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venerdì 4 settembre 2026

Stabilità e credibilità: la svolta dei conti pubblici italiani sul palcoscenico globale

Mentre l'esecutivo Meloni si avvia a diventare il più longevo nella storia della Repubblica Italiana, il dibattito pubblico tende a concentrarsi su polemiche e contrapposizioni mediatiche, trascurando il vero elemento di svolta: l'abbinamento tra continuità di governo e autorevolezza internazionale.

In passato, l'Italia ha conosciuto brevi fasi di stabilità politica che tuttavia non si sono tradotte in affidabilità agli occhi delle cancellerie e dei mercati europei, complici sia valutazioni rigoriste esterne, sia scelte orientate agli interessi di singoli Paesi. Questa volta la traiettoria è stata differente.


La reazione positiva dei mercati

L'approccio basato sul rigore finanziario e sul rispetto delle regole comunitarie ha rassicurato le istituzioni internazionali e gli investitori. I dati economici ne confermano l'impatto positivo:

  • Flessione dello spread: Tra la fine del 2022 e l'inizio di settembre 2026, il differenziale tra i titoli di Stato decennali italiani e quelli tedeschi è sceso di circa 130 punti base. Il calo rispetto alla Francia supera i 160 punti, mentre rispetto alla Spagna si attesta sui 66 punti.

  • Inversione con la Francia: Su diverse nuove emissioni a dieci anni, l'Italia si trova oggi a pagare tassi d'interesse inferiori a quelli francesi, a dimostrazione di una mutata percezione del rischio sovrano.

  • Tasso medio sul debito: Tra il 2022 e il 2025, il costo medio d'interesse sul debito pubblico italiano è sceso di 0,1 punti percentuali, a fronte di aumenti registrati in Francia (+0,2), Spagna (+0,4) e Germania (+0,7).

L'impatto della reputazione sui costi del debito

Nonostante il miglioramento del trend, l'eredità del passato pesa ancora sul bilancio nazionale. Nel 2025 l'Italia ha sostenuto un costo di 87 miliardi di euro in interessi sul debito, contro i 67 miliardi della Francia, pur avendo un debito totale inferiore di oltre 360 miliardi rispetto a quello transalpino.

Nel quinquennio 2020-2025 la spesa complessiva per interessi in Italia ha raggiunto la cifra di 452 miliardi di euro (rispetto ai 296 della Francia e ai 204 della Germania). Questo divario evidenzia quanto l'affidabilità finanziaria sia determinante per liberare risorse pubbliche da destinare a servizi essenziali quali sanità, istruzione e riduzione della pressione fiscale.

Crescita economica e prospettive

A fronte del merito di aver frenato l'incremento automatico della spesa per interessi — supportato da un avanzo primario di bilancio conseguito fin dal 2024 —, permane la sfida di comunicare efficacemente i risultati ottenuti in termini di sviluppo economico.

I dati macroeconomici indicano che nell'arco degli ultimi dieci anni, e in particolare nel periodo post-pandemico, l'Italia ha fatto registrare la terza maggior crescita del PIL complessivo all'interno del G7, posizionandosi al secondo posto per incremento del PIL pro capite.

Arrestare la crescita degli oneri sul debito ha rappresentato il primo passo imprescindibile per mettere in sicurezza i conti; consolidare la percezione di stabilità economica sarà il requisito fondamentale per qualunque futura scelta di finanza pubblica.

venerdì 24 aprile 2026

Deficit e Superbonus: il gioco dei decimali che maschera il nodo crescita

 L'obiettivo di riportare l'indebitamento netto entro la soglia psicologica e normativa del 3% — traguardo che avrebbe sancito l'archiviazione formale della procedura d'infrazione UE — è sfumato per una manciata di decimali. Secondo le ultime rilevazioni Istat, il deficit si è attestato al 3,07%, superando di appena 598 milioni di euro la previsione del 3,04% formulata dall'esecutivo lo scorso ottobre.

In un'economia da oltre 2.200 miliardi di PIL, una simile divergenza ha un peso economico trascurabile, ma assume una valenza politica di primo piano, mettendo a nudo le difficoltà della narrazione governativa.


