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sabato 30 gennaio 2016

Che c'è da sapere sul voto al ddl Cirinnà?

Ennesima melina del Governo e della sua maggioranza sgangherata. Il ddl verrà snaturato e le colpe della presumibile bocciatura affibbiate al M5S.


Ricordate? C'era la campagna elettorale e Renzi prometteva di rendere un fatto le unioni civili in 100 giorni. Del resto, il provvedimento già esisteva. Il Governo Renzi si insedia il 22 febbraio 2014, ma il ddl Cirinnà su unioni civili e stepchild adoption era stato presentato un anno prima, il 25 marzo 2013, quando Presidente del Consiglio era ancora Letta. Ed eccoci qua, dopo 700 giorni, quasi due anni dopo dall'insediamento di Renzi, mille da quando il provvedimento è stato presentato, e ancora stamani l'ennesimo rinvio. Che potrebbe non essere necessariamente la parte peggiore della notizia per i molti che attendono sulle unioni civili una legge degna di un Paese laico e libero. Già, perché il rischio che tutto si concluda con un nulla di fatto cresce di ora in ora.
Unioni civili, la legge che il Governo non ha mai voluto

Che l'alleato di Governo, l'NDC, avesse le idee chiare sul NO, era già stato sbandierato. Alfano in persona si è erto a protettore dello sdegno cattolico senza mezzi termini. Era stato poi il sito gay.it a far emergere il fatto che non meno di venti senatori della maggioranza PD avrebbero votato NO al provvedimento. Tutte le forze di opposizione si sono smarcate ad eccezione del M5S, il quale sul ddl per le unioni civili non ha presentato neppure un emendamento. Ma qui sta uno dei grattacapi di Renzi: al Movimento 5 Stelle il ddl sta bene com'è, senza modifiche, esattamente come hanno chiesto quasi cento piazze lo scorso 23 gennaio.

Nell'ennesima melina in scena oggi, dopo che anche la ministra Boschi si è schierata per il NO, tutte le incongruenze di una maggioranza, quella del PD, per cui i dilemmi sono due: rischiamo di vedere bocciata la nostra proposta emendando i passaggi sulle adozioni del figliastro; o sosteniamo (paradossale scriverlo) il M5S e approviamo la nostra legge sulle unioni civili com'è e ci attiriamo le ire del mondo cattolico?

Sta di fatto che le ultime parole di Renzi sull'argomento sono state "temo un dietrofront del M5S". A dire che, se dietrofront ci sarà, avrà la casacca del PD e l'inevitabile smarcamento del M5S porterà a una bocciatura della legge. Salvati i voti cattolici tanto cari al PD, Renzi potrà dire a televisioni unite che la colpa della bocciatura del ddl sulle unioni civili è del M5S. Sperando che qualcuno di sinistra ci caschi e rafforzi la schiera cattolica che si ritrova a proprio agio nel PD.

sabato 24 gennaio 2015

#nottedell'onestà contro la corruzione e le mafie

 Il "PATTO DEL NAZARENO"  accentua l'assoluta continuità della condizione politica degli ultimi 20 anni.
Vuoi saperne di più riguardo il patto tra Renzi e B. guarda questo video intervista del costituzionalista PROF. PACE.     CLICCA QUI PER VEDERE IL VIDEO.


sabato 17 maggio 2014

“Il M5S è l’erede della questione morale ”

La questione Morale è importante da considerare nell'attuale sistema politico.
Qui di seguito, tra le tante letture e interviste che mi hanno lasciato qualcosa dentro, l'intervista fatta a un esponente politico che obiettivamente ha dato spunto alla storicità dei fatti.


Intervista a Giuseppe Zupo, l’ex responsabile giustizia del Pci.

“A miei tempi l’onestà era un dna che andava preservato accuratamente, oggi è un optional fastidioso. Il pensiero di Berlinguer è attualissimo e l’unico erede della questione morale è il Movimento 5 Stelle”. E Renzi? “E’ il nulla e sul niente c’è poco da dire”. Mentre Vendola? “Sull’Ilva di Taranto ha fatto uno scivolone terribile e avrebbe dovuto trarne immediatamente le conseguenze, non si ride con i padroni che hanno inquinato una città e prodotto morti su morti”. A parlare né Grillo né altro attivista pentastellato ma l’avvocato Giuseppe Zupo, 73 anni, responsabile nazionale giustizia del Pci ai tempi di Berlinguer e del caso Moro.

Avvocato, Lei è stato dirigente ai tempi del Partito comunista di Berlinguer. Alla luce di questa esperienza come valuta i recenti casi - per l’ultimo l’Expo - di corruzione nella politica italiana?

Allora la corruzione non aveva il peso devastante che ha assunto negli anni successivi, il maggior problema da fronteggiare per noi era quel terrorismo che generava danni e apprensione. Serpeggiava grande tensione per la risposta dei partiti alle richieste sociali: il terrorismo trovava terreno fertile tra l’insoddisfazione dei giovani e delle masse popolari. E quindi il Pci di Berlinguer si è preoccupato di riguadagnare la fiducia dei cittadini nei confronti dello Stato, da qui la questione morale e l’intransigenza sull’onestà delle Istituzioni.

Il Berlinguer della questione morale lo considera ancora attuale o superato?
E’ attualissimo. La questione morale non era ascrivibile solamente al “non rubare”, era la concezione che lo Stato e le istituzioni democratiche fossero un bene pubblico e quindi da preservare con attenzione essendo di proprietà di una comunità, frutto di sforzi di generazioni che nel passato hanno costruito le fondamenta per quelle future.
Ciò ispirava Berlinguer e il Pci: la questione morale era figlia di una grande tradizione liberale – che proviene dalla Rivoluzione francese, almeno prima che degenerasse – non relegabile al campo della sinistra ma a chiunque amasse lo Stato e le istituzioni democratiche. Come Berlinguer anche Natta, suo ultimo segretario di fiducia, si batté per tali principi. Lui fu defenestrato, mentre era in ospedale, dai vari D’Alema, Occhetto e Veltroni: lo dichiararono dimissionario – mentre era un falso - e lui apprese dal giornale radio di non essere più segretario del Pci. Prima di morire, nel 2001, ha rilasciato una bellissima intervista all’Unità in cui ha ricostruito quelle concitate giornate e si diceva preoccupato dalla degenerazione che si era creata con Occhetto.

Tra le forze politiche organizzate di oggi, vede qualcosa che abbia preso il testimone di Berlinguer sulla questione morale?
Lo so, farò inorridire i miei compagni di una volta. Sono comunista semel semper berlingueriano e dopo il Pci non mi sono iscritto a nessun partito perché nessuno ha portato più avanti quei valori. Ora vedo nel M5S l’unico possibile erede. Ho votato il movimento alle ultime elezioni nazionali e – pur non essendo un uomo ricco – l’ho finanziato. Sono andato al comizio di San Giovanni a Roma, prima del voto, e sono rimasto colpito dall’enorme partecipazione e dalla composizione della piazza: cittadini, lavoratori, giovani. La rappresentanza come servizio nelle istituzioni, a termine, per poi ritornare al proprio status di prima. Senza fortune politiche come avviene per gli altri partiti. I parlamentari 5 stelle sono persone normalissime: casalinghe, ingegneri, impiegati, gente dalla porta accanto, non arruffoni di soldi e poltrone. Per questo sono del M5S e tornerò a votarlo. Dall’altra parte abbiamo quel Pd che, tra l’incostituzionale Porcellum e la nuova legge elettorale, ha abrogato le preferenze togliendo alle persone il diritto di poter selezionare la propria classe dirigente. Il nominare loro i parlamentari è solo l’ennesimo atto di autoreferenzialità di una politica ormai lontana dai cittadini.

Qualcuno le potrebbe fare l’obiezione che nella sinistra ci sono ancora personaggi come Renzi, Civati, Vendola… Lei come risponderebbe?

