Introducing focus groups. British Medical Journal 1995, 311-29: 299-302.
5. Giorgino E. PACR-Prevenzione dell’aids in contesti a rischio, Rapporto di ricerca, Istituto Superiore di Sanità; 1996, n.: 179.
6. Glaser B, Strauss A. The Discovery of Grounded Theory. Chicago: Alcan; 1967.
7. Glaser B. Theoretical Sensitivity. San Francisco: Sociology Press; 1978.

Regali dal carcere, una bella idea.

mercoledì 22 dicembre 2010

Turnover : ricambio generazionale. L'Italia che spera nei giovani.


Chi ci garantisce che un giovane sia meglio di un anziano? Possiamo fidarci della semplice radice etimologica del sostantivo iuventus, che viene dal verbo “giovare”? L’urgenza del ricambio generazionale come strumento di innovazione non si giustifica tanto sulla base di presunte proprietà o caratteristiche giovanili, quanto sulla loro capacità di immaginare e produrre una reale revisione del presente.

Volevo un uditorio composto di volti giovani, bramosi di racconti di avventura e passione e amore; e di menti fresche, ancora sensibili al fascino di orrori soprannaturali e amori epici». Costretto a tenere viva l’attenzione del suo pubblico raccontando storie, pena la morte, il protagonista del romanzo del grande, e giovane, scrittore indiano Chandra, “Terra rossa e pioggia scrosciante”, decide senza incertezze di puntare su un pubblico giovane, certo della sua maggiore attenzione ed emozione.
Al contrario dell’interprete di questa sorta di mille e una notte indiana, non sono in molti a condividere la ferma convinzione che preferire i giovani porti giovamento alla nostra economia, alla cultura, alla politica e in generale al nostro paese, magari evitandone, appunto, la scomparsa. «Il giovanilismo è un caso da manuale di miopia e stupidità predittiva», ha scritto Giovanni Sartori, commentando così la proposta di mettere tetti nell’accesso a determinate cariche: «Ho conosciuto moltissimi maestosi imbecilli di ogni età».

Le serpi da piccole non fanno male?

Un’argomentazione che dimostri l’opportunità di accantonare gli anziani per lasciare spazio a chi viene dopo all’interno di organizzazioni sociali di vario tipo (azienda, partito, università ecc.), dovrebbe in effetti farsi carico di una dimostrazione impegnativa. Spiegare, cioè, perché mettere un cervello giovane (e un corpo, per non esser troppo cartesiani) in un posto x all’interno di un’organizzazione y, produrrebbe naturaliter più innovazione, con un generale incremento del bene comune. Una tesi solo apparentemente autoevidente: chi ci garantisce, infatti, che un giovane sia meglio di un anziano? Possiamo fidarci della semplice radice etimologica del sostantivo iuventus, che viene dal verbo “giovare” (ma, appunto, la gioventù giova a chi? A chi è giovane o a chi si prende il giovane?).
Anche la ricerca di specifiche “proprietà” o capacità proprie ai giovani in quanto tali, caratteristiche di cui le altre età sarebbero prive, non ci viene molto in soccorso. Ammesso che si possano trovare aspetti ricorrenti della gioventù, e che soprattutto tali aspetti siano associabili ad un’età biografica, ci troveremmo di fronte a tratti non certo univoci. «Fiorente, florido », ma anche «immaturo, non stagionato, inesperto» di contro ad «abile, provetto, esperto, perito», suggeriscono le definizioni.
Se dal punto di vista cognitivo, spiega l’etologo Enrico Alleva, «il cervello giovanile apprende con una velocità successivamente impossibile, mentre un senso come l’udito comincia a diminuire già al doppio, o poco più, degli anni dello sviluppo sessuale, quello “senile” è in grado di compiere operazioni più difficili per i giovani – penso alla gestione di un terremoto – in virtù dell’esperienza accumulata».
Dal punto di vista morale, la tradizione, supportata dalla biologia, assegna a chi viene dopo i caratteri dell’innocenza e della propensione a spendersi e, quindi, a dare (e osare) di più. «Curiosità di conoscere la differenza tra il vero e il falso, tra il giusto e l’ingiusto, curiosità degli altri e della vita, generosità del buttarsi, sperimentare, dare, cercare», scriveva negli anni Novanta Goffredo Fofi. «Parvulae serpentes non nocent», «Le serpi da piccoline non fanno del male», dicevano, con ironia, i latini. Ma al topos dell’innocenza giovanile fa da ovvio controcanto quello della saggezza degli anziani, un vero leitmotiv della letteratura morale. Saggezza che, se talvolta sfuma nella furbizia e nel cinismo («volpe vecchia non si fa prendere in trappola»), è stata nella storia sempre oggetto di altissima venerazione.
In breve, la ricerca di presunte “essenze” generazionali – quella giovanile, come quella femminile d’altro canto – è piuttosto incerta e discutibile. Siamo sicuri, ad esempio, che il candore giovanile non equivalga anche ad ottusità, con conseguente facilità ad essere infiammati da ideologie estremiste di ogni sorta? Inoltre, e soprattutto, l’essenzialismo si scontra con l’osservazione della realtà e con la mutevolezza dei valori rispetto alla storia e all’evoluzione sociale. In una recente ricerca sui valori dei giovani europei, ad esempio, i sociologi francesi Olivier Galland e Bernard Roudet demoliscono il mito dell’altruismo giovanile, mostrando come i ventenni, specie di alcuni paesi, siano assai più in sensibili ai destini delle categorie più sfortunate degli adulti. Mentre per quanto riguarda realismo e cinismo, i trentenni di oggi appaiono campioni di cinismo e disincanto ben più dei loro genitori.

Se il ricambio produce utopia.

Stiamo allora forse fornendo frecce al nostro avversario antigiovanilista? Non proprio. Ma l’urgenza del ricambio generazionale come strumento di innovazione non si giustifica sulla base di presunte proprietà o caratteristiche giovanili. Il punto, infatti, non è la qualità di chi entra, ma il fatto che chi entra sia diverso da chi lo ha preceduto.
In questo senso, il succedersi delle generazioni, scrive il sociologo Karl Mannheim, produce di per sé innovazione, nella misura in cui consente un accesso non per forza migliore, ma certamente nuovo, al patrimonio culturale. Un accesso che equivale ad «un nuovo rapporto di distanza con l’oggetto, una nuova impostazione nell’assimilazione, elaborazione e perfezionamento dell’esistente». Senza questo sguardo inedito, prosegue Mannheim, «i modelli sociali fondamentali sarebbero sempre conservati », per cui, per compensare la mancanza di nuove generazioni, gli uomini dovrebbero imparare a dimenticare.
Oppure trasformarsi in individui dotati di una coscienza utopistica totale, da un lato «capaci di sperimentare tutto lo sperimentabile, e sapere tutto il conoscibile », dall’altro possedere «l’elasticità di sapere sempre cominciare da capo». Non essendo questo possibile, è evidente che il succedersi di generazioni produce una revisione del presente e ci insegna, conclude Mannheim, «a desiderare ciò che non è stato ancora ottenuto».
Il ricambio generazionale è l’unico che può alimentare, di conseguenza, un orizzonte utopico che, viceversa, si spegnerebbe. Senza i giovani, nota il sociologo Carlo Carboni, «ci priviamo di potenziali esploratori di futuro, e la capacità di visione, di decisione e di innovazione delle nostre classi dirigenti non può che accusarne l’assenza».

