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lunedì 21 settembre 2026

Italia al bivio: il “metodo McKinsey” per salvare il nostro Made in Italy dal declino

L'industria italiana sta affrontando la sua prova più dura. Se un tempo la manifattura rappresentava il motore indiscusso della nostra economia, oggi il vento è cambiato: gli Stati Uniti dominano la scena hi-tech e la Cina sta rapidamente conquistando mercati storicamente europei come l'automotive e la siderurgia.

Un'analisi recente del McKinsey Global Institute (MGI) scatta una fotografia chiara della situazione e traccia la rotta per evitare il ridimensionamento della nostra penisola.

A differenza dei soliti dibattiti incentrati unicamente su burocrazia o riforme generiche, lo studio si focalizza su una sola metrica chiave: gli investimenti produttivi netti (impianti, ricerca, sviluppo e infrastrutture operative), veri responsabili dell'80% dell'incremento della produttività.


La diagnosi: un gap di capitale che frena la crescita

  • Il tasso di investimento: L'Italia destina il 2,2% del PIL agli investimenti produttivi netti (escludendo edilizia residenziale e usura dei macchinari). Un dato allineato alla media continentale, ma drammaticamente inferiore a quello degli USA (il doppio) e della Cina (sei volte quello americano).

  • Proprietà intellettuale al palo: In Italia le risorse destinate alla proprietà intellettuale non toccano il 20% della spesa complessiva (contro il 40% statunitense e il 25% tedesco/giapponese), con una netta prevalenza per macchinari ed equipaggiamenti (pari al 50%).

  • Previsioni di sviluppo: Considerata la correlazione empirica tra investimenti netti e sviluppo (pari a circa la metà del tasso d'investimento), la crescita annua stimata per l'Italia è ferma all'1%: troppo poco se confrontata con il 2% registrato da USA, Paesi Nordici e Penisola Iberica.

I punti di forza su cui fare leva

Il declino non è scritto. L'Italia rimane il secondo polo manifatturiero dell'Unione Europea e il settimo su scala globale, contando su diversi assi nella manica:

  • Ecosistema solido: Distretti industriali d'eccellenza e competenze ingegneristiche avanzate.

  • Vantaggio competitivo sui costi: Il costo del lavoro in Italia è inferiore di quasi un terzo rispetto a Germania e Francia.

  • Segnali di ripresa: Spesa per macchinari in rialzo di quasi il 60% dall'avvio del piano Industria 4.0, afflusso di capitali esteri (specie in TLC, microchip e automotive) e un boom dei data center (previsti 10 miliardi nel biennio 2025-2026).

Le due direttrici per cambiare passo

Nonostante i costi di produzione elevati (energia industriale e cantieristica in primis), l'Italia può fare leva su due azioni strategiche:

  1. Efficienza nell'esecuzione dei progetti: Ridurre i tempi autorizzativi e adottare standard modulari (il costo di realizzazione di impianti di semiconduttori o centrali elettriche in Occidente è fino a tre volte superiore a quello asiatico a causa di burocrazia e lungaggini). L'integrazione di intelligenza artificiale e robotica può bilanciare le disparità salariali.

  2. Specializzazione e valore aggiunto: Puntare su mercati ad alta barriera d'ingresso (come la farmaceutica protetta da brevetti), consolidando la leadership nelle oltre 200 nicchie di prodotto in cui i nostri distretti sono già primi al mondo (con un export del lusso che ha raggiunto gli 83 miliardi nel 2024).

In sintesi: I presupposti per competere ci sono tutti. Tocca ora alla sinergia tra istituzioni e capitani d'impresa trasformare queste opportunità in crescita concreta.

mercoledì 28 gennaio 2026

Oltre l'illusione della stabilità: la sfida decisiva per sbloccare produttività, investimenti e salari

La solidità dei conti e la stabilità delle istituzioni non bastano più: la nostra economia resta imbrigliata in una stagnazione strutturale, soffocata da un circolo vizioso di bassa produttività, ritardo tecnologico e retribuzioni insufficienti. È una criticità nota, ma i dati ne confermano la gravità. Tra il 1995 e il 2024, la produttività del lavoro nel nostro Paese è cresciuta ad un ritmo medio annuo di appena lo 0,2%, a fronte dell'1,2% registrato dall'UE a 27, dell'1% tedesco e dello 0,8% francese. Nel biennio più recente, si osserva perfino una contrazione dello 0,9%. La produttività rappresenta il vero motore dello sviluppo, il parametro da cui dipendono la creazione di valore e il benessere dei cittadini.