Berlinguer riteneva che Occhetto fosse solo un venditore di slogan e non un costruttore di politiche. Io penso lo stesso del premier Matteo Renzi, non aggiungo altro perché per me rappresenta il nulla e sul nulla c’è poco da dilungarsi. Civati è una persona simpatica ed educata ma è compatibile al sistema, ogni volta è lì lì per rompere e poi rientra nei ranghi: voto il M5S perché voglio una forza capace di ribaltare il tavolo su cui questi signori consumano la politica e non qualcuno che cambi loro le stoviglie. Per quanto riguarda Vendola… Sull’Ilva di Taranto ha fatto uno scivolone terribile e avrebbe dovuto trarne immediatamente le conseguenze, non si ride con i padroni che hanno inquinato una città e prodotto morti su morti.

Mi scusi, una curiosità. Negli anni ’90 prima del M5S cosa votava?


Per i Comunisti italiani. Non ho mai votato né il Pds né il Pd. Poi ho smesso di sostenere anche il Pdci perché oltre a testimonianze simpatiche e colorate ci vuole ben altro.
 

E così l’infatuazione per il M5S… 

Al M5S sono stati tesi dei trabocchetti e sorprese, come da Bersani, e i neoparlamentari hanno commesso degli errori per inesperienza e ingenuità, invece il movimento va sostenuto e fatto crescere. Il Pd ha disperso un immenso patrimonio, quello del Pci. Come diceva Natta, non hanno tenuto conto che eravamo il punto di arrivo di una particolarità storica, significativa ed apprezzata a livello internazionale: un partito socialdemocratico, sul modello scandinavo, che aveva con sé la classe operaia. E penso che tutto ciò non deve essere per forza perduto, il M5S è un’occasione. In Europa il malcontento si sta riversando verso partiti reazionari, fascisti o addirittura neonazisti mente qui da noi prende le sembianze del M5S che è invece antifascista, democratico e progressista. Basta osservare come Grillo ha replicato al corteggiamento di Marine Le Pen. Questa specificità del M5S andava compresa e sostenuta e non osteggiata come fatto dal Pd. Anche le istituzioni che continuano ad accusare il movimento di populismo sbagliano in maniera grossolana.

(15 maggio 2014) 


(Fonte www.micromega.net)

mercoledì 14 agosto 2013

Vuoi emigrare per lavoro? Ripulisci la tua mente!

Di seguito "ri-posto" un'articolo interessante di una blogger coraggiosa.

Non limitatevi a leggere solo questo articolo se siete interessati a emigrare per lavoro. L'autrice è emigrata verso l'Australia, ma le cose da lei scritte non servono solo per chi vuole emigrare verso l'altro emisfero. Ecco di seguito l'articolo in questione.


Quanti ne leggo o ne sento, che mi dicono: "Oh, ma che coraggio hai avuto ad andartene dall'Italia!", "Sei bravissima, io non ce la farei mai..."!
E quando rispondo: "Non credo mica che ci voglia più coraggio ad andarsene piuttosto che a restare! Anzi...nel mio caso è il contrario!", li vedi che si perdono: è un ragionamento che non capiscono.
Allora, vediamo di fare un passo indietro e ragionarci insieme.

Veramente TROPPE persone cadono nei due estremi opposti: quelli che si fanno troppe poche domande e quelli che se ne fanno troppe. Un po' come le due figure descritte dal Calvino ne "Il cavaliere inesistente".

Vedi i primi, i "Gurdulù", che si buttano a capofitto in qualsiasi cosa, senza dubbi o ragionamenti, a seconda della loro priorità del momento:
Devo avere una ragazza? Ok, mi metto con la prima che trovo.
Voglio andarmene di casa? Me ne vado, anche se non so assolutamente se le mutande vadano stirate o no! (esagerazione, per dire che spesso cerchiamo questa beneamata "indipendenza" anche quando non abbiamo reali intenzioni di prenderci le responsabilità che l'indipendenza comporta)
Australia? Fa figo andarsene dall'Italia e l'Australia è veramente magnifica, ci voglio andare assolutamente e imparare a fare surf, anche se non so manco una parola di inglese.
In conclusione: ma chi volete prendere in giro?? State solo mentendo a voi stessi, secondo me!

Poi ci sono gli altri, i "Cavalieri inesistenti", che passano anni e anni, e ancora anni, a ragionare sul significato della vita, a cercare di esaminare tutti i rischi e gli imprevisti (hello???? Si chiamano "imprevisti" proprio perché non li potete prevedere!!! Buongiornoooo!!!), a tentare di immaginarsi la vita secondo degli schemi, che appartengono a tutto fuorché alla vita stessa!
Così capita che la domanda "vado o resto?", cominci a diventare uno spettro di indecisione e paure, sfaccettato, complicato, misterioso. Enorme.
Più grande di quanto in realtà non sia.
In conclusione: ragazzi, la vita non è un immenso gioco del Trivial, che vince chi sa tutto e chi ha capito tutto della vita! Spesso la felicità sta in cose che ti arrivano e non ti aspettavi, spesso ottieni risultati laddove non ti sei mai impegnato e invece rimani deluso in progetti su cui hai investito una vita intera.

Ai primi dico: la vita è molto più profonda di così.
Ai secondi dico: la vita è molto più semplice di così! (occhio: ho detto "semplice", non "facile")

Ci sono fattori da considerare: quanto vi "costa" restare o partire in termini di


  • lavoro e crescita professionale (a tal riguardo va prima di tutto considerato il proprio curriculum professionale e quanto potrebbe venir danneggiato o valorizzato da un cambio di vita come la migrazione)
  • cambio radicale di casa, ambiente, abitudini
  • perdita degli affetti (innegabile che tante amicizie andranno perdute...)
  • lingua straniera
  • budget a disposizione per la transizione tra un posto e l'altro
  • adattamento ad una nuova realtà, in termini di società (cultura, consuetudini, problematiche economiche e politiche, sanità...)

Analizzate questi fattori, sia quando siete depressi, sia quando siete felici; metteteli sul piatto della bilancia e cercate di capire cosa vi "costa" di più.
Poi prendete una chiara decisione e accettatene le conseguenze. Stop.

Chi questi fattori non li considera, o li considera solo in parte, sarà disinformato e resterà in balìa delle fortune o sfortune del momento.
Chi questi fattori li considera pure troppo e non sa darsi pace nel soppesarli tutti, sarà un perenne insoddisfatto, che la vita gli regali imprevisti belli o brutti.

Niente voli mentali, niente luoghi comuni, niente influenze esterne, niente "paura dell'ignoto".
(Anche perché, ad essere sinceri, con la vastità di informazioni che si possono raccogliere da internet, spesso l' "ignoto" è solo una condizione mentale)

Quindi, a mio avviso, il "coraggio" risiede nel conoscere veramente noi stessi!
E nell'accettarsi così come si è.

Minie Minarelli

giovedì 4 luglio 2013

#Restitutionday straordinariamente la vera politica


Dopo la restituzione dei 42 milioni di euro dei rimborsi elettorali oggi si annuncia l'esempio più importante.
 
E’ un evento storico: 1.569.951,48 € vengono restituiti da parlamentari eletti per riversarli in un fondo per l’ammortamento del debito pubblico. Vengono consegnati, perciò, ai cittadini: 1 milione e mezzo in meno di debito da pagare sono 1 milione e mezzo di meno di tasse per i cittadini.

C’è chi sostiene che è poco, chi ci sbeffeggia, chi ironizza. Eppure nessuno ha mai fatto qualcosa del genere. Rinunciare a dei soldi che ci sarebbero spettati di diritto è un gesto che ci ha fatto recuperare la vera prospettiva del fare politica. Al di là di tutti i proclami e le parole vuote che vengono consumate in Parlamento e fuori, non c’è messaggio più potente dell’esempio.