Biodiversità e innovazione

L'argomentazione di Mannheim costituisce un sottoinsieme di una teoria più vasta, quella che stabilisce un rapporto di causa-effetto tra varietà e innovazione e, per converso, tra ogni forma di monismo o di riduzione della diversità e conservazione dell’esistente. La dimostrazione più famosa di questa tesi è costituita dal naturalismo darwiniano, che fa discendere il miglioramento delle specie proprio dalla ricchezza della biodiversità. Non è forse proprio grazie all’eccentrico, al casualmente nuovo che le specie si migliorano, grazie ad una selezione della variante più efficace alla sopravvivenza?
Questa argomentazione, mutuata dalla biologia, si ritrova in realtà sotto forma di riflessione filosofica nella teoria politica liberale, che in fondo da questo punto di vista rappresenta una versione storica della tesi naturalista. È stata proprio la teoria liberale, infatti, a fare della tutela del pluralismo il compito principale della democrazia e più in particolare delle istituzioni politiche; le quali non dovrebbero curarsi della ricerca della verità, e cioè del bene in sé, ma della creazione di condizioni in cui ciascuna verità-componente possa esprimersi, in un contesto di libertà che genera di per sé cambiamento verso il meglio. Viceversa, ogni forma di soppressione del diverso, ma anche di semplice riduzione del pluralismo, non può che generare una conservazione dello status quo (dunque la morte dell’innovazione), quando non sfociare in un suo peggioramento o in un esito ancor più tragico.
Da questo punto di vista, allora, come possiamo non giudicare un’anomalia e persino un’aberrazione il “totalitarismo generazionale” che caratterizza trasversalmente il nostro parlamento, i partiti, le aziende, il mondo della cultura e in particolare l’università, l’editoria, persino ironicamente le stesse forze armate?

Le vittime del mancato pluralismo

Il richiamo a forme di potere non plurali, e quindi non pienamente democratiche, è a maggior ragione giustificato quanto più si sposta l’attenzione dal piano dell’immobilismo e della mancata innovazione a quello dell’equità tra generazioni; e, ancor più, delle conseguenze sulle vittime del mancato pluralismo, in questo caso le generazioni escluse.
Talmente drammatica è divenuta la situazione di queste ultime che persino il nostro dibattito pubblico-mediatico, refrattario fino all’ultimo alla tragedia della disoccupazione e delle contraddizioni dei nostri contratti atipici, già evidenti alla fine degli anni Novanta, è passato da slogan quali «Un paese fermo e stanco», «Élite immobili invecchiate », a denunce assai più appassionate: «Per i giovani non c’è lavoro », «I giovani rischiano il dramma sociale», «In Italia otto milioni di poveri e a pagare ora sono i giovani», «La crisi ha infierito sui giovani. Sparito anche il lavoro precario». Titoli che di solito seguono i periodici “bollettini di guerra” dell’Istat, del Censis, dello Svimez, della Banca d’Italia, o gli appelli accorati di pochi, tra i quali, per lo più inascoltato, il capo dello Stato Giorgio Napolitano.
Sugli esiti pratici e psicologici di una disoccupazione continua o di lavori di pochi mesi, mal pagati, e privi di qualsiasi forma di tutela, sulle esistenze individuali molto si è scritto. Più interessante è, qui, ricordare un aspetto meno considerato: la devastazione etica che consegue alla diffusione del cattivo lavoro. L’ha descritta egregiamente, anche se forse involontariamente, un giovane e poco noto scrittore italiano, che in un racconto immagina un protagonista cui è stato offerto un lavoro di 500 euro al mese per otto ore al giorno (il compenso di molte commesse) e al quale tale offerta scatena l’idea immaginaria di uccidere alcune mamme di bambini, con i seguenti pensieri: «Quei bambini penseranno che mamma non può morire? E invece mamma può morire, se io posso lavorare per 2,84 euro l’ora. (…) Uccidere, ho detto uccidere, perché se agli altri non fa paura offrirmi lavori a 2,84 euro (“prendere o lasciare, come te ne trovo mille per strada”) a me non fanno paura i miei pensieri e quindi li nomino».
Da questo punto di vista, il ricambio è – oltre che auspicabile per il rinnovamento – anche urgente dal punto di vista veritativo, nel senso che, restituendo equità e riequilibrando quel rapporto di dominio e potere delle generazioni anziane su quelle più giovani, ristabilisce un sistema di valori e di giustizia. Ed evita il degenerare nella violenza che, ancora attutita dal residuale welfare dei genitori, è dietro l’angolo quando non si ha più davvero nulla da perdere.

A proposito di tetti e quote

Ma anche ammesso che il ricambio generazionale sia un bene, tutti gli strumenti che lo favoriscono lo sono altrettanto? Come giudicare, ad esempio, l’introduzione di tetti di età nell’accesso a cariche, i prepensionamenti forzati, l’eventuale introduzione di “quote verdi” analoghe alle rosa?
Di fatto, sono in molti a sostenere non solo che si priva così la società di persone con elevatissima esperienza, senza avere la garanzia che ne entrino di migliori, ma soprattutto che il prepensionamento forzato non produce affatto un aumento delle opportunità giovanili, per le quali, appunto, bisognerebbe an zitutto puntare su aspetti cruciali quali appunto la mobilità sociale e, grazie ad una seria e condivisa cultura della valutazione, la meritocrazia. Altrimenti si corre il rischio di mandar via persone di esperienza, che magari si sono fatte da sole, per lasciar spazio a incapaci “figli di”, cooptati e raccomandati.
Quanto all’idea di “quote” per garantire la presenza giovanile, di cui in verità si è scarsamente parlato, ben si conoscono le critiche a quelle rosa – definite discriminatorie al contrario e controproducenti – sulla falsariga delle critiche alle politiche dell’affirm - ative action dei paesi anglo sassoni.
Si tratta di accuse in parte ragionevoli: tetti e quote sono misure dal sapere poco liberale, impensabili in società in cui tutte le generazioni sono rappresentate e il ricambio avviene naturalmente. Tuttavia, la violazione della parità di opportunità delle categorie “fortunate” appare assai meno inconcepibile se la si confronta con la letterale assenza di quelle da troppo tempo escluse e con la sistematica violazione del pluralismo di genere e generazionale del nostro paese, di cui quasi nessun liberale, incredibilmente, si scandalizza. Da questo punto di vista, si tratta di misure di emergenza, certo temporanee, fino a che la distribuzione di risorse e cariche diventi un po’ meno immoralmente unigenerazionale e il pluralismo si generi in maniera fisiologica.
D’altro canto, se le risorse sono sempre le stesse e la crescita del paese è ferma, come possono entrare i più giovani se non si incide, almeno un poco, su alcuni tra i diritti acquisiti, generosamente distribuiti in passato e pure giudicati intoccabili? Se ad esempio, come sembra imporre la riforma Gelmini, si possono assumere ricercatori solo in caso di pensionamento di professori, come farlo se gli anziani non escono? Forse si potrebbe chiedere a questi ultimi, perché non lascino la società priva del loro sapere, di continuare ad insegnare, o lavorare, gratis. Oppure, come suggerisce meno demagogicamente Alessandro Rosina, «prevedere per essi un’uscita flessibile con adeguati contratti rinnovabili». Settantenni con contratti co.co.co., ma in vista di una certissima pensione, e giovani assunti (o, per non esagerare, almeno impiegati).
Una proposta immorale e lesiva, di fronte a milioni di giovani – perché di milioni ormai si tratta nel nostro paese – che, come ha ricordato Camilleri in una battuta divenuta nota, non hanno tanto il problema di diventare bamboccioni quanto quello, letterale, di non finire come barboni.

