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giovedì 24 settembre 2026

L'industria vista dagli italiani, la stretta sui contratti e il riscatto degli statali: la radiografia del lavoro che cambia

C'è una domanda che rimbalza da tempo nell'arena pubblica, sollevata a più riprese dal mondo patronale: in Italia esiste davvero una marcata diffidenza verso il mondo produttivo? Un’ostilità che finisce per etichettare i capitani d'impresa più come "speculatori" che come veri creatori di valore?

I dati dell'ultimo Monitor on Labour (MOL) curato da Community Research&Analysis per Federmeccanica dipingono un quadro sfaccettato. Quando si parla di innovazione, occupazione e sviluppo, il consenso verso il comparto industriale raggiunge il 47,3%. Oltre la metà degli italiani (56%) riconosce i passi da gigante fatti sul fronte delle tecnologie avanzate, e il 59,7% considera la manifattura il vero termometro dell'economia: se la fabbrica corre, l'intero territorio ne trae beneficio. Senza contare che per il 52,2% delle persone l'industria resta il traino principale di tutti gli altri settori.


Anche l'impiego giovanile beneficia di questa visione: per il 37,2% degli intervistati la fabbrica offre garanzie e propone posizioni più qualificate rispetto ad altri ambiti (31,2%).

Eppure, questa centralità sta scricchiolando. L'indice di apprezzamento generale è crollato dal 58% del 2024 al 47,3% attuale. A soffrire maggiormente è proprio la fiducia nell'assorbimento delle nuove leve e nella qualità dei posti offerti.

Ancora più tiepido è il giudizio su crescita professionale e inclusione, dove solo un italiano su tre (33%) promuove il settore. Certo, l'industria è vista come un'opportunità di inserimento per i giovani (45,1%) e il progresso tecnologico ha spalancato le porte della produzione – e non solo degli uffici – al lavoro femminile (39,3%). Tuttavia, pochissimi credono che le aziende promuovano davvero la parità di genere (29,7%), offrano reali scatti di carriera (29,7%), contrastino le discriminazioni (25,8%) o valorizzino il benessere dei dipendenti (28,2%). Rispetto al 39,9% del 2024, il gradimento medio complessivo è sceso a quota 33%.

La radiografia del Paese: tre visioni a confronto

Analizzando i dati emergono tre profili ben distinti tra la popolazione:

  • I "Tiepidi" (50,6%): Rappresentano la maggioranza assoluta. Vedono i limiti (poche prospettive per i giovani, scarso legame con il territorio, impatto ambientale da migliorare), ma riconoscono la necessità di sostenere le imprese per far correre il Paese. In loro, pregi e difetti si annullano a vicenda, generando una posizione neutrale.

  • Gli "Anti-industriali" (26,1%): Un quarto degli italiani boccia l'operato del manifatturato su quasi tutti i fronti.

  • I "Pro-industria" (23,3%): Una minoranza convinta che attribuisce alle aziende un ruolo quasi esclusivamente positivo.

Curiosamente, la geografia della percezione svela un paradosso: l'idealizzazione dell'industria cresce laddove ce n'è meno (nel Mezzogiorno e nelle Isole), mentre il contatto quotidiano con le fabbriche (al Nord) genera un pragmatismo decisamente più critico.

Per superare questa fase serve un cambio di marcia culturale su due sfide chiave: superare la crisi d'identità del lavoro manifatturiero (che non affascina più come un tempo) e abbattere il muro dell'isolamento aziendale rispetto alle comunità. La ricetta? Aprire gli stabilimenti a scuole e famiglie, investire nel welfare e nella parità, e trasformare le sponsorizzazioni in veri progetti territoriali.


Diritto del lavoro: la sentenza che scuote i contratti nazionali

Spostandoci sul fronte normativo, una recente pronuncia del Consiglio di Stato (la n. 4969/2026, che ha ribaltato la precedente decisione del Tar Veneto) ha stabilito che il Contratto Collettivo Nazionale del Commercio siglato da Confcommercio e sindacati non rispetta l'articolo 36 della Costituzione per una specifica categoria: gli operatori delle celle frigorifere.

La vicenda nasce da un'ispezione dell'Ispettorato del Lavoro di Verona che ha imposto a un'azienda di surgelati un'indennità extra (tra l'8% e il 12%) per gli addetti operanti a temperature tra i -20°C e i -24°C, prendendo come riferimento il CCNL Alimentari.

La decisione apre un dibattito delicatissimo: l'Ispettorato ha applicato un parametro equitativo al pari di un giudice del lavoro, ma senza il contraddittorio e le garanzie procedurali tipiche di un'aula di tribunale. Per le imprese si crea così un bivio complesso: accettare l'accordo aziendale "volontariamente" o rischiare sanzioni e cause legali per difendersi. Una situazione che spinge molti esperti a chiedere una revisione dell'articolo 14 del Dlgs 124/2004 per ridefinire con certezza i confini d'azione degli organi di vigilanza.