#Restitutionday  #Fatelovoi  #m5s

mercoledì 17 ottobre 2012

Perle del mutamento politico sociale e di una virtù civica spiccata

Se consideriamo il punto di vista della cultura politica tradizionale, spiegare la dottrina e l’azione politica attuale sembra cosa assai facile. La condotta o il comportamento, prima di tutto, sono azioni principe per tenere sotto controllo gli aspetti delle azioni politiche in generale, in specifico quelle attuali, in una fase di “Seconda Tangentopoli” in cui ci stiamo addentrando.
Gli stessi storici, “commediografi” e poeti nell’antica Grecia esprimevano il loro giudizio di parte sulla condotta tenuta in tempo di guerra. Attualizzando nello specifico per i tempi che corrono il “tempo di guerra” è mettersi in gioco in questa fase. Al momento riposizionarsi bene sulla scia di tematiche innovative e virtuose porterebbero il paese al suo “aggiustamento” sistemico. Le nozioni e le tipologie di lettura che utilizziamo nell’analisi della cultura politica, dell’élite e del suo mutamento sociale e culturale sono vive negli scritti dell’antichità classica. Le loro predisposizioni culturali politiche civiche e politiche sociali erano inserite nelle loro tradizionali, erano insite nel loro modo di mangiare, di vestirsi, nel loro modo di esprimersi, nella maniera e nel metodo di educare i propri bambini, nella loro formazione, nel loro modo di “presentarsi al pubblico”. Oggi diremmo che l’importanza della prima infanzia, dell’adolescenza, del luogo di lavoro degli adulti, nell’esperienza diretta dei media televisivi, di internet portano ad un altro livello la predisposizione culturale politica di ogni singolo individuo non di più efficace di quella del passato.

E il mutamento culturale politico è uno dei massimi temi della letteratura classica in riferimento alla stabilità, alla persistenza, alla cultura politica, alla fiducia verso i politici in carica e le istituzioni politiche e sociali. Ogni città Greca conservava la memoria del passato, per proporzionare la giusta pena da attribuire alla corruzione del loro presente. Tutti nell’antica Grecia avevano a mente la ciclicità del mutamento politico e del vero sentiero che portava alla virtù civica, ed essi nell’antichità spiegavano l’ascesa e la caduta delle costituzioni politiche in termini socio-psico-“logici”.

A ciò si riferisce Rousseau che parla di costumi, usanze e opinione per identificare la cultura politica. Mentre Tocqueville avendo una sensibilità spiccata per le culture “popolari”, e subculturali, per descrivere la “Democrazia in America” precisa che “comprende la disposizione morale e intellettuale di un popolo che utilizza vari costumi, e usanze. E attribuisce ai costumi la grande causa generale su cui si può attribuire la conservazione della repubblica democratica negli Stati Uniti.” Noi qui parlando di scorretta educazione politica, malaffare politico, mala-amminstrazione degli apparati statali, riusciamo a intuire quali siano gli usi e i costumi degli italiani in termini di rispetto verso la cosa pubblica ma non a capire o a giustificarli del tutto le loro azioni scorrette a discapito dei cittadini.

Riportandoci indietro, nello specifico, Platone, nella sua “Repubblica”, parlava di virtù civiche diverse, di temperamenti umani e di caratteri, come pesi che trascinano dietro tutto il resto e di tante specie diverse di ideologie tante quanto erano e sono le costituzioni.
Riferendoci al carattere, lo stesso Platone parla del "giovincello", il quale non avendo ancora una base di regole salde da seguire è ingovernabile. Per questo il giovane uomo è il più vivace, intelligente, sveglio e insubordinato degli animali. Nella politica odierna non si può tenere in considerazione una corrente di pensiero di questo genere proclamando la genesi della “rottamazione politica” come unica scelta politica. Avere come punto di riferimento quello di identificarsi come il rinnovamento, pensando di fare fuori tutti, nella tradizione classica viene punito e Aristotele ci spiega il perché. E’ vero che il sostegno della parte democratica e più giovanile è fondamentale, ma è anche vero che il sostegno della parte più aristocratica e meno giovane nella forma mista aristocratico-democratico, e junior-senior dovrebbe predominare su tutto. Esso dovrebbe intervenire nella stratificazione sociale regolata da un sistema politico strutturale corretto, efficace che dovrebbe dare lo slancio necessario ai più facoltosi di arrivare ai vertici allo stesso pari di chiunque altro. Specifico che non sempre si può accostare il termine aristocratico=senior democratico=junior poiché potrebbe essere viceversa o addirittura non sembrare assolutamente sinonimi. Non da meno però sono le menti sagge e con più esperienza che danno il loro contributo alle società. E come dice lo stesso Aristotele “dobbiamo tenere presente che quelli nati nella ricchezza non sanno obbedire così tanto facilmente alle regole e si intuisce il perché, e quelli nati nella miseria non sempre sanno controllarsi nella ragione per evitare di provocare danno allo Stato. Ed entrambe queste tendenze sono pericolose per gli Stati costituiti.”

Aristotele parlava in termini più moderni della nostra società, e dice che essa, “un’Italia”, un sistema lavoro, una struttura politico-amministrativa in cui la classe politica è rimpicciolita a una élite produce uno Stato “di servi e di padroni, non di uomini liberi, di gente che disprezza. Questa condizione è molto lontana dalla solidarietà e dalla comunità politica.”


Osserviamo che esse, la solidarietà culturale e lo sviluppo di una comunità politica informata, sono la rappresentazione massima del sistema culturale e della migliore forma di governo esprimibile. Quindi questi temi della cultura politica sembrano d’oggi giorno alquanto suscettibili di cambiamento, poiché variano a secondo dell’efficienza delle attività e funzioni dei leaders e delle élite politiche, economiche e sociali. E dovrebbero ri-legittimare il diritto di rappresentanza politica e partitica, riportando così il suo valore originario e inviolabile alla questione nazionale attuale.

domenica 27 marzo 2011

I siciliani che sfidano Cosa nostra

Il potere dell’organizzazione criminale sull’isola è ancora molto forte. Sempre più spesso gli imprenditori si rifiutano di pagare il pizzo e i beni dei boss vengono confiscati.