Capitale sociale. Dal familismo amorale al familismo immorale..

In un’Italia in cui abbondano i “bamboccioni” e in cui emerge una tendenza ad “ereditare” anche gli incarichi pubblici tornano in auge le riflessioni sull’eccessivo potere assegnato alla famiglia nella sfe­ra pubblica. Ad un familismo che avrebbe ormai as­sunto i caratteri dell’amoralità – se non dell’immo­ralità – viene imputato il mancato radicamento dell’etica pubblica nel nostro paese. Quanta realtà e quanta mistificazione vi sono nel delineare questa presunta antitesi fra familismo e civismo?

Periodicamente la famiglia torna sotto i riflettori dell’opinione pubblica, indagata come possibile matrice dei mali del “bel Paese”, scrutata come depositaria e riproduttrice delle virtù e, più spesso, dei vizi del carattere nazionale. In una recente intervista a “La Repubblica”,[1] in cui vengono sintetizzati i risultati di una ricerca storica collettiva dedicata alle famiglie italiane nel Novecento,[2] Paul Ginsborg ha riproposto nuovamente il tema del familismo come una possibile chiave di lettura della realtà italiana contemporanea.[3] In un’Italia ripiegata su se stessa, in cui le giovani generazioni faticano a staccarsi dalle mura domestiche per progettare un futuro autonomo (i bamboccioni del ministro Brunetta), in cui ruoli politici e candidature passano disinvoltamente di generazione in generazione come fossero ereditarie (il figlio del ministro Bossi), e in cui recenti scandali coinvolgono responsabilità genitoriali (la «casa per la figlia» del ministro Scajola), conviene interrogarsi ancora – sostiene lo storico inglese naturalizzato italiano – sul concetto di familismo. Familismo è un’espressione famosa nel lessico delle scienze sociali, soprattutto dopo che nel 1958 lo studioso statunitense Edward Banfield ebbe coniato il concetto di «familismo amorale» per designare i comportamenti, descritti come angustamente individualistici, della gente di Montegrano (in realtà Chiaromonte, un isolato villaggio lucano).[4] Lo studio di Banfield ha avuto una larga eco nel dibattito pubblico sulla questione meridionale, divenendo per alcuni (ma in modo assai contestato) una delle possibili spiegazioni delle carenze dello spirito pubblico nel Sud del paese. Successivamente, da Carlo Tullio Altan a Robert Putnam,[5] è stato una ricorrente fonte di ispirazione per tutti coloro che si sono impegnati in schemi dualistici di raffigurazione della storia italiana. Ora Ginsborg lo recupera e, pur criticandolo, ne allarga la portata, fino ad usarlo per descrivere l’intero atteggiamento del “paese Italia”: anzi, richiamando il ben noto detto del «tengo famiglia» – e definito sorprendentemente non uno stereotipo ma la sintesi di «una filosofia antica e tipicamente italiana» – egli attribuisce al familismo, non più solo amorale ma ormai scopertamente immorale, il mancato radicamento di un’etica pubblica, di quel senso della collettività che è invalso nelle scienze sociali chiamare civicness.
La tesi di Ginsborg, modellata sugli schemi dicotomici cari a tanta sociologia classica, è a prima vista suadente, e sembra anzi farsi forza di una sorta di riconoscimento immediato, un asseverarsi intuitivo che si nutre di evidenze: in Italia oggi saremmo di fronte alla ricorrente tendenza al tradimento della fedeltà allo Stato per arricchire parenti e consanguinei. Il familismo amorale, tracimando, si mescolerebbe così con l’uso delle risorse pubbliche per interessi privati, con il clientelismo. Può essere interessante rilevare – osserva Ginsborg – come nell’Europa mediterranea «questi fenomeni antichi non muoiano mai, ma si reinventino continuamente in forme nuove. Quel che fa impressione nell’Italia di oggi è il prevalere dell’organizzazione verticale tra patrono e cliente su quella orizzontale tra cittadini. Nella precarietà del mercato del lavoro diventa fondamentale la relazione con il potente che garantisce determinati accessi per te e per i tuoi figli, da qui un legame di gratitudine e asservimento. Tutto questo non ha niente a che vedere con cittadinanza, diritti e democrazia».[6]
Al fondo starebbe dunque una verità nascosta: insieme alla tardiva formazione dello Stato democratico, la chiave di volta dell’eccezione italiana, quel qualcosa che impedisce alla nazione di essere un paese normale, sarebbe il familismo, e cioè l’eccessivo potere assegnato alla famiglia nella società e nella sfera pubblica italiane. Il familismo svolge così nella visione di Ginsborg quel ruolo che un tempo era assegnato dalla retorica nazionalista al «particolarismo», un principio distruttivo e disgregatore di più ampie e morali solidarietà. La contrapposizione non potrebbe essere più netta: da una parte l’individualismo egoista nutrito nella culla familista e dall’altra l’etica pubblica solidaristica, cresciuta nell’alveo della società civile; da un lato una ricorrente tentazione alla gretta chiusura familistica e dall’altro una società civile colta, indipendente, reattiva, pronta ad organizzarsi e ad esprimere valori universalistici di partecipazione e di associazione; e ancora, per un verso un assetto sociale in cui il rapporto dominante è quello tra l’individuo e la famiglia, per l’altro compagini in cui al centro della vita individuale sta la relazione, variamente disposta, con lo Stato.[7]
A questa contrapposizione idealtipica corrisponde puntualmente una distribuzione geografica, o meglio una geopolitica dei valori. Secondo Ginsborg sarebbe familista l’Europa mediterranea: un insieme variegato e composito formato in buona sostanza dall’area dei cosiddetti PIGS (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna) più i paesi mediorientali di tradizione islamica, descritti – questi ultimi – come comunità endogamiche, use al frequente matrimonio tra cugini primi e alla coabitazione delle coppie sposate coi genitori del maschio: tratti familiari che, uniti alla strutturazione clanica, avrebbe condizionato in senso negativo la crescita della società civile. In buona sostanza, l’accostamento di regioni così diverse funziona solo in negativo: esse sarebbero tutte segnate da una debole civicness a causa di strutture familiari troppo forti; sorta di controprova del successo del core nordeuropeo dello sviluppo economico (e insieme morale). In questa parte privilegiata del mondo (Inghilterra, Olanda e Scandinavia, più alcune aree della Germania e degli Stati Uniti) l’esistenza di famiglie più deboli e meno gerarchiche avrebbe permesso agli individui la libertà, gli spazi e i tempi per la partecipazione alla vita pubblica, da Ginsborg identificata con «la possibilità di sperimentare ed esplorare liberamente il variopinto mondo dell’associazionismo».[8]
La tesi della contrapposizione tra famiglie forti e famiglie deboli si può dimostrare, sostiene Ginsborg – che riprende qui tesi avanzate dal demografo David Reher – grazie all’analisi di tre piani distinti: quello delle strutture di coresidenza, dei sistemi demografici familiari e dei valori casalinghi.
