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martedì 22 settembre 2026

L'IA cambierà l'economia (e le Banche Centrali): la lezione di Fabio Panetta

Mentre una fetta sorprendente di osservatori, manager e scettici del weekend continua a derubricare l'Intelligenza Artificiale a semplice moda passeggera o trucco di marketing, i vertici delle istituzioni finanziarie globali hanno già compreso la portata del terremoto in atto. Chi ancora stenta a cogliere cosa sia realmente in grado di fare l'IA farebbe bene ad ascoltare con attenzione le parole di Fabio Panetta: le nazioni capaci di assimilare con tempestività queste risorse tecnologiche si assicureranno un beneficio competitivo permanente in termini di rendimento, ampliando la propria penetrazione nei mercati internazionali e catalizzando cospicui flussi finanziari.

Il Governatore della Banca d'Italia, intervenuto alla conferenza della banca centrale ucraina, ha chiarito senza troppi ghirigori un concetto fondamentale: il ritardo strategico del Vecchio Continente rispetto alla leadership statunitense non è affatto scolpito nel marmo. Pur non conquistando il primato globale, l'Europa possiede ogni prerequisito per recepire ed esercitare queste innovazioni con la medesima reattività delle altre grandi potenze economiche

Per chi ancora dubita dell'impatto reale sui numeri, le stime elaborate dagli analisti di Palazzo Koch tracciano uno scenario inequivocabile: una diffusione capillare dell'IA può spingere l'incremento annuale dell'efficienza lavorativa in Italia di
oltre un punto percentuale. Parliamo di uno stimolo positivo sul versante dell'offerta in grado di espandere il potenziale produttivo, rinvigorire il PIL e raffreddare la spinta inflazionistica.

Certo, la traiettoria presenta elementi di indeterminatezza. Tempistiche, portata e dinamiche di trasmissione di questo shock tecnologico rimangono variabili complesse da misurare, così come le ripercussioni sulla domanda aggregata. L'impatto non sarà uniforme: l'integrazione dell'IA genererà inevitabilmente asimmetrie profonde. I lavoratori dotati di competenze adeguate e i grandi colossi industriali saranno pronti a cogliere le opportunità con straordinaria velocità, mentre le realtà meno dinamiche rischiano di rimanere drammaticamente indietro.

Proprio per questo, la rivoluzione algoritmica rappresenta una sfida cruciale anche per gli istituti di emissione. Le banche centrali sono chiamate ad affinare e calibrare i propri strumenti analitici per interpretare le nuove dinamiche dei consumi, della domanda e delle stime sui prezzi, muovendosi con estremo pragmatismo in un contesto in rapida evoluzione.

In questa cornice di radicale cambiamento, Panetta ha richiamato l'esempio della banca centrale ucraina, un modello di autorevolezza edificato nel tempo mediante riforme rigorose e strutture solide. La credibilità istituzionale — messa a dura prova quando gli eventi precipitano — si conserva rimanendo saldi, difendendo la propria indipendenza e garantendo operatività anche sotto pressione. Un plauso finale è andato al popolo ucraino, che dal 2022 difende con ammirevole tenacia la propria sovranità, custodendo al contempo i valori fondanti della democrazia, della libertà e dello stato di diritto su cui si regge l'intera comunità europea.


lunedì 21 settembre 2026

Italia al bivio: il “metodo McKinsey” per salvare il nostro Made in Italy dal declino

L'industria italiana sta affrontando la sua prova più dura. Se un tempo la manifattura rappresentava il motore indiscusso della nostra economia, oggi il vento è cambiato: gli Stati Uniti dominano la scena hi-tech e la Cina sta rapidamente conquistando mercati storicamente europei come l'automotive e la siderurgia.

Un'analisi recente del McKinsey Global Institute (MGI) scatta una fotografia chiara della situazione e traccia la rotta per evitare il ridimensionamento della nostra penisola.