Fino a poco tempo fa Ernesto Bisanti non avrebbe mai immaginato di poter affrontare Cosa nostra. Nel 1986 Bisanti avviò una fabbrica di mobili a Palermo. Subito dopo l’inizio dell’attività andò a fargli visita uno dei mafiosi del quartiere. L’uomo gli chiese l’equivalente di circa seimila euro all’anno, racconta Bisanti, per non avere problemi: “Le costerà meno che assumere una guardia privata”, disse. Poi aggiunse: “Non mi va di vederla ogni mese, perciò verrò a giugno e dicembre e ogni volta lei mi darà la metà”. Bisanti accettò, come quasi tutti i proprietari di negozi e imprese della città.
L’accordo è durato vent’anni. “A volte si presentava con il figlio”, ricorda Bisanti, “e diceva: ‘Dica a mio figlio che deve studiare, perché è importante’. Eravamo quasi entrati in confidenza”. Bisanti, un uomo ben piazzato di 64 anni, sostiene che la somma non era così onerosa: “Nel loro sistema non è importante quanto paghi. È importante che paghi. È una forma di sottomissione”.
Poi, nel novembre 2007, la polizia ha arrestato Salvatore Lo Piccolo, il capo della mafia di Palermo. In un taccuino in suo possesso c’era un elenco di cento proprietari di negozi e imprese che pagavano il pizzo. Sulla lista c’era anche il nome di Bisanti. La polizia di Palermo ha chiesto al commerciante se voleva testimoniare contro l’estorsore. Fino a poco tempo prima sarebbe stato impensabile: una denuncia avrebbe significato una condanna a morte.
Ma negli ultimi anni le operazioni di polizia e le rivelazioni dei collaboratori di giustizia hanno indebolito la mafia, e un movimento di cittadini chiamato Addiopizzo ha organizzato la resistenza contro il racket dell’estorsione. Bisanti ha deciso di sporgere denuncia, e nel gennaio del 2008 ha testimoniato in un’aula di tribunale di Palermo, contribuendo a far condannare il suo estorsore. Da allora la mafia non ha più importunato Bisanti: “Sanno che li denuncerei di nuovo, e hanno paura”.
Quest’isola assolata è sempre stata un posto di identità conflittuali. C’è la Sicilia romantica, celebrata per i suoi agrumeti profumati, le montagne di granito e le rovine lasciate da una serie di conquistatori. L’acropoli di Selinunte, costruita intorno al 630 aC, e la Valle dei Templi di Agrigento – descritta dal poeta greco Pindaro come “la più bella città dei mortali” – sono considerate tra le vestigia più incantevoli dell’antica Grecia, che governò la Sicilia dall’ottavo al terzo secolo aC. Nel nono secolo dC i conquistatori arabi costruirono palazzi affrescati a Palermo e Catania. Poche chiese sono belle come la cappella Palatina di Palermo, eretta tra il 1130 e il 1140 da re Ruggero II di Sicilia durante la dominazione normanna. Anche le meraviglie naturali abbondano: sul lato orientale dell’isola c’è l’Etna, sotto il quale, secondo la mitologia greca, giace il mostro Tifone, intrappolato e sepolto da Zeus per l’eternità.
Ma la Sicilia è famosa anche per essere il luogo di nascita della mafia, forse l’organizzazione criminale più potente del mondo. Il termine è diventato popolare a partire dagli anni sessanta dell’ottocento, all’epoca dell’unificazione d’Italia. Quando le forze alleate invasero l’isola, durante la seconda guerra mondiale, cercarono l’appoggio dei malavitosi italoamericani di origine siciliana, come Vito Genovese, per assicurarsi il controllo del territorio. Nei decenni successivi Cosa nostra ha costruito rapporti con i politici italiani – tra cui Giulio Andreotti (presidente del consiglio per sette volte, tra il 1972 e il 1992) – e ha accumulato miliardi attraverso il traffico di eroina, l’estorsione, gli appalti pubblici truccati e altre attività illegali. Chi osava parlare era messo a tacere con un’autobomba o una scarica di proiettili. Alcuni dei boss più violenti e potenti dell’organizzazione provenivano da Corleone, una cittadina di collina a sud di Palermo.
Giudici coraggiosi
Poi, negli anni ottanta, i coraggiosi procuratori Giovanni Falcone e Paolo Borsellino riuscirono a convincere molti affiliati a rompere il giuramento del silenzio e a collaborare con la giustizia. I loro sforzi portarono al maxiprocesso del 1986-1987, che mostrò i legami occulti tra criminali e funzionari pubblici e mandò in carcere più di trecento mafiosi. La mafia reagì. Il 23 maggio del 1992, lungo l’autostrada che collega l’aeroporto di Punta Raisi a Palermo, dei killer fecero saltare in aria l’automobile blindata che trasportava Falcone, 53 anni, e la moglie Francesca Morvillo, magistrata di 46 anni, uccidendoli insieme a tre poliziotti della scorta. Borsellino, 52 anni, fu ucciso meno di due mesi dopo da un’altra bomba, insieme ai suoi cinque uomini di scorta, mentre stava entrando a casa della madre, a Palermo.
Ma quegli omicidi non bloccarono il movimento antimafia, anzi, lo rafforzarono. Nel gennaio del 1993 Salvatore “la Bestia” Riina, il capo di tutti i capi di Cosa nostra, fu catturato vicino alla sua villa di Palermo, dopo vent’anni di latitanza. Fu processato e condannato a dodici ergastoli. Riina fu sostituito da Bernardo “il Trattore” Provenzano, che preferì tenere un basso profilo, riducendo gli atti di violenza, pur continuando ad accumulare denaro con il racket dell’estorsione e gli appalti pubblici. Nell’aprile 2006 le forze dell’ordine lo hanno scovato e arrestato in una misera casa di campagna sulle colline sopra Corleone: era latitante da 43 anni. Anche Provenzano è stato condannato a vari ergastoli. Il suo probabile successore, Matteo Messina Denaro, è latitante dal 1993.
Ancora prima dell’arresto di Provenzano, una rivoluzione silenziosa aveva cominciato a trasformare la Sicilia. Centinaia di imprenditori e commercianti di Palermo e di altre città e paesi siciliani si sono rifiutati di pagare il pizzo. Sindaci, giornalisti e altri funzionari pubblici che un tempo facevano finta di non vedere, hanno cominciato a parlare apertamente contro la mafia. Una legge approvata dal parlamento italiano nel 1996 ha permesso al governo di confiscare i beni dei mafiosi condannati e trasferirli, gratuitamente, a organizzazioni di volontariato.
Negli ultimi anni coo­perative agricole e altre associazioni hanno preso in gestione ville e terreni della mafia, convertendoli in centri di aggregazione, alberghi e fattorie biologiche. “Abbiamo aiutato le persone del posto a cambiare il loro modo di vedere la mafia”, dice Francesco Galante, responsabile della comunicazione di Libera terra, un’organizzazione che oggi controlla quasi ottocento ettari di terreni confiscati, soprattutto intorno a Corleone. Il gruppo ha dato lavoro a cento abitanti del posto, coltivando i campi abbandonati. “Le persone non vedono più la mafia come l’unica istituzione di cui possono fidarsi”, dice Galante.
Boss con la valigetta
Dopo essere atterrato all’aeroporto Falcone-Borsellino, noleggio un’auto e seguo la litoranea verso Palermo, passando per Capaci. Uscendo dall’autostrada, costeggio una lunga serie di fatiscenti condomini in calcestruzzo alla periferia di Palermo. Un orrore costruito negli anni sessanta e settanta da società legate alla mafia. “Questa è l’eredità di Ciancimino”, mi dice il mio traduttore, Andrea Cottone, mentre percorriamo via della Libertà, un tempo un viale elegante, dove i caseggiati hanno circondato le ville del settecento e dell’ottocento. Contratti per miliardi di euro furono assegnati a Cosa nostra dall’assessore ai lavori pubblici Vito Ciancimino, morto agli arresti domiciliari a Roma, nel 2002, dopo una condanna per associazione mafiosa.
Superata una barriera di guardie del corpo all’interno del palazzo di giustizia di Palermo, entro nell’ufficio di Ignazio De Francisci, al secondo piano. Tra il 1985 e il 1989 De Francisci, che oggi ha 58 anni, è stato il vice di Falcone. “Falcone è stato come Cristoforo Colombo. Ha aperto la strada a tutti gli altri”, mi spiega De Francisci. Guardando una foto del magistrato assassinato sulla parete dietro la sua scrivania, si fa silenzioso. “Penso spesso a lui e vorrei che fosse ancora al mio fianco”.
Diciotto anni dopo l’assassinio di Falcone, la pressione sulla mafia non si è allentata. A marzo del 2010 De Francisci ha concluso un’inchiesta che ha portato all’arresto di 26 mafiosi a Palermo e in alcune città degli Stati Uniti, per accuse che vanno dal traffico di droga al riciclaggio di denaro sporco. Poco prima la polizia aveva catturato Giuseppe Liga, un architetto di 60 anni che è uno dei boss più potenti della mafia a Palermo. L’ascesa di Liga illustra la trasformazione della criminalità organizzata. Il potere si è trasferito da killer spietati come Riina e Provenzano a professionisti e personaggi del mondo finanziario che non vengono dalla strada come i loro predecessori e non hanno la loro fame di violenza. De Francisci descrive il movimento Addiopizzo come il simbolo del coraggio mostrato negli ultimi anni dai cittadini.
Al tramonto mi avventuro in viale Strasburgo, un’affollata arteria commerciale dove Addiopizzo ha organizzato una campagna di reclutamento. Una decina di ragazzi sono riuniti sotto un tendone circondato da striscioni che dicono “Possiamo farcela!”. Addiopizzo è nata nel 2004, quando sei amici che volevano aprire un pub – e che avvertivano la debolezza della mafia – hanno affisso in tutta la città dei manifesti che accusavano i siciliani di rinunciare alla loro dignità a favore dell’organizzazione criminale. “La gente diceva: ‘E che è questo?’. Dire a un siciliano che non ha dignità è il peggiore degli insulti”, mi racconta Enrico Colajanni, uno dei fondatori. Oggi il movimento conta più di 46o aderenti; nel 2007 ha dato vita a Libero futuro, la prima associazione antiracket palermitana. I suoi membri hanno testimoniato contro gli estorsori in 27 processi. “È un buon inizio”, dice Colajanni, “ma a Palermo sono ancora migliaia quelli che pagano. Ci vorrà tempo per sviluppare un movimento di massa”.
Secondo uno studio dell’università di Palermo pubblicato nel 2008, circa l’80 per cento delle imprese del capoluogo paga ancora il pizzo, e in Sicilia il racket dell’estorsione frutta alla mafia almeno un miliardo di euro all’anno. Le aggressioni e le minacce a chi si rifiuta di pagare il pizzo continuano: nel 2007 Rodolfo Guajana, un iscritto di Addiopizzo che ha un negozio di ferramenta con un fatturato di milioni di euro, ha ricevuto una bottiglia contenente della benzina e un accendino. Non se ne è preoccupato più di tanto. Quattro mesi dopo il suo magazzino è stato incendiato.