L’analisi comparativa delle strutture familiari di coresidenza è stata introdotta nel dibattito delle scienze sociali da Peter Laslett, uno dei padri della moderna storia della famiglia. Nella sua visione le famiglie inglesi (ma non irlandesi o scozzesi) e più in generale nordeuropeo-occidentali sarebbero state caratterizzate dal Cinquecento in poi da alcune caratteristiche specifiche: struttura nucleare, età tardiva della sposa, residenza neolocale.[9] Grazie a queste caratteristiche, la famiglia inglese, portatrice di comportamenti virtuosi secondo l’etica maltusiana (con un’età tardiva al matrimonio cui corrispondeva un minor numero di figli) sarebbe stata il vero motore occulto della marxiana «accumulazione originaria», prodromo della rivoluzione industriale. A questo idealtipo dello sviluppo corrisponde, nella tipologia di Laslett, un idealtipo dell’arretratezza, costituito da famiglie variamente allargate, patriarcali, conviventi per più generazioni sotto lo stesso tetto, ordinate da strutture gerarchiche e costrittive, modellate sulle descrizioni fornite da antropologi anglosassoni dell’Europa meridionale e orientale: famiglie di pastori berberi o balcanici, di mezzadri toscani, di contadini calabri, di pescatori cantabrici. Va da sé che questi due modelli risultano – in quella visione – inscritti in un percorso evolutivo, un processo che prevede il passaggio da forme ritenute tradizionali o primitive ad altre reputate moderne.
Questo schema semplificato e riduttivo è stato da tempo criticato e in gran parte abbandonato, ma la sua influenza continua ad avvertirsi nel discorso delle scienze sociali e nel dibattito pubblico.[10] Malgrado l’evidenza, ad esempio, che in gran parte del Mezzogiorno la famiglia nucleare sia stata storicamente prevalente e le strutture di famiglie estese e complesse siano state invece minoritarie, l’idea che si possa trovare nella composizione familiare la chiave dell’arretratezza, il santo Graal della backwardness, non è stata mai abbandonata. È accaduto così che, scoperta negli anni Ottanta la cosiddetta Terza Italia, l’area valligiana centrosettentrionale a piccola impresa industriale diffusa, ci si è chiesti se non fosse da cercare nella struttura complessa, gerarchica e patriarcale della famiglia estesa mezzadrile, nella sua abitudine alla cooperazione nell’uso delle risorse comuni (il podere) il segreto del successo economico di questa parte del paese; laddove alla famiglia nucleare meridionale, descritta “alla Banfield” sarebbe venuta a mancare questa fondamentale risorsa cooperativa.[11] In breve, patriarcale o nucleare che sia la famiglia, il risultato non cambia mai, se si continua inutilmente a porre la struttura familiare come pietra filosofale nell’eterna ricerca alchemica delle ragioni del sottosviluppo economico (o civico).
Il secondo piano chiamato in causa da Ginsborg è quello dei sistemi demografici familiari. Si tratta di uno schema interpretativo elaborato a suo tempo dal demografo John Hajnal, che aveva prospettato l’esistenza nell’Europa moderna (dal XVI secolo in poi) di due sistemi familiari prevalenti e opposti fra loro: il primo, quello nordoccidentale, contraddistinto da una elevata età al matrimonio (soprattutto femminile) e strutture di residenza neolocali, e caratterizzato dall’abitudine di abbandonare presto la casa paterna per andare a servizio; il secondo, mediterraneo e orientale, a bassa età al matrimonio, segnato dalla preferenza per la convivenza di più generazioni nella stessa casa e dalla riluttanza a lasciare la famiglia d’origine. Questo schema, fuso in vari modi col precedente e formulato ancora una volta per spiegare le ragioni (virtuose) del primato economico nordoccidentale, divideva l’Europa secondo un’immaginaria linea disposta tra San Pietroburgo a Trieste, sì da isolare l’Europa nordoccidentale, vincente, e separarla dalla meno corretta, attardata e perdente “altra Europa” meridionale e orientale. Anche in questo caso le critiche all’impostazione di Hajnal non sono mancate, e hanno toccato sia l’inesistenza di una correlazione tra strutture neolocali ed età al matrimonio, sia l’inefficacia di isolare l’età al matrimonio come unica variabile indipendente e cioè senza considerare il regime demografico (soprattutto i tassi di mortalità) in cui è inscritta.[12] Ma se l’applicabilità dello schema di Hajnal all’Europa preindustriale è assai dubbia, l’opportunità di isolarne solo un tratto (come l’età di abbandono della casa dei genitori) per determinare l’esistenza di famiglie “forti” o “deboli” oggi, a “rivoluzione demografica” da tempo conclusasi (con la conseguente completa equiparazione di tutti gli indicatori demografici fondamentali), appare alquanto controversa.
Il dubbio grava specialmente sull’intento di inferire dalla comparazione delle diverse età nella fuoriuscita dalla famiglia di origine non un diverso livello delle opportunità, una differente struttura delle chances di mobilità, una variabile disposizione del mercato delle abitazioni, dei servizi e così via (tutte carenze rispetto a cui le strutture familiari possono funzionare da “ammortizzatori”) ma argomenti a sostegno di una tendenza culturale, riassumibile nello stereotipo indimostrato dell’italiano “mammone”,[13] ovvero la predisposizione italica (ma poi, a seconda dei casi, meridionale, mediterranea oppure orientale) a convivere fino all’età adulta sotto lo stesso tetto dei propri genitori, una specie di tara insita nel carattere nazionale.[14] Viceversa, la tendenza inglese di mandare presto i figli fuori di casa, un tempo a servizio, oggi a studiare, non viene collegata ad un sistema ereditario, quello dello one sole heir, che prevede la possibilità per i genitori di concentrare l’asse ereditario su un unico figlio a scelta, con la conseguente necessità di far sì che gli altri si costruissero una propria strada fuori dalle mura domestiche; e v’è da chiedersi se tale plurisecolare tradizione giuridica, decisamente volta alla conservazione del patrimonio familiare in barba a principi di elementare equità non possa con qualche ragione essere qualificata, essa sì, come “familista”.
Infine, Paul Ginsborg, sulla scorta dei suoi studi precedenti,[15] propone di dividere le famiglie in “aperte” e “chiuse”. Anche in questo caso ci troviamo di fronte ad una polarità. Da una parte ci sono le famiglie che «sviluppano al loro interno, nelle loro conversazioni e tradizioni, un’apertura nei confronti della società e dei suoi problemi, una disponibilità dei componenti ad impegnarsi in associazioni e movimenti, un concetto della casa come spazio domestico poroso e accogliente»; mentre dall’altra «quelle che considerano la famiglia come una fortezza e vivono la vita familiare come un bene prezioso in costante pericolo»: queste ultime famiglie sono autoreferenziali e non aperte, come è evidente dalle loro case, che rifletterebbero questi atteggiamenti «sia nell’architettura sia nei sistemi di protezione».[16] Anche in questo caso nessuna relazione è ipotizzata tra architettura e sistemi di protezione abitativa e livelli di reddito e di criminalità (reali o percepiti) del contesto sociale. Quest’ultima polarità si affiancherebbe così alle prime due, anche se con modalità piuttosto oscure, sicché non è chiaro se sia lecito aspettarsi una relazione positiva tra una certa struttura familiare, un dato sistema familiare e determinati valori casalinghi.