A differenza dei soliti dibattiti incentrati unicamente su burocrazia o riforme generiche, lo studio si focalizza su una sola metrica chiave: gli investimenti produttivi netti (impianti, ricerca, sviluppo e infrastrutture operative), veri responsabili dell'80% dell'incremento della produttività.


La diagnosi: un gap di capitale che frena la crescita

  • Il tasso di investimento: L'Italia destina il 2,2% del PIL agli investimenti produttivi netti (escludendo edilizia residenziale e usura dei macchinari). Un dato allineato alla media continentale, ma drammaticamente inferiore a quello degli USA (il doppio) e della Cina (sei volte quello americano).

  • Proprietà intellettuale al palo: In Italia le risorse destinate alla proprietà intellettuale non toccano il 20% della spesa complessiva (contro il 40% statunitense e il 25% tedesco/giapponese), con una netta prevalenza per macchinari ed equipaggiamenti (pari al 50%).

  • Previsioni di sviluppo: Considerata la correlazione empirica tra investimenti netti e sviluppo (pari a circa la metà del tasso d'investimento), la crescita annua stimata per l'Italia è ferma all'1%: troppo poco se confrontata con il 2% registrato da USA, Paesi Nordici e Penisola Iberica.

I punti di forza su cui fare leva

Il declino non è scritto. L'Italia rimane il secondo polo manifatturiero dell'Unione Europea e il settimo su scala globale, contando su diversi assi nella manica:

  • Ecosistema solido: Distretti industriali d'eccellenza e competenze ingegneristiche avanzate.

  • Vantaggio competitivo sui costi: Il costo del lavoro in Italia è inferiore di quasi un terzo rispetto a Germania e Francia.

  • Segnali di ripresa: Spesa per macchinari in rialzo di quasi il 60% dall'avvio del piano Industria 4.0, afflusso di capitali esteri (specie in TLC, microchip e automotive) e un boom dei data center (previsti 10 miliardi nel biennio 2025-2026).

Le due direttrici per cambiare passo

Nonostante i costi di produzione elevati (energia industriale e cantieristica in primis), l'Italia può fare leva su due azioni strategiche:

  1. Efficienza nell'esecuzione dei progetti: Ridurre i tempi autorizzativi e adottare standard modulari (il costo di realizzazione di impianti di semiconduttori o centrali elettriche in Occidente è fino a tre volte superiore a quello asiatico a causa di burocrazia e lungaggini). L'integrazione di intelligenza artificiale e robotica può bilanciare le disparità salariali.

  2. Specializzazione e valore aggiunto: Puntare su mercati ad alta barriera d'ingresso (come la farmaceutica protetta da brevetti), consolidando la leadership nelle oltre 200 nicchie di prodotto in cui i nostri distretti sono già primi al mondo (con un export del lusso che ha raggiunto gli 83 miliardi nel 2024).

In sintesi: I presupposti per competere ci sono tutti. Tocca ora alla sinergia tra istituzioni e capitani d'impresa trasformare queste opportunità in crescita concreta.

mercoledì 16 settembre 2026

TEMPORARY MANAGEMENT: TRASFORMARE LE COMPLESSITÀ IN OPPORTUNITÀ DI CRESCITA

Affiancare, valorizzare e accompagnare imprese e persone nei momenti di cambiamento.

Ogni azienda ha una storia, una cultura e un patrimonio di competenze costruito passo dopo passo. Quando arriva il momento di affrontare una trasformazione, un passaggio generazionale o un'evoluzione digitale, non bastano consigli teorici: servono ascolto, metodo e capacità di intervenire concretamente.

È qui che il Temporary Management diventa uno strumento strategico per l'impresa.

Un progetto su misura dell'azienda
Ogni intervento nasce dalla comprensione delle esigenze specifiche, delle persone e del contesto organizzativo.

Dall'analisi all'azione

Il Temporary Manager non si limita a suggerire soluzioni, ma entra nell'organizzazione, affianca il management e contribuisce operativamente alla realizzazione del cambiamento.