Le famiglie di Partinico
Una mattina vado con il mio traduttore e con Francesco Galante nella valle di Jato, a sud di Palermo, per dare un’occhiata al progetto più recente di Libera terra. Parcheggiamo l’auto lungo una strada di campagna e saliamo per un sentiero fangoso attraverso le colline, con un vento freddo che ci batte in faccia. Sotto, una scacchiera di campi di grano e ceci si estende verso cime frastagliate e spoglie. In lontananza si vede il paese di San Cipirello, con le sue case dai tetti arancioni ammassate intorno a una vistosa cattedrale.
Raggiungiamo filari di vite legati a pali di legno, curati da quattro uomini che indossano tute azzurre con il logo di Libera terra. “Fino a qualche anno fa il vigneto era di proprietà della famiglia mafiosa dei Brusca, ma era stato abbandonato”, dice Galante. Nel 2007 una cooperativa associata a Libera terra ha acquistato da un consorzio di amministrazioni comunali i terreni confiscati, ma faticava a trovare dei lavoratori. “Mettere piede su questa terra, la terra del boss, era un tabù. Ma poi, dopo le prime assunzioni, i lavoratori hanno cominciato ad arrivare”. Galante si aspetta che il vigneto produca 42 tonnellate di uva al suo primo raccolto, sufficienti per trentamila bottiglie di vino rosso da vendere sotto l’etichetta Centopassi (un riferimento a un film su Peppino Impastato, attivista antimafia ucciso da Cosa nostra).
Tra i filari parlo con uno degli operai, Franco Sottile, 52 anni, che viene dalla vicina Corleone. Mi dice che oggi guadagna il 50 per cento in più di quanto prendeva quando lavorava su terreni di proprietà dei boss della mafia. “All’inizio pensavo che potessero esserci dei problemi a lavorare qui”, dice. “Ma ora sappiamo che non c’è niente da temere”.
Avevo sentito dire che la mafia è meno clemente a Partinico, una cittadina di trentamila abitanti a trenta chilometri da Corleone. Ci vado in auto e parcheggio sulla piazza principale, dove vecchi con berretti neri e abiti consunti siedono al sole sulle panchine che circondano una chiesa gotica del cinquecento. Arriva una Fiat scassata e ne esce una figura smilza in abiti eleganti: Pino Maniaci, 57 anni, proprietario e principale giornalista di Telejato, una minuscola emittente di Partinico. Maniaci ha dichiarato guerra alla mafia locale e per questo ha pagato un prezzo molto alto.
L’ex imprenditore ha rilevato l’emittente vicina al fallimento da Rifondazione comunista, nel 1999. “Avevo scommesso con me stesso che potevo salvarla”, mi dice accendendo una sigaretta, mentre dalla piazza percorriamo i vicoli verso il suo studio. All’epoca la città era nel bel mezzo di una guerra tra famiglie mafiose rivali. A differenza di Palermo, la violenza qui non è mai finita: solo negli ultimi due anni sono state uccise otto persone. La posizione chiave della cittadina, tra le province di Trapani e Palermo, ne ha fatto un campo di battaglia continuo. Per due anni Maniaci ha mandato in onda le denunce su una distilleria di proprietà della mafia, che violava i regolamenti antinquinamento della Sicilia e riversava fumi tossici nell’atmosfera. Un giorno si è incatenato al recinto della distilleria per spingere la polizia a chiuderla.
Maniaci ha anche identificato una casa usata da Bernardo Provenzano e dai capi della mafia locale per organizzare omicidi e altri reati. Poi, nel 2006, ha fatto lo scoop della vita, unendosi alle forze di polizia mentre facevano irruzione in una baracca vicino a Corleone e catturavano Provenzano. La mafia ha bruciato l’automobile di Maniaci per due volte e ha minacciato ripetutamente di ucciderlo; nel 2008 un paio di delinquenti lo hanno picchiato fuori dal suo ufficio. Il giorno dopo è andato in onda con la faccia piena di lividi, denunciando gli aggressori. Dopo l’episodio ha rifiutato l’offerta di protezione delle forze dell’ordine, perché questo gli impedirebbe di incontrare le sue “fonti riservate”.
Maniaci mi guida su per una stretta rampa di scale al suo studio al secondo piano. Le pareti sono tappezzate di caricature e ritagli incorniciati delle sue gesta giornalistiche. Si lascia cadere su una sedia vicino a un computer e accende un’altra sigaretta (ne fuma tre pacchetti al giorno). Poi, in vista del suo notiziario quotidiano, comincia a fare una telefonata dietro l’altra. Sta cercando di scoprire chi sono i responsabili dell’incendio delle automobili di due importanti imprenditori locali, bruciate la notte precedente. Telejato, che raggiunge 180mila spettatori in 25 comunità, ha una gestione familiare: la moglie di Maniaci, Patrizia, 44 anni, è la direttrice dell’emittente; i figli Giovanni e Letizia fanno il cameraman e la cronista. “Il mio errore più grande è stato coinvolgere l’intera famiglia”, afferma Maniaci. “Ora sono tutti ossessionati quanto me”.
La speranza di Corleone
L’emittente ha un bilancio ridotto all’osso, con circa quattromila euro al mese di entrate pubblicitarie, che coprono le spese ma non lasciano quasi niente per gli stipendi. “Siamo una fiammella che spera di diventare un grande fuoco”, dice Maniaci, aggiungendo che a volte ha la sensazione di combattere una battaglia persa. Negli ultimi due anni il governo Berlusconi ha introdotto dei provvedimenti che potrebbero indebolire la lotta alla mafia: regole più severe sulle intercettazioni, un condono per chi riporta in patria i capitali depositati all’estero, pagando solo una multa del 5 per cento. “Abbiamo Berlusconi. È questo il nostro problema”, mi dice Maniaci. “Non possiamo distruggere la mafia a causa dei suoi collegamenti con la politica”. Ma non tutti i politici sono legati alla criminalità organizzata.
Il giorno dopo aver parlato con Maniaci, vado a sud di Palermo per incontrare il sindaco di Corleone Antonino Iannazzo, che dopo la sua elezione, nel 2007, si è dato da fare per riabilitare il nome della cittadina. La strada a due corsie scende e risale attraverso la valle di Jato passando vicino a uliveti, fichi d’India e pascoli verde chiaro che si estendono verso affascinanti crinali granitici. Alla fine arrivo nel centro di Corleone. Edifici medievali con le balaustre dei balconi in ferro battuto si affacciano su vicoli che salgono a zig zag lungo un ripido pendio. Due grandi colonne di arenaria svettano su una cittadina di undicimila abitanti. Nella navata centrale di una fatiscente chiesa rinascimentale vicino al centro trovo Iannazzo, un uomo esuberante di 35 anni con la barba rossa e un mozzicone di sigaro in bocca, che sta mostrando alcuni lavori di restauro ai giornalisti e agli imprenditori del posto.
Iannazzo ha adottato un approccio pragmatico verso la mafia. Quando Giuseppe Salvatore Riina, il figlio più giovane del boss, è tornato a Corleone dopo essere uscito di carcere, Iannazzo è andato in tv e ha detto: “Non lo vogliamo qui, non perché abbiamo paura di lui, ma perché non è un buon segnale per i giovani”, mi spiega. “Dopo anni di sforzi per fornire alternative alla mafia, un uomo del genere può distruggere tutto il nostro lavoro”. Poco dopo Riina è tornato in carcere. In ogni caso, aveva “capito che a Corleone non avrebbe più fatto la bella vita”. Ora il principale obiettivo di Iannazzo è trovare un lavoro ai giovani del paese (a Corleone la disoccupazione è al 16 per cento) per “evitare che siano attratti dalla vita mafiosa”.
La villa di Riina
Iannazzo sale in macchina e mi guida attraverso un labirinto di stradine, fino a una casa a schiera di due piani appoggiata sul fianco di una collina. “Qui è nato Bernardo Provenzano”, mi dice. L’amministrazione comunale l’ha confiscata ai Provenzano nel 2005. Lo stesso Iannazzo, allora vicesindaco, contribuì a cacciare i due fratelli di Provenzano. “Presero le loro cose e se ne andarono in silenzio, trasferendosi cinquanta metri più giù”. Iannazzo sta trasformando la casa in un “laboratorio della legalità”: un misto tra un museo, un laboratorio e negozio al dettaglio per cooperative antimafia come Libera terra.
Il sindaco ha perfino partecipato al progetto: le austere ringhiere di ferro fanno pensare alle sbarre del carcere, mentre i fogli di plexiglass sui pavimenti simboleggiano la trasparenza. “Mostreremo l’intera storia della mafia in questa regione”, spiega fermandosi davanti ai resti carbonizzati di un’auto che apparteneva al giornalista Pino Maniaci. Iannazzo ha davanti a sé ancora sfide importanti. In base a una nuova legge approvata dal parlamento italiano a dicembre del 2009, una proprietà confiscata alla mafia deve essere messa all’asta entro novanta giorni se non è stata acquisita da qualche associazione di volontariato. La legge punta a raccogliere denaro per le casse vuote dello stato, ma molti temono che così le proprietà tornino nelle mani della criminalità organizzata.
Novanta giorni sono “un periodo breve”, dice Francesco Galante di Libera terra, spiegando che gruppi come il suo possono aver bisogno anche di otto anni per acquistare i beni confiscati alla mafia. Secondo Galante circa cinquemila proprietà potrebbero tornare nelle mani di Cosa nostra.
Uno dei simboli più potenti dell’oscuro passato dell’isola, l’ex abitazione di Salvatore Riina a Palermo, dove “la Bestia” viveva sotto falso nome insieme alla famiglia prima della cattura, è stata comprata dall’ordine dei giornalisti di Sicilia. L’elegante villa, con un giardino di palme da datteri, sembra la residenza di uno sceneggiatore sulle colline di Hollywood. “In questo posto non incontrava mai nessun mafioso”, mi spiega Franco Nicastro, ex presidente dell’ordine dei giornalisti, spalancando le imposte e permettendo al sole di inondare di luce il soggiorno vuoto. “Era un luogo riservato alla sua famiglia”. Nel 2010 è diventata la sede dell’ordine. Al suo interno c’è una mostra in ricordo degli otto cronisti uccisi dalla mafia tra gli anni sessanta e il 1993. “Riina poteva uccidere i giornalisti, ma il giornalismo non è morto”, dice Nicastro, facendomi strada fino a una piscina vuota e a un patio piastrellato dove il boss preparava i barbecue.
In futuro comprare i beni dei mafiosi potrebbe diventare più difficile. Ma per i siciliani che si sono risvegliati da un lungo incubo imposto dalla mafia non ci saranno marce indietro.
Traduzione di Nazzareno Mataldi.
Internazionale, numero 890, 25 marzo 2011