È interessante notare come questa ripresa della chiave interpretativa familistica avvenga tuttavia in un clima intellettuale profondamente diverso da quello in cui essa fu forgiata: durante il mezzo secolo di storia del concetto di familismo amorale il tema cardine verso cui si è indirizzata l’analisi è stato quello dello sviluppo economico – verso il quale esso finiva per svolgere in negativo più o meno lo stesso ruolo che l’etica protestante svolge nella celeberrima tesi di Max Weber relativa allo sviluppo del capitalismo. Oggi, tuttavia, tale prospettiva appare per molti aspetti usurata. È significativo che sia stato proprio Ginsborg a rigettare l’avventurosa affermazione formulata da Francis Fukuyama in un suo libro intitolato “Trust”[17] secondo la quale il familismo andrebbe in sostanza considerato un freno al dispiegarsi della fiducia collettiva e dunque alla qualità dello sviluppo economico capitalistico, con la conseguente classificazione delle liberaldemocrazie in più moderne e sviluppate (Germania, Giappone, Stati Uniti) e meno moderne (Cina, Corea del Sud, Francia e Italia). Nello stroncare tali elucubrazioni, fondate sulla ripresa di un concetto carico di «insensato determinismo antropologico», Ginsborg ricordava giustamente come tutta l’industria più avanzata e attiva sia in Italia, e non solo in Italia, a base familiare.[18] È interessante in questa discussione il ruolo che finiva per giocare il Meridione come antitipo della modernità. Fukuyama infatti – basandosi ancora una volta su Banfield – indicava il Sud dell’Italia come un caso estremo, come l’area limite dell’Europa progredita, quella in cui la fiducia collettiva non poteva dispiegare i suoi benefici effetti sull’economia a causa di un tratto culturale familista che egli qualificava in modo assai bizzarro come «confucianesimo»: affermazione che oggi nessuno si sentirebbe di ripetere, non perché il confucianesimo non sia stato un credo che abbia privilegiato il ruolo della famiglia, ma perché, nel frattempo, lo straordinario successo industriale cinese ha insinuato più di qualche dubbio non solo sulla veridicità ma anche sulla semplice sensatezza di queste contrapposizioni. Vi è in queste tesi un tratto evidentemente paradossale: il comportamento degli abitanti di Montegrano, così scopertamente orientato a massimizzare l’utile, diviene il prototipo di un’etica in fondo anticapitalistica; e ciò dopo che – com’è stato acutamente notato[19]– sin dai filosofi morali scozzesi del Settecento la retorica liberista ha teorizzato l’ostinato e angusto perseguimento di fini personali come necessaria premessa al dispiegarsi del bene collettivo, secondo la celebre palingenesi dei vizi privati in pubbliche virtù.
Il familismo resuscitato da Ginsborg non è più dunque quello di una volta; non costituisce più una chiave per spiegare il maggiore o minore successo economico: egli ne opera una vistosa revisione, torcendo il concetto in senso culturalista ed etico. Opponendosi a quelle concezioni del capitale sociale[20] che da un lato puntano a sganciarlo dal sistema dei valori, e dall’altro a farne una base per nuove tassonomie economiche, questa visione tende a qualificare il capitale sociale come impegno civico, e a ribadire un nesso tra civismo e alcune pratiche associative, distinte sul piano valoriale e, verrebbe da dire, politico. La società civile viene infatti descritta come un essere fragile e in pericolo, assediata da mali antichi e nuovi, che hanno il nome di clientelismo, corruzione, familismo, nepotismo, monopolio mediatico. Si tratta, in altre parole, di un malato, per il quale Ginsborg propone la cura della democrazia partecipativa economica, citando l’esempio dei soviet ma sostituendo il soggetto portatore delle speranze di rinnovamento: non più evidentemente la classe operaia ma «la popolazione urbana istruita del Nord del mondo», solo provvisoriamente (anche se alquanto volontariamente) «assoggettata al capitalismo consumista e all’arricchimento personale».
Evidentemente non tutti i modi di partecipare alla vita sociale risultano, in questa prospettiva, «civici» allo stesso modo: non lo sono i rapporti di vicinato, una partecipazione che «non equivale al vero impegno civico», non l’appartenenza alle associazioni di categoria, inficiate da evidenti interessi particolaristici, non i legami comunitari e l’affiliazione a movimenti di rivendicazione locale a base identitaria, sospetti di razzismo e xenofobia, e non (si suppone) quel vasto mondo, alquanto elitario, di club e associazioni di ex allievi, sorta di compagnonnage delle professioni liberali così diffuso in quella cultura anglosassone che affida al college una parte importante della formazione dei giovani. Ma soprattutto sembra esservi in questa concezione del civismo uno spazio limitato per la partecipazione basata su schemi ideologici o ideologico-religiosi: dovendosi in questo caso prendere in considerazione non solo i dimostranti di Teheran e di Bangkok e i partecipanti all’universo del volontariato ma evidentemente anche i membri dei movimenti del risveglio religioso cristiano, i fanatici antisionisti, gli iscritti a partiti che propugnano l’ineguaglianza sociale o l’esaltazione di figure di leader telegenici dal senso civico alquanto incerto.
E dire che nella raccolta di saggi contenuti in “Famiglie del Novecento” vi erano esempi molto diversi, in grado di allargare la visione a famiglie cattoliche familiste ma disobbedienti ai precetti dell’enciclica “Humanae Vitae” del 1968[21] o a famiglie comuniste fortemente coese (entro quelle reti di vicinato e di comunità intessute di tradizione politica costitutive delle cosiddette Regioni rosse) ma al contempo devote al partito, controfigura e promessa dello stato socialista che verrà, e in un modo così assoluto da fare esclamare a Marina Sereni: «Il Partito si è fuso per me con la mia vita privata così strettamente e completamente da darmi sempre la certezza di essere una particella di quella immensa forza che porta il mondo in avanti».[22]
Solo una visione fortemente limitata della società civile permette di opporla specularmente al familismo, un’attitudine di cui non viene spiegato sulla base di quali parametri possa essere indagata. Gli studi condotti in questo senso dai sociologi mediante interviste qualitative volte a comprendere cosa la gente pensi della propria famiglia e della società che la circonda offrono migliori spunti di riflessione. Loredana Sciolla,[23] ad esempio, ha argomentato con forza che, scomponendo il concetto di cultura civica nelle sue componenti diverse (valoriale, fiduciaria, identitaria) la supposta antitesi tra familismo (l’atteggiamento di chi ha fiducia esclusivamente nella famiglia) e civismo risulta falsa, che gli italiani non mostrano un abnorme attaccamento alla famiglia ma simile o anche inferiore a quello di popoli di radicata cultura civica, che le regioni meridionali sono meno familiste della media nazionale e più inclini ad avere fiducia nelle istituzioni. Sicché non resta che concludere con Giulio Bollati che «ogni discorso sull’indole, la natura, il carattere di un popolo appare come un’equivoca combinazione di conoscenza e di prescrizione, di scienza e di comando. Quello che un popolo è (o si crede che sia) non si distingue se non per gradi di dosaggio da ciò che si vuole debba essere».[24]