Persone, processi e innovazione
La trasformazione digitale, l'automazione e l'intelligenza artificiale stanno modificando profondamente il modo di lavorare. Ma ogni innovazione efficace deve partire dalla valorizzazione delle persone e dalla comprensione dei bisogni reali dell'impresa.

Trasferire competenze per costruire autonomia
Un intervento di Temporary Management non dovrebbe esaurirsi con la conclusione del progetto. Il trasferimento delle competenze e il consolidamento dei risultati sono parte essenziale del percorso.


UN METODO, QUATTRO FASI

Un percorso di Temporary Management può svilupparsi attraverso quattro passaggi:

Check-up iniziale: comprendere lo stato attuale dell'organizzazione (as is).

Condivisione degli obiettivi: definire insieme all'azienda le priorità e le azioni necessarie.

Intervento operativo: accompagnare concretamente il processo di cambiamento.

Consolidamento: rendere sostenibili i risultati e rafforzare le competenze interne.

IL VALORE DELLA RELAZIONE

Dietro ogni impresa ci sono persone, storie e professionalità.

Per questo, un Temporary Manager deve saper ascoltare, comprendere i bisogni e costruire una relazione di fiducia con l'organizzazione.

Il cambiamento non si impone: si costruisce insieme.

Attraverso il confronto, la collaborazione e una rete di competenze, il Temporary Management può diventare un acceleratore di trasformazione, crescita e innovazione.

Perché accompagnare un'impresa significa anche valorizzare le persone che ogni giorno contribuiscono a farla crescere.


Poi c'è il metodo M.A.P.P.A.

Un approccio strutturato per trasformare gli obiettivi in azioni concrete e risultati misurabili. 

M - MISURARE (fotografare la situazione, mercato, clienti, team e performance)

A - ANALIZZARE (Individuare opportunità, criticità e ostacoli) 

P - PIANIFICARE (Definire obiettivi, strategia, KPI e piano operativo)

P - PASSARE ALL'AZIONE (Portare la strategia sul campo)

A - AUTOVALUTARE (Misurare i risultati, correggere e consolidare)


#TemporaryManagement #HRManagement #GestioneDelCambiamento #Innovazione #DigitalTransformation #PMI #PassaggioGenerazionale #ValorizzazioneDellePersone #Leadership #Organizzazione

Come non complicarsi la vita con l'IA, in quattro passaggi:

Spesso vedo il mio gruppo di lavoro affaticarsi cercando di capire "quale IA usare" o smettendo di usarla perché il piano gratuito non dà i risultati sperati.

L'Intelligenza Artificiale non deve complicarci la vita aziendale: deve semplificarla. Se vogliamo davvero ottimizzare i processi di lavoro e migliorare il benessere digitale delle nostre persone, dobbiamo guardare all'IA con un approccio pragmatico.

Ecco una guida in quattro passaggi da condividere con il proprio team per un uso efficiente dell'IA:
Scegli strumenti professionali e l'interfaccia giusta: L'esperienza d'uso tramite app dedicate è nettamente superiore. Investire nei piani a pagamento non è un costo, ma un abilitatore di produttività per i collaboratori.
Ottimizza le risorse di calcolo: Si parte impostando il lavoro con i modelli più avanzati per definire la strategia e il contesto, per poi passare a modelli più snelli nell'esecuzione operativa.
Costruisci un ecosistema specializzato: Un solo strumento non copre ogni esigenza. È fondamentale affiancare ai LLM principali dei tool verticali (come Granola per i verbale di riunione, Gamma per le presentazioni o NotebookLM per l'onboarding e la formazione).
Centralizza il flusso di lavoro: Integra i chatbot aziendali con i software che usiamo ogni giorno (Drive, Gmail, Outlook). La chiave non è cambiare strumento in continuazione, ma far comunicare l'IA con i nostri dati.
Introdurre l'IA in azienda non significa stravolgere le giornate, ma eliminare il lavoro ripetitivo per restituire tempo di valore alle persone.
Voi che strategia state adottando per il vostro gruppo di lavoro?