venerdì 18 febbraio 2011

La Rivoluzione critica Montesquieu.


Il valore delle leggi

Il filosofo francese Montesquieu nelle sue opere rifiuta di dare un valore assoluto alle leggi: esse sono infatti belle o brutte a seconda del loro grado di convenienza al contesto umano cui si riferiscono, cioè nella misura in cui si conformino all'esprit del popolo per il quale sono vincolanti.

La Rivoluzione Francese non può accontentarsi di questo: occorre anzitutto determinare se una legge sia giusta o no, prima di procedere al rilievo del suo grado di efficacia in un dato contesto. Montesquieu non rispondeva a interrogativi siffatti, o meglio lo faceva evasivamente: uno Stato è ciò che è, non vale la pena di definire quanto la sua legislazione sia secondo ragione o secondo diritto.
Montesquieu, insomma, sembrava sostituire uno Stato di fatto a quello di diritto che invece rappresenta una delle più alte aspirazioni della Rivoluzione, almeno nelle sue prime fasi; se si tiene presente quanto egli sostiene ogni crimine diviene giustificabile, ogni assurdità interna al sistema va accettata perché quest'ultimo non può essere diverso da come effettivamente è.
Su questo piano si articolano le critiche più vivaci che la Rivoluzione muove a Montesquieu: non basta badare a ciò che è, occorre viceversa progettare ciò che dovrebbe essere.
Esiste poi un'altra difficoltà: anche qualora si fosse certi della giustizia o meno di una data legge, nondimeno sarebbe necessario definire una giustizia ideale e assoluta cui uniformare tutta la vita dello Stato; solo così si potrebbero migliorare e correggere le leggi considerate inique. A Montesquieu, quindi, non solo manca un criterio di giudizio assoluto, ma anche, come conseguenza di tale difetto, la possibilità di intervenire operativamente sulla legislazione a partire da un modello giuridico di portata universale.

Le finalità dello Stato di diritto

Il medesimo problema che si è visto applicato alla legge può essere riferito anche alle finalità dello Stato. Secondo il pensatore, ogni aggregazione politica possiede una propria finalità, al punto che lo stesso atto dell'uomo che si unisce ai propri simili trova una sua giustificazione nella necessita di mettere in relazione le tendenze individuali in vista del perseguimento di un obiettivo organico comune.
Sotto questo aspetto, Montesquieu si discosta dal pensiero di Voltaire, che avrà viceversa proprio in questo notevole influenza sui fatti rivoluzionari: l'autore del Candide concepisce sistemi di valori universali e applicabili a tutte le situazioni, in conformità con un modello giuridico razionale assoluto dal quale scaturiscono non solo le leggi ma anche i fini cui tendono gli Stati.

La Francese risponde a suo modo a questo interrogativo teleologico: il fine assoluto degli Stati deve essere il diritto. Questa affermazione ha come conseguenza l'attribuzione al singolo uomo di un valore assoluto dal punto di vista giuridico.
Tale valore esiste indipendentemente dall'epoca, dal contesto economico e sociale, dalle condizioni ambientali in cui l'uomo si trova a vivere. A differenza di Montesquieu, la Rivoluzione trova nel diritto dell'individuo di vivere, di non essere impedito nelle sue azioni, di assumersi responsabilità economiche, etc. l'ideale dello Stato.
Il giudizio cui viene sottoposta una qualsiasi legge deve dunque tener conto del grado in cui tale legge si accorda al carattere dell'uomo, così come esso si definisce giuridicamente.

... e lo supera
Trasformare lo Stato

Lo Stato rivoluzionario diviene una associazione di privati, il cui fine dev'essere la soddisfazione dei diritti di tutti i cittadini.
Per ottenere questo, è necessario ricorrere a leggi che regolino la vita sociale, fermo restando il fatto che esse debbono avere una propria radice nell'ambito del diritto stesso.
Su queste basi il movimento rivoluzionario avverte il bisogno di cambiare l'ordine politico esistente: come Montesquieu mette in risalto la necessità dell'appartenenza civile per la realizzazione dell'individuo, ma a differenza di quello afferma che lo Stato esistente non consente una partecipazione veramente organica: le istituzioni politiche e le leggi devono essere trasformate perché l'uomo si possa riconoscere in esse.
A dire il vero, lo stesso Montesquieu aveva posto la libertà tra i fini dello Stato; esiste però una differenza sostanziale tra questo genere di finalità e quello che viceversa si incontra nella Rivoluzione: per il filosofo la libertà è uno dei tanti fini perseguibili dallo Stato accanto a quello fondamentale dell'autoconservazione. Al contrario, la Rivoluzione vede lo Stato legittimo basarsi sul diritto e orientare i propri sforzi verso il godimento universale di ciò che quel diritto sancisce: se la libertà è un diritto fondamentale dell'individuo, essa non è uno dei tanti obiettivi, ma deve essere annoverata tra gli scopi istituzionali della comunità politica.