[1] S. Fiori, Familismo. Ginsborg: perché l’Italia non ha un’etica pubblica, “La Repubblica”, 8 marzo 2010, p. 37.

[2] E. Asquer, M. Casalini, A. Di Biagio, P. Ginsborg (a cura di), Famiglie del Novecento. Conflitti, culture e relazioni, Carocci, Roma 2010.

[3] Il tema è stato un filo rosso della sua ricostruzione della storia contemporanea italiana. Si vedano Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra ad oggi: società e politica 1943-88, Einaudi, Torino 1989; ID, L’Italia del tempo presente: famiglia, società civile, Stato: 1980-1996, Einaudi, Torino 1998.

[4] Pubblicato nel 1958 negli Stati Uniti il libro di Banfield, presto tradotto (1961) suscitò un intenso dibattito. Esso è ora disponibile in D. De Masi (a cura di), Le basi morali di una società arretrata, Il Mulino, Bologna 1976. Per un inquadramento e i successivi esiti della discussione vi veda G. Gribaudi, Il paradigma del «familismo amorale», in P. Macry, A. Massafra (a cura di), Fra storia e storiografia. Scritti in onore di Pasquale Villani, Il Mulino, Bologna 1994, pp. 337-354; M. C. Agodi, L’immagine del Mezzogiorno nella sociologia degli ultimi cinquant’anni, in “Meridiana”, 47-48/2003, pp. 23-64; M. Minicuci, Antropologi e Mezzogiorno, ivi, pp. 139-74; A. Blando, Il ritorno di Banfield, in “Meridiana”, 59-60/2007, pp. 307-24.

[5] C. T. Altan, La nostra Italia. Arretratezza socioculturale, clientelismo, trasformismo e ribellismo dall’Unita ad oggi, Feltrinelli, Milano 1986; R. D.Putnam, La tradizione civica nelle regioni italiane, Mondadori, Milano 1993; su cui si vedano le osservazioni contenute in S. Lupo, Usi e abusi del passato: le radici dell’Italia di Putnam, in “Meridiana”, 18/1993, pp. 151-68.

[6] Fiori, op. cit.

[7] Ginsborg, Scrivere la storia delle famiglie del Novecento: la connettività in un quadro comparato, in Asquer, Casalini, Di Biagio, Ginsborg (a cura di), op. cit., p. 25.

[8] Ivi, p. 29.

[9] Per una ricostruzione del tema si veda F. Benigno, Famiglia mediterranea e modelli anglosassoni, in “Meridiana”, 6/1989, pp. 29-61.

[10] M. Huysseune, Modernità e secessione. Il discorso politico della lega Nord, Carocci, Roma 2004.

[11] Macry, Rethinking a Stereotype. Territorial Differences and Family Models in the Modernization of Italy, in “The Journal of Modern Italian Studies”, 2/1997, pp. 188-214; Benigno, The Southern Family. A Comment on Paolo Macry, ivi, pp. 215-17.

[12] Benigno, Famiglia mediterranea, cit.

[13] L. Sciolla, Italiani: stereotipi di casa nostra, Il Mulino, Bologna 1997, p. 31 sgg.

[14] Ma si noti come, nel contesto italiano, i dati sulla localizzazione abitativa delle nuove coppie in prossimità dei genitori descriva una maggiore vicinanza nel Centro-Nord e una minore al Sud. Si veda a questo proposito G. A. Micheli, R. Rettaroli, Esiste una specificità demografica del Meridione?, in “Meridiana”, 61/2008, pp. 92-93.

[15] Ginsborg, Il tempo di cambiare. Politica e potere nella vita quotidiana, Einaudi, Torino 2006; ID, La democrazia che non c’è, Einaudi, Torino 2006.

[16] Ginsborg, Scrivere la storia delle famiglie, cit., pp. 31-32.

[17] Pubblicato nel 1995 il saggio di Fukuyama è apparso in italiano l’anno successivo. Si veda F. Fukuyama, Fiducia, Rizzoli, Milano 1996.

[18] A. Altichieri, Fukuyama. La storia si è fermata ad Eboli, “Corriere della sera”, 12 febbraio 1996, p. 25.

[19] Sciolla, op. cit., p. 19.

[20] R. Cartocci, Mappe del tesoro. Atlante del capitale sociale in Italia, Il Mulino, Bologna 2007; su cui veda ora Lupo, Il conio del capitale sociale: La questione meridionale dopo il meridionalismo, in “Meridiana”, 61/2008, pp. 21-42.

[21] B. Bocchini Camaiani, Famiglia e sessualità nel Magistero dal concilio Vaticano II a Giovanni Paolo II, in Asquer, Casalini, Di Biagio, Ginsborg (a cura di), op. cit., pp.198-205.

[22] Casalini, Ritratti di famiglia nell’Italia degli anni Cinquanta, ivi, p. 168.

[23] N. Negri, L. Sciolla (a cura di), Il paese dei paradossi. Le basi sociali della politica in Italia, Nuova Italia Scientifica, Roma 1996; Sciolla, op. cit..

[24] G. Bollati, L’Italiano, in R. Romano, C. Vivanti (a cura di), Storia d’Italia, vol. I, I caratteri originali, Einaudi, Torino 1972, p. 958.

I tantissimi professori a favore della riforma Gelmini.

Pensiamo a quei cinquecento tra ordinari, associati e ricercatori (senza contare moltissimi docenti "a contratto") che hanno firmato l’appello "Difendiamo l’Università dalla demagogia" in difesa della legge Gelmini. Non c’è nulla di roboante o solenne nelle righe dell’appello, solo la richiesta di fermarsi un momento a pensare, di respingere il riflesso di dire 'no' a prescindere, e l’invito a chinarsi anche solo per curiosità intellettuale sui contenuti della riforma, per non ridurla a mero pretesto.

Assieme ai moltissimi che lo hanno firmato ho sentito la necessità fin dai giorni in cui manipoli di studenti bivaccavano sui tetti e in cima ai monumenti, graziosamente ricevendo politici e intellettuali desiderosi di prostrarsi al senso comune della protesta: viva la cultura, viva i giovani, viva il futuro.
Pareva già in quei giorni e poi sempre di più fino alle violenze di piazza, che il testo della riforma Gelmini fosse depositario di un potere inusitato e funesto: "cancellare una generazione", "rubare il futuro ai nostri ragazzi", "uccidere la cultura e la ricerca". Sapevo e sapevamo che non era così: neppure una legge che si fosse follemente prefissata simili obiettivi avrebbe avuto la garanzia dell’efficacia. Figuriamoci la riforma dell’Università, frutto di compromessi, trattative, accordi, emendamenti, che ne hanno semmai attutito le molte buone intenzioni.
Questa legge non salva e non danna, è – come dicono gli americani – un "pezzo di legislazione" importante e che va nella giusta direzione. L’appello dimostra che al di là del vociare dei tetti e delle piazze, sono in tanti nel mondo universitario a pensarla così. Solo che la riforma Gelmini ha smesso molto presto di essere il tema della discussione e dello scontro. Al suo posto si è aperta una voragine demagogica che doveva inghiottire Silvio Berlusconi e tutto il suo governo: indegni per definizione e per vizio antropologico di avere a che fare con la cultura e con l’Università. Non si tratta di fan di Berlusconi, e forse neppure della Gelmini, ma solo di persone che hanno dedicato la loro vita all’insegnamento e non vogliono fare festa attorno alla bara dell’Università italiana solo perché il conformismo imperante ha bisogno di un cadavere e di un assassino.