mercoledì 11 marzo 2026

PERCHÉ SERVE UN MINISTRO DELL'AI

L'intelligenza artificiale rappresenta oggi l'attuale — ma non definitiva — tappa evolutiva del processo di transizione digitale iniziato oltre tre decenni fa. Un percorso che ci vede impiegare ogni giorno dispositivi e soluzioni di cui spesso non percepiamo più la presenza, ma che, come ciascuna svolta tecnologica accolta in passato, stanno rendendo migliore la nostra vita quotidiana se guidati con consapevolezza. L'intelligenza artificiale, lungamente attendibile quanto temuta, è ormai una realtà tangibile.


Tuttavia, all'estrema celerità con cui le innovazioni informatiche penetrano nel tessuto sociale non corrisponde una pari prontezza nell'adeguamento normativo e legislativo. La tecnologia si sviluppa entro i confini della ricerca scientifica e del rigore metodologico; quando però varca le soglie dei laboratori per integrarsi nel sistema produttivo, economico e sociale, l'adattamento alle esigenze della collettività — cittadini, imprese e istituzioni — diventa un cammino più graduale. Un tragitto che esige comprensione, dialogo e un indispensabile equilibrio tra utilità e ragionevolezza. È per questa ragione che gli interventi politici e i quadri normativi destinati a regolare le trasformazioni digitali appaiono frequentemente in ritardo.

Va evidenziato come, negli ultimi anni, l'apparato statale abbia avviato un profondo percorso di ammodernamento e sfoltimento burocratico a ogni livello amministrativo, con l'obiettivo di accrescere l'efficienza nell'erogazione dei servizi. La macchina pubblica sta cambiando e tenta di mantenere il passo rinnovando il proprio capitale umano e aggiornando le proprie infrastrutture. Appare dunque coerente che, dopo l'istituzione di dicasteri e assessorati dedicati alla digitalizzazione, si assista alla creazione di deleghe specifiche per l'Intelligenza Artificiale.

In quest'ottica, la prospettiva di un Ministero dedicato all'AI costituisce un'ipotesi valida per indirizzare una risorsa così articolata, dirompente e capillarmente diffusa, da articolare in specifici ambiti e filiere applicative.

Governare un'innovazione significa innanzitutto comprenderla a fondo: conoscerne i vantaggi, ma soprattutto prevederne le ricadute positive e negative, valutandone gli effetti sul piano sociale, economico e ambientale. Per questa ragione, la crescita delle competenze tecniche all'interno delle strutture pubbliche risulta imprescindibile. Al contempo, regolare la tecnologia vuol dire accompagnarne l'ingresso nella società mediante norme capaci di agevolarne l'adozione, orientarla al bene collettivo e conservare la flessibilità indispensabile per conformarsi a uno scenario in costante mutamento. Significa, infine, renderla fruibile all'intera comunità attraverso processi e strumenti idonei a generare valore pubblico, efficienza e benefici tangibili.

La realtà concreta, chiaramente, si presenta più complessa della teoria. L'assetto amministrativo italiano si articola su differenti livelli e le peculiarità territoriali evidenziano marcate divergenze, talvolta persino tra municipalità appartenenti alla medesima regione: le necessità di un piccolo borgo montano differiscono profondamente da quelle di una grande metropoli. Ciò nonostante, il supporto fornito da un impiego consapevole della tecnologia rimane fondamentale a ogni livello.

L'intelligenza artificiale costituisce un vero punto di svolta che impone la presenza di un'organica catena di comando: un insieme strutturato di abilità, funzioni e responsabilità in grado di decodificare la tecnologia, tradurla in linee d'indirizzo politico e trasformarla in norme e applicazioni pratiche, dal centro alla periferia. Dalle direttrici strategiche dei grandi sistemi di gestione fino all'ultimo miglio dei bisogni dei cittadini, è fondamentale che l'intero corpo amministrativo sia pronto a impiegarla e gestirla, poiché la portata applicativa dello strumento varia sensibilmente a seconda del contesto di adozione.