La smentita dei numeri: non è (solo) colpa dell'edilizia

Contrariamente alla retorica del governo, che individua nel Superbonus il responsabile unico della tenuta dei conti pubblici, l'analisi delle poste di bilancio rivela una realtà più complessa. Sebbene i contributi in conto capitale (che includono i crediti edilizi) abbiano registrato uno sforamento di circa 6 miliardi, tale impatto era in larga parte già preventivato nelle manovre d'autunno.

Il "fallimento" del target è attribuibile a una combinazione di voci di spesa che superano complessivamente gli 8 miliardi:

  • Redditi da lavoro dipendente: +1,7 miliardi rispetto alle stime.

  • Consumi intermedi: +1,1 miliardi.

  • Investimenti fissi lordi: +3,4 miliardi.

  • Trasferimenti vari: +2 miliardi.

Il Superbonus come "capro espiatorio"

Il 110% sembra essersi trasformato da volano economico a strumento di battaglia politica. Si tende a dimenticare che la misura, nata con una scadenza definita, è stata alimentata sia dal governo Draghi sia dall'attuale esecutivo Meloni, che in campagna elettorale ne aveva promesso la tutela.

Emerge una contraddizione sistematica: dopo aver celebrato per mesi una crescita italiana superiore alla media europea — trainata proprio dal comparto edile — si tenta ora di scaricare sull'incentivo ogni responsabilità contabile, ignorando che il suo impatto nel 2025 risultava ormai residuale e gestibile.

Il vero allarme: una crescita allo stallo

Il dibattito sui decimali del deficit rischia di occultare la criticità principale: l'asfissia della crescita. Il PIL italiano è scivolato verso percentuali prossime allo zero, stretto tra variabili esogene e debolezze interne:

  1. Crisi tedesca: Il declino del modello industriale della Germania colpisce duramente l'export italiano.

  2. Demografia: Il calo delle nascite erode i consumi e la domanda interna.

  3. Geopolitica: Le tensioni in Medio Oriente introducono incognite pesanti sui costi e sulle rotte commerciali.

Tuttavia, dopo quattro anni di eccezionale stabilità istituzionale, il dato politico resta ineludibile: la mancanza di una strategia industriale chiara per condurre il Paese fuori dalle "secche" della stagnazione. In questo scenario, continuare a indicare il Superbonus come l'origine di ogni male appare sempre più come un alibi per celare fragilità strutturali non ancora affrontate.

venerdì 5 maggio 2017

Il Fiscal compact spiegato a mia nonna!

Che cos'è il fiscal compact?

E’ un trattato che fissa norme e vincoli legittimi per tutti i paesi firmatari e agisce in specifico sulla politica fiscale dei singoli paesi.
Il fiscal compact è la cessione di una fetta della propria sovranità economica, di ogni paese firmatario a un ente sovranazionale: l’Unione Europea.

Quando è stato sottoscritto il fiscal compact?

A Gennaio 2012, il Consiglio Europeo, cioè i capi di Stato o di governo dei 28 Stati membri dell'UE, il presidente del Consiglio europeo e il presidente della Commissione europea, hanno approvato il fiscal compact.
Il trattato non venne sottoscritto solamente dal Regno Unito e dalla Repubblica Ceca.
Il fiscal compact è stato firmato dal governo Monti e ratificato in parlamento da PDL, Partito Democratico e UDC.
La fase dei negoziati era stata, comunque seguita per tutto l’interno anno del 2011 dall’ex duo in governo Tremonti ex ministro dell’economia e da Berlusconi che avevano riconosciuto e sottoscritto tutte le clausole poi contenute nella stesura finale del trattato.

Le origini del fiscal compact?

Il primo precursore del fiscal compact fu il Trattato di Maastricht.
Dal 1 novembre 1993 il Trattato di Maastricht, richiese agli Stati membri dell'Unione europea il rispetto di due regole di bilancio fiscale (vincolo permanente di bilancio), un rapporto indebitamento netto/prodotto interno lordo inferiore al 3 per cento e un rapporto debito/prodotto interno lordo inferiore al 60 per cento, o comunque che tendesse a questi numeri.

Il secondo precursore del fiscal compact fu il patto di stabilità e crescita.
Il patto di stabilità e crescita (PSC) sottoscritto nel 1997 definisce i parametri di riferimento delle regole di bilancio che guidano le politiche degli Stati membri e fornisce i principali strumenti per la sorveglianza delle politiche stesse (c.d. braccio preventivo/preventive arm) e per la correzione dei disavanzi eccessivi (c.d. braccio correttivo/corrective arm).