(tratto da Il Giornale)

martedì 21 dicembre 2010

Agenda setting - effetto priming - effetto framing in politica


Agenda Setting

• I media non ci dicono “cosa” pensare, ma “a cosa” pensare e “a cosa non” pensare. (tanto più i media parlano di un determinato argomento tanto sarà più rilevante per gli elettori) I media prima selezionano le notizie definendo delle priorità e i vari aspetti di quel problema che verranno trattati.
• I temi su cui si concentrano i media, in particolare la televisione, diventano anche i temi a cui pensano maggiormente i cittadini (euristica della disponibilità: informazioni più accessibili)
• Due tipi di costruzione dell’agenda da parte dei media
• Selezione delle notizie
• Definizione delle priorità al loro interno (indicatori di salienza (def. principale, essenziale) stabiliti dai giornalisti e recepiti dal pubblico) c’è una differenziazione tra i temi trattati poiché ogni schieramento politico preferirà che si parli di un determinato argomento più che un altro.
Negoziazione dell’agenda e dei formati tra sistema politico e sistema dei media
• I partiti non sono più in grado di imporre la loro agenda tematica ai media. A questa perdita di controllo possono sopperire attraverso:
• Pseudo-eventi tematici (organizzare eventi tematici, non programmi o azioni politiche, es. conferenza sulla famiglia x es. manifestazione sul sostegno fiscale ecc…)
• Ripetizione continua di dichiarazioni coerenti (difficile e quasi mai attuata con successo) (ridondanza di dichiarazioni che garantisce una maggiore copertura per la popolazione.)
• Negoziazione diretta con i giornalisti (dipende dal rispettivo potere negoziale) (rapporti tra gli uffici stampa di giornali e politici)
• Soppressione delle decisioni: i temi scomodi e difficili vengono accantonati “alzando il volume” dello scontro su altri aspetti (spesso x es. attaccando l’avversario o dirottando i media su questioni diverse o di “colore”) si dirotta l’attenzione su altre questioni in sostanza. Es. Berlusconi dice “abbasso i gay” per sviare la faccenda della chiamata in questura per la scarcerazione di Ruby (la marocchina).
Chi determina che cos'è la politica governa la nazione, perchè la definizione delle alternative è la scelta dei conflitti, e la scelta dei conflitti distribuisce il potere. ( Schattschneider, 1960, p.68)
Dovete sempre cercare di conquistare e mantenere slancio, altrimenti questo passerà immediatamente al vostro avversario. Conquistare slancio significa dominare l'agenda delle notizie, entrare nel ciclo dell'informazione al più presto possibile e rientrarci ripetutamente, con storie e iniziative grazie alle quali il trattamento successivo delle notizie sia definito nei termini che voi avete scelto (Gould, 1998, p.294; cit. in Blumler, Kavanagh, 1999, p.214).

L’effetto priming (“suggestione”)

• I temi su cui si incentra l’agenda dei media diventano anche i criteri su cui i cittadini valutano l'operato dei governi in carica e le proposte dei politici.

• Agenda setting: “la sicurezza è un problema importante”
• Priming: “garantire la sicurezza ai cittadini è una responsabilità della politica” Il priming è un effetto di preparazione secondo cui un evento è maggiormente atteso se è in relazione col precedente rispetto ad uno che non ha nessuna relazione. È quindi un processo che coinvolge più aspetti cognitivi quali la memoria, la modalità percettiva e il grado di attenzione necessario.
• Issue owenrship dei vari partiti/schieramenti: non tutti i temi sono politicamente uguali
“Il costruzionismo”
• La costruzione della realtà sociale da parte dei media
– I media definiscono il mondo attraverso le notizie, i commenti e anche la fiction. Le loro mediazioni determinano ciò che ottiene rilievo e ciò che è escluso. Oltre a fornire «finestre sul mondo» che offrono prospettive selettive, i media producono significati e interpretazioni. Forniscono espliciti quadri di spiegazione, nonché comprensioni tacite fondate su associazioni di idee, immagini evocative, catene di pensiero «naturali». Offrono inoltre codici che etichettano e classificano, distinguendo, ad esempio, fra il normale e il deviante, il naturale e l’innaturale [Curran 2002].
• I frame “costruiscono” le issues per il pubblico
• Il pubblico compartecipa alla costruzione del senso


L’effetto framing (“inquadramento del problema”)

• “Framing è la Seconda dimensione dell’agenda setting”: non solo i problemi, ma anche aspetti specifici dei problemi vengono interiorizzati dai cittadini per effetto della rappresentazioni sui media. Il termine inglese framing deriva da frame che tradotto letteralmente significa cornice, o intelaiatura. Con l’espressione «effetto framing» si fa riferimento all’impatto del frame sull’interpretazione soggettiva delle informazioni, dove per frame s’intende la forma data alle informazioni stesse. Per esempio, lo stesso messaggio può essere presentato in termini positivi o negativi e rimanere oggettivamente equivalente: «La carne di manzo è per l’80% magra» versus «la carne di manzo è per il 20% grassa». Il contenuto informativo rimane invariato, ciò che cambia è il punto di vista, il lato messo in evidenza. Un conto è parlare di «tasse», un altro è dire «responsabilità fiscale»


I frame dei media
1) Salienza
Entman (1993) -> ex.: Fallujah
“Framing implica essenzialmente selezione e salienza. Fare frame è selezionare alcuni aspetti di una realtà percepita e renderli più salienti in un testo comunicativo, in modo da promuovere una particolare definizione del problema, interpretazione causale, valutazione morale e/o indicazione del trattamento per l’elemento descritto”.
2) Connettività
Gamson (2003) -> Ex.: Van Gorp e gli asylum seekers
I frame sono i “principi organizzativi centrali che tengono insieme e danno coerenza a tutta una serie di simboli o idee”
-> danno significato agli eventi narrati, tessono collegamenti tra questi e altri eventi pertinenti, suggeriscono qual è la posta in gioco

• « Non pensate a un elefante! »
(George Lakoff)

Secondo Lakoff, a quel punto non si può fare a meno di pensare ad un elefante, poiché la mera menzione della parola elefante evoca inevitabilmente l' immagine elefante (ed un frame di "accompagnamento").
• Negli studi sui mezzi di comunicazione di massa, in sociologia e psicologia il termine framing si riferisce ad un processo inevitabile di influenza selettiva sulla percezione dei significati che un individuo attribuisce a parole o frasi. Il framing definisce la "confezione" di un elemento di retorica in modo da incoraggiare certe interpretazioni e scoraggiarne altre. I mass media o specifici movimenti politici o sociali, oppure determinate organizzazioni, possono stabilire dei frames [1] (nel senso specificato) correlati all'uso dei media stessi.