Occorrono pertanto figure di vertice capaci non solo di interpretare gli orientamenti strategici, ma anche di condividere metodologie, linguaggi e parametri operativi per renderli attuabili su qualsiasi scala. Si tratta di un'esigenza contingente: il ritmo impresso dall'evoluzione digitale richiede strutture pronte già oggi e dotate di capacità previsionali.

La sfida che ci attende è di primaria importanza: dimostrare che le istituzioni pubbliche possono farsi promotrici e motore dell'innovazione, capaci di gestire il dinamismo dei cambiamenti tecnologici e di convertirlo in utilità sociale. La crescita esponenziale delle tecnologie digitali — e dell'intelligenza artificiale in particolare — offre l'opportunità di cambiare la narrazione, mostrando una PA che si rinnova e che guida l'innovazione nei processi interni, garantendo alla cittadinanza trasparenza e imparzialità, principi fondanti della propria missione.

Non si tratta soltanto di un'opportunità, ma di una concreta possibilità: ridefinire il legame tra innovazione e istituzioni, provando che la velocità non è incompatibile con la sfera pubblica ma può, al contrario, diventarne un elemento caratterizzante se sostenuta da competenze, visione e una governance adeguata.

mercoledì 28 gennaio 2026

Oltre l'illusione della stabilità: la sfida decisiva per sbloccare produttività, investimenti e salari

La solidità dei conti e la stabilità delle istituzioni non bastano più: la nostra economia resta imbrigliata in una stagnazione strutturale, soffocata da un circolo vizioso di bassa produttività, ritardo tecnologico e retribuzioni insufficienti. È una criticità nota, ma i dati ne confermano la gravità. Tra il 1995 e il 2024, la produttività del lavoro nel nostro Paese è cresciuta ad un ritmo medio annuo di appena lo 0,2%, a fronte dell'1,2% registrato dall'UE a 27, dell'1% tedesco e dello 0,8% francese. Nel biennio più recente, si osserva perfino una contrazione dello 0,9%. La produttività rappresenta il vero motore dello sviluppo, il parametro da cui dipendono la creazione di valore e il benessere dei cittadini.

Questa fotografia nitida ed esplicita emerge dal Rapporto annuale redatto dal Comitato nazionale produttività presso il Cnel — in attuazione della Raccomandazione del Consiglio europeo del 2016 — presentato a Torino al Collegio Carlo Alberto dal coordinatore Carlo Altomonte. Un documento autorevole che evidenzia come il quadro apparente di tenuta sia ingannevole. Sebbene l'occupazione presenti numeri positivi (con un incremento medio annuo delle ore lavorate dell'1,2% tra il 2019 e il 2024), si tratta prevalentemente di impieghi a basso valore aggiunto. La contestuale flessione della produttività (-0,1%) dimostra che le nuove ore lavorate generano un rendimento inferiore al passato, complice la concentrazione dell'occupazione in settori tradizionali quali turismo, ristorazione ed edilizia.

A ciò si aggiungono due deficit strutturali: la debolezza degli investimenti in capitale fisso e la limitata capacità del sistema produttivo di generare efficienza dall'uso dei fattori produttivi. Per quasi un trentennio, il contributo di queste leve alla crescita è stato pressoché nullo. La conseguenza diretta è una cronica carenza di risorse destinate all'innovazione intangibile — ricerca, digitalizzazione e nuove tecnologie — e ai macchinari avanzati. Senza guadagni di produttività e senza investimenti di qualità, l'intero sistema economico perde la capacità di garantire retribuzioni adeguate: all'inizio del 2025, i salari reali risultavano ancora inferiori rispetto ai livelli del 2021.