Perché questo tipo di governance/politica fiscale?

La crisi finanziaria del 2008 e la recessione dell’economia globale del 2009 hanno determinato un forte deterioramento delle finanze pubbliche in tutti i paesi europei e hanno attivato un ciclo di modifiche della governance europea.
Il mantenimento di una politica di bilancio responsabile viene considerata importante in un'unione monetaria, quale è l'area dell'euro zona.
Una politica di bilancio che si scosti da questi principi potrebbe rendere il contesto macroeconomico di un paese vacillante, potrebbe influenzare negativamente sulle prospettive di crescita economica e sull'inflazione del paese stesso e dell'intera Unione Europea.

Che cosa prevede l’accordo tra i vari stati membri?

Per i paesi con un rapporto tra debito e PIL superiore al 60 per cento previsto dal trattato di Maastricht, c’è l’obbligo di ridurre il rapporto di almeno 1/20esimo all'anno, per arrivare a quel rapporto considerato equilibrato del 60 per cento.
Per spiegarvi meglio come siamo messi, in soldoni, l'Italia detiene un debito pubblico che è superiore ai 2200 miliardi di euro, intorno al 132,5 per cento del prodotto interno lordo, i conti sono "semplici".
Per i paesi che sono da poco entrati a far parte dell’Unione Europea il vincolo è sotto la soglia del 3 per cento, nel rapporto tra deficit e PIL e i controlli su questo vincolo sono iniziati nel 2016.

Come si è applicato il famoso pareggio di bilancio in Italia?

Il pareggio di bilancio è l’equilibrio tra entrate e uscite, di ciascuno Stato.
In Italia il pareggio di bilancio è stato inserito nella Costituzione con una modifica all’articolo 81 approvata nell'Aprile del 2012.
Nelle clausole di “accordo fiscale” si menziona il vincolo dello 0,5 di deficit/debito strutturale, non legato alle emergenze, rispetto al prodotto interno lordo (PIL).

Le prospettive sono buone o cattive?

In uno studio condotto da Prometeia si evince che questo standard di “equilibrio” macroeconomico fiscale non avrà altre tendenze. 
I grandi parolai della politica, e propagandistici, farebbero poco aderendo ancora al fiscal compact, quindi i grandi proclami senza l’abolizione del fiscal compact sarebbero solo grandi menzogne.
Rimarremmo in “stallo” per un altro ventennio, se non si reinvestisse e se non si puntasse sul finanziamento e sulla crescita della piccola e media impresa.
Saremmo costretti ad un lungo periodo di forti pressioni e all'impossibilità di agire sulla domanda interna attraverso una riduzione della pressione fiscale e della spesa pubblica volta a sostenere la crescita.
L’aspetto negativo del fiscal compact è che toglie ai governi la possibilità di manovre correttive che sostengono lo sviluppo, fermandoli al rispetto dei vincoli di bilancio e affidando la possibilità di ripresa e crescita alla sola domanda estera, ed esterna alla nazione. 

Nella tabella qui accanto viene calcolato l’avanzo primario nei conti pubblici per poter arrivare, nel 2035, all'obiettivo di rapporto debito/Pil pari al 60%.
Viene calcolato l’ammontare assoluto del  debito che proseguirebbe la sua scalata fino al 2021 per calare soltanto successivamente a quell'anno.
Soprattutto, per portare nell'arco del periodo esaminato l’incidenza del debito pubblico al 60% del PIL, servirebbe concretizzare e mantenere per quasi vent'anni un avanzo primario non inferiore al 4,5% del prodotto.
E tale risultato dovrebbe essere ottenuto mediante un maggior prelievo fiscale ed una minore spesa pubblica con ricadute devastanti sulla dinamica del prodotto interno lordo, che ben faticosamente potrebbe mantenersi sul ritmo di crescita calcolato dell’1,6%.
In pratica nessuno, oltre i vincoli imposti dal fiscal compact, potrebbe migliorare la nostra situazione economica nazionale se non un grande e grosso miracolo.

Su questo ci stiamo organizzando.

Hai capito Nonna? :-)

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