La sovranità popolare

Esiste un altro aspetto rispetto al quale la Rivoluzione Francese supera Montesquieu: secondo costui, la vita della collettività è determinata dalla forza superiore e impersonale della legge. Tutti si devono piegare ad essa, persino il re.
Ma allora a chi è dato il potere di formulare e promulgare la legge, se tutti sono sottoposti ad essa? Montesquieu, al solito, aggire involontariamente il problema considerando le leggi come un prodotto della storia: le può proporre un legislatore, talora un popolo, oppore nascono per imitazione dello Stato con cui si confina.
La Rivoluzione rifiuta di considerare le leggi prodotto dell'iniziativa di un singolo o di un gruppo, data l'arbitrarietà che questa operazione comporterebbe, sia come condizione preliminare alla formulazione della legge stessa, sia come conseguenza dell'assolutezza di cui sarebbe dotato il legislatore rispetto alla sua creatura.
Alla natura impersonale della legge non può che corrispondere la non personalità di chi la ha promulgata: è la volontà generale a avere il diritto di statuire sulla comunità che la esprime, proprio perché solo così chi è tenuto all'osservanza della legge coincide con chi tale legge ha promulgato. In definitiva, la soluzione della sovranità popolare è l'unica a consentire che il legislatore non coincida con un soggetto personale in senso stretto.
Anche Montesquieu aveva concepito la centralità della nazione, ma mentre nel suo Stato erano le leggi a doversi armonizzare con questo spirito, invece la Rivoluzione Francese vede l'anima dello Stato come soggetto della legge, detentore legittimo del potere legislativo e quindi della sovranità.
La tesi della sovranità popolare rappresenta un superamento delle posizioni montesquieuiane anche perché con essa il ruolo della ragione modellatrice delle istituzioni e delle leggi è ripreso a un livello più alto: non è più una astratta facoltà razionale a plasmare la comunità politica, bensì tale ragione si esprime nella volontà del popolo, nella dimensione concreta della collettività democratica.

lunedì 14 febbraio 2011

Il pensiero politico greco


Un primo problema deriva dalla necessità di usare termini attuali per descrivere ed interpretare tale concetto, con il rischio di " modernizzare" quanto è oggetto di esame e, quindi, di non esprimere esattamente il relativo significato, attribuendone ad esso uno attuale. Un’altra difficoltà è quella connessa con l’esigenza di riuscire a cogliere l’ampiezza del contenuto e del significato di un concetto del passato, oltre che di riuscire a descriverlo ed esprimerlo, in tutta la sua portata, con parole adeguate.
Tali problemi e difficoltà emergono in misura notevole e, in particolare, quando si esamina il termine di democrazia, parola ampiamente presente nel linguaggio politico moderno il cui significato e portata sono, però, del tutto diversi da quelli ad essa attribuiti nel periodo della democrazia greca.
Nella Grecia del quinto e del quarto secolo,demokratia è una parola polemica e di "lotta" che esprime il carattere aggressivo di questa forma di governo che viene intesa come kràtos, cioè come dominio esclusivo ed anche violento di una parte (il popolo) sull’altra, sui propri avversari. Il significato attuale ha perso completamente ogni connotazione di tale genere ed esprime valori del tutto assenti dalla nozione greca ed, anzi, opposti ad essa.
Oggi con la parola democrazia, si intende far riferimento ad un sistema politico caratterizzato dalla tolleranza e cioè da una situazione in cui posizioni differenti si scontrano, ma senza violenza e prevaricazione e con reciproca accettazione. Sarebbe quindi errato, allorché si intende indicare la nozione greca di democrazia, il far riferimento al significato attualmente attribuito a tale espressione.L'antropologo Gernet, cercando di esprimere una connotazione sommaria della democrazia greca, evidenzia come, con riferimento alle nostre concezioni politiche, essa dovrebbe considerarsi una oligarchia, cioè una situazione di dominio e concentrazione di potere di una parte sull’altra, tanto che si deve ritenere che fossero più democratiche le città con il maggior numero di schiavi e cioè le città nelle quali vi era maggiore disparità tra il mondo dei liberi e il mondo degli schiavi: ciò perché, appunto, il carattere essenziale della democrazia era quello di appropriazione e di dominio esercitato dal popolo, tanto da poter affermare che "i diritti dell’uomo non sono propriamente a cuore alla democrazia".
Mentre nel quinto secolo la democrazia era innanzitutto "politica" e cioè si esplicava essenzialmente sul piano politico e non solo sul piano economico (ogni cittadino di ceto popolare aveva rilievo in quanto tale e la sua posizione non era contrapposta e di rivendicazione nei confronti di chi possedeva la ricchezza in quanto, appunto, possidente), nel quarto secolo emerse la contrapposizione tra il ceto popolare, in quanto privo di ricchezze e il ceto di chi aveva le proprietà e la ricchezza. Ciò tra l’altro è deducibile da parecchie orazioni di Demostene nelle quali si evidenzia la necessità di cessare i processi volti a colpire i ricchi e l’esigenza di un patto sociale attraverso il quale si garantiscano sovvenzioni pubbliche al popolo.
Nella seconda metà del quarto secolo la democrazia , oltre a colpire sul terreno dell’economia diviene "totalizzante" poiché coinvolge tutte le attività del cittadino che esercita il suo kràtos sia come uomo politico che come giudice e, comunque, in modo molto ampio addirittura utilizzando un’azione di censura e di intervento nell’elaborazione artistica, determinando ciò che i comici devono dire ed esprimere. Va evidenziato che non esiste una teoria della democrazia greca elaborata da chi sosteneva tale istituto e che le uniche teorie in proposito possono essere ricavate da ciò che ne hanno detto i suoi avversari.
Di fondamentale rilevanza è l’opera di Tucidide dalla quale, in sostanza, emerge la sussistenza di un nesso contemporaneamente di identità e di contraddizione tra libertà e democrazia. Nell’epitafio di Pericle, riportato da Tucidide, il concetto di democrazia appare essere in antitesi con quello di libertà perché la democrazia si manifesta come la negazione della libertà di chiamare a far parte del demo.
Tucidide, al contrario, identifica il regime democratico con il concetto di libertà quando, parlando del colpo di stato del 411 ad Atene, afferma che, in tale occasione, fu tolta al popolo la libertà conquistata cento anni prima con la cacciata dei tiranni. Da questi due contrastanti idee di democrazia ne derivano altre due ugualmente opposte l’una all’altra: da un lato, da parte di chi identifica la democrazia con la libertà, vi è la coincidenza di oligarchia e tirannide, mentre, dall’altro lato chi ritiene che la democrazia sia kràtos, cioè dominio oppressivo ed esclusivo del popolo in contrapposizione alla libertà e alla uguaglianza, identifica la stessa democrazia con la tirannide intesa come dominio del popolo ai danni degli oligarchi e cioè dei possidenti e di coloro che vorrebbero un regime di libertà e di uguaglianza in cui sia premiata la competenza e la qualità piuttosto che la violenza.

Il pensiero politico greco tenta di superare questo contrasto nella concezione di democrazia, introducendo un concetto correttivo valido per ciascuna forma costituzionale, prevedendo una forma buona ed una cattiva per ognuna di esse e, quindi, una buona ed una cattiva democrazia, un buona ed una cattiva oligarchia, una buona ed una attiva monarchia (tirannide). Ciò significa che ogni forma costituzionale presenta delle possibilità positive e delle possibilità negative che permettono di esprimere, in ogni situazione particolare, valutazione positiva o negativa a seconda che prevalgano le une o le altre. Questa elaborazione del pensiero greco è teorizzata esplicitamente da Aristotele che, addirittura, usa due termini diversi per indicare le due possibilità nell’ambito della democrazia, politeia per individuare quella buona e demokratìa per la cattiva, identificando la politeia con un regime in cui un consistente ceto medio attenua i conflitti di classe con un regime di scontro di classi e di prevalenza ed affermazione del kràtos del popolo. Quest’ultima situazione si realizza soprattutto nel quarto secolo ed è caratterizzata dal costante scontro, soprattutto sulla ricchezza connessa con l’iniziativa del popolo volta all’appropriazione di essa. La politeia per Aristotele è una forma ideale di costituzione mista, in cui convivono in armonia un po’ di monarchia, un po’ di oligarchia e un po’ di democrazia.