Statali e PA: firmato il rinnovo contrattuale 2025-2027

Sul versante pubblico arriva invece una notizia positiva: la firma definitiva del CCNL 2025-2027 per le Funzioni Centrali, giunta a breve distanza dal precedente accordo. Si tratta del terzo rinnovo in meno di cinque anni, con aumenti retributivi superiori al 7,6% e una crescita della massa salariale del 5,4%.

Gli incrementi mensili a regime saranno strutturati così:

  • Operatori: +126 euro

  • Assistenti: +133 euro

  • Funzionari: +161 euro

  • Elevate Professionalità: +221 euro

Tra le novità principali figurano tutele rafforzate per salute e genitorialità, la parificazione delle ferie per i neoassunti, un'indennità feriale per i turnisti e regole chiare sull'impiego dell'Intelligenza Artificiale, la cui adozione sarà oggetto di confronto con i sindacati. Spazio anche alla crescita professionale con l'arrivo del "patentino delle competenze" e la possibilità di creare enti bilaterali per la formazione.

L'esperienza degli ultimi anni dimostra che i tagli alla spesa pubblica e il ridimensionamento delle trattative danneggiano il clima lavorativo e la qualità dei servizi. Investire sulla continuità contrattuale e sulla valorizzazione del personale resta l'unica strada percorribile per guidare la Pubblica Amministrazione verso il futuro.

mercoledì 18 ottobre 2017

Il "rosatellum bis", che cosa è successo!

La Camera, l'11 Ottobre 2017, dà il via libera alla legge elettorale ribattezzata "Rosatellum bis" (da una proposta del politico Ettore Rosato) con 375 sì e 215 voti contrari. Dopo tre votazioni di fiducia, il testo viene approvato con voto segreto superando la barriera dei franchi tiratori. Il tour de force alla Camera lascia il segno con un carico di polemiche in cui a tenere banco sono state le proteste in piazza del Movimento Cinque Stelle e della sinistra. Con lo strascico della norma definita dai 5 stelle e da Mdp 'salva- Verdini' che consente a chi è residente in Italia di potersi candidare anche nelle circoscrizioni estere.
Il Rosatellum crea ulteriori spaccature nel centrodestra, con Lega e Forza Italia a sostegno della legge ed Fdi posizionato sul fronte del no. Pur senza entrare nei dettagli, il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni guarda con attenzione all'approvazione della legge: "Non e' il tempo dell'irresponsabilità - osserva il premier - al di la' di ogni comprensibile tensione politica dobbiamo mettere al primo posto l'Italia. Per quanto riguarda il governo si farà ogni sforzo per giungere ad una conclusione ordinata della legislatura".
Sulle barricate il Movimento Cinque Stelle ed il suo leader Beppe Grillo, arrivato a Roma proprio per gestire la protesta che da due giorni ha radunato davanti a Montecitorio i militanti 5 stelle. Il 'no' al Rosatellum ha ricompattato il gruppo dirigente che all'unisono si è scagliato contro la legge. Roberto Fico, Alessandro Di Battista e Luigi Di Maio si sono alternati in una sorta di maratona a cui hanno preso parte tutti i parlamentari pentastellati per criticare "una legge - dicono - infame e scandalosa". Una polemica che i deputati M5s hanno portato avanti anche dentro l'aula accusando la maggioranza di aver fatto una norma ad hoc per Verdini: ""E' la ciliegina sulla torta - osserva Danilo Toninelli - di una montagna di letame democratico fatto da questi quattro miserabili".
Cambiano le parole ma anche a sinistra del Pd non mancano le accuse. Parla di "schifezza" Massimo D'Alema. "E lo dimostra che una maggioranza che conta 476 parlamentari su 630 - aggiunge - ha paura del voto segreto, che e' uno strumento parlamentare riservato a pochissime materie, tra cui i diritti fondamentali e politici dei cittadini". Mentre Pier Luigi Bersani lancia un ultimo appello a maggioranza e governo. Il Rosatellum 2.0 e' "un marchingegno sconosciuto nel mondo" - spiega l'esponente di Mdp - che "con il cuore in mano" ha chiesto a chi sostiene la legge di "fermarsi a riflettere". A sostenere il sì alla legge è il partito democratico. Il 'padre' del nuovo modello elettorale, Ettore Rosato, se la prende con chi ha manifestato in piazza: ""E' comodo andare a protestare e dire tutti sono contro di noi. Pensano solo alle loro poltrone non agli interessi del paese". Chi considera invece il Rosatellum il male minore è da sempre Silvio Berlusconi. Il Cavaliere sin da subito ha deciso di sostenere la legge nonostante i mal di pancia interni al suo partito, in particolare tra le file dei deputati meridionali: E' una buona legge perchè scontenta un po' tutti", osserva il capogruppo azzurro Renato Brunetta che ha portato avanti la trattativa per raggiungere l'intesa sulla legge elettorale. Dello stesso avviso la Lega Nord che sin dall'inizio si era resa disponibile a sostenere qualunque modello. 

Da: Euroroma. net

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