Il risultato è un progressive allontanamento dalla frontiera tecnologica, dove la manodopera a basso costo ha gradualmente rimpiazzato l'innovazione e l'efficienza dei processi.

Non mancano tuttavia contesti di grande dinamismo. La tenuta delle nostre esportazioni manifatturiere e l'attivo della bilancia commerciale testimoniano l'esistenza di un tessuto d'eccellenza: imprese leader capaci di competere sui mercati internazionali e territori — concentrati principalmente al Nord — dove si sviluppano ecosistemi d'avanguardia e managerialità avanzata. Il problema di fondo è che queste realtà non riescono ad esercitare una spinta sufficiente a trascinare il resto dell'apparato produttivo, che rimane vulnerabile, in particolare nelle regioni del Mezzogiorno.

Le risposte a questo rallentamento sono note da tempo e richiedono interventi complessi in diversi ambiti chiave:

  • Formazione e Capitale Umano: adeguare l'istruzione alle competenze del futuro.

  • Dimensione d'Impresa: incentivare la crescita dimensionale per competere a livello globale.

  • Lavoro e Inclusione: incrementare la partecipazione femminile al mercato del lavoro e ridurre la pressione fiscale sulle retribuzioni.

  • Innovazione e Capitali: potenziare il trasferimento tecnologico e sviluppare mercati dei capitali a supporto dell'impresa.

A fronte di una trasformazione così profonda, non è accettabile cedere all'compiacimento per la stabilità di facciata. È indispensabile adottare un piano d'azione organico e di lungo respiro, capace di riportare al centro dell'agenda politica ed economica l'innovazione, l'efficienza e la valorizzazione del lavoro.

martedì 7 maggio 2024

Come affrontare la concorrenza

Affrontare la concorrenza è una sfida comune per le imprese, ma ci sono diverse strategie che possono aiutarti a distinguerti e a mantenere un vantaggio competitivo. 

Ecco alcune idee:

Analizza la concorrenza: Studia attentamente i tuoi rivali per capire cosa offrono e come si posizionano sul mercato1. Identifica i loro punti di forza e debolezza, così da poter sviluppare una strategia mirata.

Focalizzati sui punti di forza: Identifica i punti di forza del tuo prodotto o servizio e concentrati su di essi. Cosa rende unico il tuo marchio? Comunicalo chiaramente ai clienti per attirarli verso di te.

Crea un’esperienza unica per i clienti: Concentrati sulla creazione di un’esperienza di acquisto memorabile per i tuoi clienti. Offri un servizio eccellente, personalizzato e che superi le aspettative. La soddisfazione del cliente può fidelizzarlo e portare a passaparola positivo.

Innovazione costante: Mantieniti aggiornato sulle nuove tendenze e tecnologie nel tuo settore. Sii pronto a innovare e ad adattarti alle esigenze dei clienti. L’innovazione può aiutarti a distinguerti dalla concorrenza.

Collabora con altri: Le imprese possono coesistere all’interno di una comunità e anche collaborare, se ce n’è occasione. Lavorare correttamente e in modo etico può portare a partnership vantaggiose.

Monitora costantemente i competitor: Non sottovalutare i rivali. Monitora attentamente le loro azioni e adatta la tua strategia di conseguenza. Le minacce possono arrivare sia dai grandi rivali che dalle aziende più piccole2.

Sviluppa un piano di marketing efficace: Investi in strategie di marketing mirate. Utilizza i social media, l’email marketing e altre tattiche per raggiungere il tuo pubblico di riferimento.

Mantieni la qualità: La qualità del tuo prodotto o servizio è fondamentale. Non comprometterla per ridurre i costi o per competere sui prezzi. La reputazione di alta qualità può attirare clienti fedeli.

Sii flessibile: Il mercato cambia rapidamente. Sii flessibile e pronto a modificare la tua strategia se necessario. L’adattabilità è fondamentale per la sopravvivenza delle imprese.