Questa fotografia nitida ed esplicita emerge dal Rapporto annuale redatto dal Comitato nazionale produttività presso il Cnel — in attuazione della Raccomandazione del Consiglio europeo del 2016 — presentato a Torino al Collegio Carlo Alberto dal coordinatore Carlo Altomonte. Un documento autorevole che evidenzia come il quadro apparente di tenuta sia ingannevole. Sebbene l'occupazione presenti numeri positivi (con un incremento medio annuo delle ore lavorate dell'1,2% tra il 2019 e il 2024), si tratta prevalentemente di impieghi a basso valore aggiunto. La contestuale flessione della produttività (-0,1%) dimostra che le nuove ore lavorate generano un rendimento inferiore al passato, complice la concentrazione dell'occupazione in settori tradizionali quali turismo, ristorazione ed edilizia.


A ciò si aggiungono due deficit strutturali: la debolezza degli investimenti in capitale fisso e la limitata capacità del sistema produttivo di generare efficienza dall'uso dei fattori produttivi. Per quasi un trentennio, il contributo di queste leve alla crescita è stato pressoché nullo. La conseguenza diretta è una cronica carenza di risorse destinate all'innovazione intangibile — ricerca, digitalizzazione e nuove tecnologie — e ai macchinari avanzati. Senza guadagni di produttività e senza investimenti di qualità, l'intero sistema economico perde la capacità di garantire retribuzioni adeguate: all'inizio del 2025, i salari reali risultavano ancora inferiori rispetto ai livelli del 2021.

Il risultato è un progressive allontanamento dalla frontiera tecnologica, dove la manodopera a basso costo ha gradualmente rimpiazzato l'innovazione e l'efficienza dei processi.

Non mancano tuttavia contesti di grande dinamismo. La tenuta delle nostre esportazioni manifatturiere e l'attivo della bilancia commerciale testimoniano l'esistenza di un tessuto d'eccellenza: imprese leader capaci di competere sui mercati internazionali e territori — concentrati principalmente al Nord — dove si sviluppano ecosistemi d'avanguardia e managerialità avanzata. Il problema di fondo è che queste realtà non riescono ad esercitare una spinta sufficiente a trascinare il resto dell'apparato produttivo, che rimane vulnerabile, in particolare nelle regioni del Mezzogiorno.

Le risposte a questo rallentamento sono note da tempo e richiedono interventi complessi in diversi ambiti chiave:

  • Formazione e Capitale Umano: adeguare l'istruzione alle competenze del futuro.

  • Dimensione d'Impresa: incentivare la crescita dimensionale per competere a livello globale.

  • Lavoro e Inclusione: incrementare la partecipazione femminile al mercato del lavoro e ridurre la pressione fiscale sulle retribuzioni.

  • Innovazione e Capitali: potenziare il trasferimento tecnologico e sviluppare mercati dei capitali a supporto dell'impresa.

A fronte di una trasformazione così profonda, non è accettabile cedere all'compiacimento per la stabilità di facciata. È indispensabile adottare un piano d'azione organico e di lungo respiro, capace di riportare al centro dell'agenda politica ed economica l'innovazione, l'efficienza e la valorizzazione del lavoro.

mercoledì 15 novembre 2017

La politica di coesione investe nel meridione

L'UE ha investito più di 124 milioni di EUR provenienti dal Fondo europeo di sviluppo regionale in due progetti di linee ferroviarie e un progetto di infrastrutture per la gestione delle risorse idriche nel meridione, in Sicilia, Campania e Puglia.

La Commissaria per la politica regionale Corina Crețu ha dichiarato: "Questi tre progetti della politica di coesione rappresentano altrettanti esempi di un'Europa che ha a cuore il benessere dei propri cittadini e la protezione dell'ambiente." Per la costruzione e il rinnovo della rete fognaria attorno ai Campi Flegrei lungo la costa campana sono stati inizialmente stanziati 38,3 milioni di EUR. I Campi Flegrei sono una zona vulcanica del golfo di Pozzuoli, a nord-est di Napoli. I comuni in prossimità di questo parco naturale beneficeranno di una rete fognaria migliorata, accessibile a ulteriori 9 000 persone. Il progetto include anche la decontaminazione dei laghi della costa. Altri 72,7 milioni di EUR saranno investiti in Puglia per ammodernare il collegamento ferroviario verso la città di Bari. Il progetto include dei lavori nella stazione dell'aeroporto di Bari-Palese nonché la costruzione di collegamenti stradali che serviranno a raggiungere la linea ferroviaria dai comuni limitrofi. Infine, 13,4 milioni di EUR finanzieranno in Sicilia dei lavori sulla tratta ferroviaria che collega la città di Palermo al suo aeroporto, in modo da aumentare la capacità della linea, ridurre i tempi di percorrenza e decongestionare la periferia della città. Per ulteriori informazioni sulla politica di coesione in Italia è possibile consultare la Piattaforma Open Data.

ec.europa.eu

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