Tipi diversi di framing e loro conseguenze:

• Frame tematico: un problema affrontato nei suoi aspetti “macro”: cause e conseguenze sociali, dimensioni del fenomeno. (causalità di sinistra)
– Es. povertà come esito di mutamenti sociali e politiche pubbliche (mutamenti nell’economia, sistemi di welfare)
– Politicizzazione e socializzazione del problema, ma inferiore capacità di attirare l’attenzione e rimanere impresse nella memoria

• Frame episodico: un problema descritto in una sua occorrenza “micro”: storie di vita di persone e gruppi singoli, non ricondotte a fattori generali. (causalità di destra)
– Es. povertà come risultato di circostanze individuali (sfortuna, pigrizia, decisioni sbagliate)
– Manca la politicizzazione, ma la componente emotiva e di vita quotidiana delle storie le rende più facili da ricordare

« "Il termine dipendenza da incorniciamento significa che il modo in cui si comportano le persone dipende dal modo in cui i loro problemi decisionali sono stati incorniciati."
Shefrin (2000) »
«Una volta che il tuo frame è accettato» nel discorso pubblico, «tutto ciò che dici è senso comune». Quest’ultimo, infatti, non è altro che «ragionare entro un frame ordinario e accettato»
Lakoff 2004)

Goffman usava l'idea per definire "schemi di interpretazione" che permettono a individui o gruppi di "collocare, percepire, identificare e classificare" eventi e fatti, in tal modo strutturando il significato, organizzando le esperienze, guidando le azioni.

Infine secondo me i frame sono delle variabili dipendenti perché vengono condizionati da altre cose, quindi la comunicazione è condizionata da altre variabili. Queste variabili contribuiscono a produrre determinati messaggi e poi questi messaggi influenzano il pubblico. C’è un effetto di concatenazione. Il Frame è un tema molto importante perché è nelle pieghe della comunicazione politica e spesso gli attori politici non se ne preoccupano e passano oltre, mentre io penso che la ragione delle vittorie e delle sconfitte nelle battaglie comunicative sono spesso nel fatto che il problema è stato impostato in un modo che favorisce una parte piuttosto che un’altra, una soluzione piuttosto che un’altra.

lunedì 20 dicembre 2010

Effetto "Panino" in Tv - Primacy e Recency.

Effetto Primacy ed Effetto Recency: Non abbiamo mai una seconda opportunità per dare una prima buona impressione.

Gentile lettore, il “panino” nel linguaggio giornalistico, riferito al linguaggio politico, in tv riguarda la credibilità e la sequenza temporale. In sostanza l’ordine con il quale incontriamo le cose ha un effetto. Una specifica problematica persuasiva riguarda l’ordine di presentazione più efficace nel presentare gli argomenti. Nei servizi giornalisti si fa riferimento al “panino” quando si fa parlare prima il governo, poi l’opposizione e poi la maggioranza. Un altro esempio possiamo farlo descrivendo una scena al ristorante. Nell’ordinare un pasto, il cameriere quando dice a voce il menù, dice o i piatti più costosi, i più buoni o quelli realmente disponibili. Nella logica che la nostra memoria si ricordi le cose che ci vengono dette per prime e le cose che ci vengono dette per ultime, mentre le cose di mezzo se le dimentica. La credibilità e la fiducia si costruiscono nelle fasi di primo contatto (entro i primi 3 secondi di interazione) – Effetto Primacy – e si consolidano nelle fasi di uscita e nelle ultime cose che vediamo o interazioni finali – Effetto Recency. Gli effetti analizzati sono in particolare quelli di primacy (tendenza a ricordare i primi elementi di una lista) e recency (tendenza a ricordare gli ultimi elementi di una lista), i quali sono entrambi attivi: i soggetti – in altre parole – tendono a ricordare le argomentazioni iniziali e le argomentazioni finali di un discorso persuasivo. Effetto Primacy ed Effetto Recency, cari buoni lettori, dicono che non abbiamo mai una seconda opportunità per dare una prima buona impressione.

Fase ciclica negativa nel 2010 per la Sicilia.

L’economia della Sicilia in tutto l’arco del 2010 ha risentito, come tutto il Mezzogiorno, della fase ciclica negativa, con un rilevante calo del PIL. Tutti i principali settori hanno registrato riduzioni dei livelli di attività, in particolare nella prima parte dell’anno è proseguita la dinamica discendente degli ordinativi e della produzione industriale, che aveva caratterizzato tutto il 2009. L’attività produttiva delle imprese edili è diminuita per il quarto anno consecutivo, soprattutto per le imprese che operano nel settore delle opere pubbliche e nel mercato immobiliare residenziale. Nel turismo si sono ridotti gli arrivi e le presenze sia di italiani sia, in misura maggiore, di stranieri; con un calo sensibile per il secondo anno consecutivo dei ricavi del settore. Riflettendo la grave crisi del commercio internazionale, gli scambi commerciali della Sicilia con l’estero si sono contratti di oltre un terzo; tutti i principali settori merceologici hanno registrato riduzioni. L’occupazione è diminuita per il terzo anno consecutivo, in particolare nell’industria (-6%) e nelle costruzioni (-10,6%); colpendo, in particolare, i giovani. Il tasso di disoccupazione dell’isola è risultato ancora una volta il più elevato fra tutte le regioni (13,9%). All’indebolimento della dinamica hanno contribuito fattori di domanda, connessi al ridimensionamento dei piani di investimento, per le imprese, e alla contrazione delle compravendite di abitazioni, per le famiglie. In tale difficile contesto un ruolo di prima linea continua ad essere svolto con impegno costante dalle Popolari. Oggi nella regione la Categoria è presente con 509 sportelli, (di cui 372, pari al 73%, appartengono a banche che hanno sede nell’isola) per una quota di mercato di oltre il 28,3%. Una presenza quella in Sicilia che ha una lunga tradizione storica con 5 banche del Credito Popolare sviluppate e cresciute nella regione di cui 2, in particolare, nate rispettivamente nel 1889 e nel 1920: la Banca Agricola Popolare di Ragusa e Banca Popolare Sant’Angelo. Il forte radicamento territoriale e la conoscenza della realtà economica isolana hanno permesso alle Banche Popolari di operare al meglio per sostenere il tessuto economico locale dando ossigeno alle piccole realtà produttive presenti, in linea con la mission originaria che sempre più individua gli istituti della Categoria come banche a vocazione localistica. Questa politica attuata coerentemente dal Credito Popolare spiega meglio di qualunque altro fattore la crescita registrata dagli impieghi sull’isola nel mese di settembre del 2010 pari all’8,6%, un dato superiore alla media. Un incremento che ha riguardato sia i prestiti alle famiglie con un aumento (in prevalenza mutui), del 4%, sia gli impieghi alle piccole e medie imprese cresciuti del 11,5% un dato straordinario che conferma l’attenzione per il tessuto produttivo, e che trova ulteriore conferma nella variazione positiva pari al 10,3% dei crediti concessi alle altre imprese. Questi dati dimostrano la reazione e l’impegno messo in campo dalle Banche Popolari nell’attuale difficile congiuntura, unita alla caratteristica di banche del territorio e delle comunità, elementi questi che hanno permesso agli istituti della Categoria di incrementare quantitativamente e qualitativamente i rapporti con la clientela in Sicilia, facendo leva sulla propria tradizione che li ha sempre visti come interlocutori credibili che pongono al centro della loro attività lo sviluppo della realtà locale nella quale operano e a cui restano strettamente legati. Il sostegno alle produzioni locali è stato, ed è tuttora, uno dei capisaldi dell’impegno e della responsabilità del Credito Popolare, che dimostra di saper interpretare al meglio quella prossimità relazionale sulla quale ha costruito il proprio consenso e che continua a fondarsi sulla centralità della persona.

di Giuseppe De Lucia Lumeno.
Segretario Generale, Associazione Nazionale fra le Banche Popolari

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