Costruisci relazioni con i clienti: Comunica con i tuoi clienti, ascolta i loro feedback e risolvi i loro problemi. Una buona relazione con i clienti può fare la differenza.

Ricorda che ogni impresa è unica, quindi adatta queste strategie alla tua situazione specifica. 

Buona fortuna nell’affrontare la concorrenza!




venerdì 17 aprile 2020

Princìpi e valori al tempo del Coronavirus


Viviamo in un periodo di grande confusione, attanagliati da una crisi economica che non sembra diminuire, che non possiamo definire solo economico-finanziaria perché sarebbe estremamente riduttivo. La crisi che stiamo vivendo alla sua chiara origine, nello squilibrio di elementi di impostazioni culturali e di valore, in questo squilibrio ci ha travolto la società. Il lavoro è stato sempre più ridotto nella sua portata, corrotto da precarietà e sfruttamento, considerato quasi superato ed una delle conseguenze più gravi è stato proprio la perdita progressiva del senso del lavoro. E' necessaria oggi una forte rivalutazione della centralità del valore lavoro come elemento di affermazione concreta della speranza, della dignità di ogni persona umana, l'obiettivo primario deve essere quindi un'elaborazione sul piano culturale economico e sociale. 
Il nuovo Umanesimo sociale del Lavoro essenziale anche per una positiva evoluzione della "coesione" sociale. Un'economia globale cioè senza barriere, non deve diventare un'economia senza regole, senza attenzione all'occupazione, alla disoccupazione, ai disagi delle persone delle famiglie e in questo quadro, le nostre comunità devono diventare luoghi, dove si educa al lavoro, e ha i suoi valori fondamentali alle sue dimensioni umane.
Il suo senso profondo è dove si possono mettere insieme idee e risorse, di fronte alla pericolosa caduta, segnato dall'ossessiva aspirazione al benessere e dall'edonismo. Siamo chiamati con lucidità del realismo storico a coltivare la speranza. Dobbiamo mantenere una visione alta del Lavoro umano, del buon lavoro, per un momento i diritti fondamentali dei lavoratori pur nella necessità di attivarne le forme giuridiche, coltivano la dimensione comunitaria e solidale dell'amore della stessa impresa.
Argine all'individualismo e alla frammentazione è il lavoro, ha costantemente il primato sul capitale e l'uomo ha il primato sul lavoro. Possiamo fare qualcosa armonizzando il lavoro e la vita complessiva della persona che lavora, rispettando il gioco e riposo, il tempo della festa, facendo procedere di pari passo in connessione le politiche del lavoro e quelle della famiglia, garantendo la possibilità reale concreta di strumenti di previdenza sociale, incrementando la capacità di fare imprese, valorizzando l'economia civile sull'ideale.
Tutto questo ormai nell'era dell'Innovazione, che sta portando cambiamenti ben più importanti rispetto alle precedenti rivoluzioni tecnologiche deve essere una regola.
E' necessario comprendere le sfide che offre, prevedere delle strategie e dei piani a lungo termine.
In Italia è forte il dualismo tra un atteggiamento aziendale innovativo, quello che investe sui lavoratori e un approccio opposto così retrogrado da non vedere il nuovo luogo di lavoro come un posto dove realizzarsi.
La tecnologia può anche aiutare in molti casi l'azione di umanizzazione del Lavoro, delegare alle macchine, ed esso riduce l'impiego di esseri umani nei lavori pesanti e ripetitivi. In questo contesto, solo un processo di formazione continua potrà aiutare il lavoratore ad affrontare il mutamento in corso ed acquisire nuove professionalità. La formazione continua è la chiave che più di altre potrà aprire a molti lavoratori le porti del futuro. Il lavoro dovrà essere un nodo centrale anche dell'economia futura.
Servono princìpi e valori che abbiamo la fortuna di avere nel nostro DNA, nel nostro bagaglio culturale.

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