Inoltre va evidenziato il limite preciso della riflessione politica greca, costituito dal fatto che essa non ha approfondito a sufficienza e risolto il problema fondamentale sulla natura del regime che si instaura quando il demo esercita il kràtos :questo è un regime di democrazia e di libertà o di oligarchia e tirannide? Esemplare è il colloquio tra il giovane Alcibiade ed il vecchio Pericle. Pericle, che non esita ad affermare che è legge valida sia quella proposta dal tiranno sia quella proposta dagli oligarchi se trova il consenso degli altri membri della compagine sociale e che non è legge quella imposta con la violenza, evita di pronunciarsi in ugual modo quando Alcibiade gli chiede se sia legge valida quella imposta dal demo con la violenza.
La democrazia ateniese caratterizzata dall’esercizio del kràtos e, quindi, anche dalla legge imposta dal demo senza il consenso generale, è stata effetto di varie critiche. In particolare i sofisti hanno evidenziato la contrapposizione tra la legge così imposta e la natura, poiché quella è spesso in contrasto con i principi fondamentali della natura. Per natura tutti gli uomini sono uguali e devono essere trattati allo stesso modo: la legge, al contrario, introduce spesso situazioni di disuguaglianza e di prevaricazione, ad esempio prevedendo categorie di uomini liberi e di uomini schiavi in contrasto con l’uguaglianza naturale. Questa teoria è, evidentemente, critica verso il regime democratico di Atene, che è fondato proprio sulla disuguaglianza e sulla prevaricazione di chi fa parte del demo nei confronti di chi ne è escluso.

Pericle e la democrazia


Pericle e l'idea di democrazia

Pericle fu l'uomo che realizzò pienamente la democrazia in Atene e le diede un formamento teorico. Non a caso il termine stesso di democrazia comparve per la prima volta nell'età che da Pericle prese il nome.
Idea centrale di Pericle fu che l'assemblea di tutti i cittadini ateniesi, l'Ecclesia, avesse il diritto di decidere il destino di Atene senza altri limiti che quelli imposti da se stessa. Egli riteneva la democrazia la forma più evoluta di governo, per cui Atene, madre della democrazia, poteva e doveva considerarsi scuola della Grecia.
Sul piano culturale Pericle incentrò la celebrazione della democrazia intorno al concetto di kleos, cioè la fama che si riverbera nel tempo, dando luogo ad una memoria. Mentre precedentemente il kleos era raggiungibile solo dagli aristocratici, o da chi avesse i mezzi necessari per far celebrare le proprie gesta attraverso canti, monumenti e operein suo ricordo, la democrazia offrì al cittadino comune la possibilità di consegnare il suo nome alla storia attraverso la partecipazione attiva all'assemblea.
Pericle sosteneva orgogliosamente: "Noi spieghiamo a tutti la nostra potenza con importanti testimonianze e molte prove e saremo ammirati dagli uomini di ora e dai posteri senza bisogno delle lodi di un Omero o di un altro" (Tucidide II,41,4).
Nell'ottica di Pericle democrazia ed economia di mercato rappresentavano le due facce di una stessa medaglia. Egli riteneva che gli Ateniesi sviluppando l'economia di mercato si erano svincolati dalle rigide norme precostituite dalla tradizione, rendendosi individui liberi e in grado di far funzionare la libera assemblea democratica. Attraverso la partecipazione all'assemblea popolare i cittadini ateniesi gestivano il governo della cità in ogni suo aspetto. Le funzioni svolte nella democrazia moderna dai vari apparati governativi, amministrativi, giudiziari e militari erano prerogative dirette dell'Ecclesia, che sceglieva i cittadini destinati alle diverse mansioni, riservandosi il diritto di controllo permanente sulle loro attività e di revoca dalle loro cariche in qualsiasi momento.
La funzione giurisdizionale aveva una enorme importanza nella democrazia ateniese, perché non si limitava a risolvere le controversie tra i cittadini, ma stabiliva anche se essi avevano adempiuto alle loro mansioni pubbliche e ai loro doveri religiosi, oltre che deliberare sulla conformità delle decisioni popolari rispetto alla costituzione di Atene. Nell'età di Pericle l'attività giuridica era svolta dall'insieme delle giurie popolari: l'Eliea.

Pericle e la demagogia

Il passaggio da Pericle al dopo-Pericle non si presentò con la semplicità di un lineare processo di involuzione della democrazia. Il processo passò attraverso soglie diverse, per assestarsi in forme che ad Aristotele appaiono sempre più radicali. Riguardo Pericle la visione di aristotelica rivela forti analogie con quella di Tucidide. Per entrambi egli rappresenta una soglia di equilibrio instabile dopo la felice parentesi dell'areopagocrazia.
La figura di Pericle viene accostata da tutti e due gli autori, ed in particolare da Aristotele (cif. Costituzione degli Ateniesi cap.29), all'evoluzione, o meglio involuzione del significato di demagogo (dal greco demagogòs), originariamente semplicemente corrispondente a "capo del démos", che acquisì solo successivamente una accezione negativa. Pericle si trovò diviso tra una situazione di 'meglio relativo', favorito dalla sua posizione politica, e un 'peggio sicuro'.
Allo stesso modo, tra V e IV sec., considerando il clima di antidemagogia presente, il termine demagogo si distribuì equamente sul versante positivo e negativo: si avviòl già a diventare una parola negativa, ma mostrò pur sempre la sua neutralità originaria, la sua compatibilità con un senso positivo.

Dopo Pericle: da democrazia radicale a moderata? Il giudizio

Secondo Aristotele la democrazia del V sec. è distinguibile da quella del IV sec. perché col 403 a.C. cominciò una nuova, e undicesima, fase costituzionale che, a suo giudizio, si protrasse fino ai suoi giorni; ma, per lui, questa fase non era diversa in quanto moderata. Egli sostiene che dal 403 a.C. in poi non ci fu uno strappo di tipo costituzionale, perchè anzi dice che si verificò una crescita del potere popolare: "Di tutto, infatti, il popolo ha fatto se stesso sovrano, e tutto è amministrato con decreti e con tribunali, in cui è il popolo a comandare" (42,2). Aristotele fa riferimento al rapporto tra bulé e ecclesìa da un lato, e agli istituti giudiziari dall'altro: sotto questo profilo, la continuità tra V e IV sec. è evidente." Infatti anche i giudizi della bulé sono passati alla competenza del demos": persino nel passaggio di un passaggio di una competenza dal Consiglio dei Cinquecento all'assemblea egli vede il rafforzamento della exousía ("potere") popolare, anche se all'interno della struttura democratica, il Consiglio dei Cinquecento sembrò un momento un po' meno "popolare" dell'assemblea.

Forme e uomini della politica tra V e IV sec.

Per i capi politici nel IV sec. era molto diffuso il termine rhétores, uomini politici che esprimevano - o cercavano di guadagnare - il loro potere, il loro prestigio, la loro influenza politica, sugli interventi in assemblea. Nel IV sec. la politica divenne professione. Il rhétor era, in definitiva, il politico professionale, che si formava nelle scuole di retorica , sia quelle formali, sia quella scuola "di fatto" che era la stessa partecipazione alle assemblee. Egli era il proponente di leggi e norme nell'assemblea, nel consiglio, nei tribunali ecc. e colui che contrastava o sosteneva iniziative prese da altri. Spesso tra i politici del V sec. Era più comune l'accostamento di rhétores kaì strategoí. Gli strategoí presiedevano i tribunali nei casi in cui entrano in vigore leggi militari o nelle dispute tra trierarchi; hanno il diritto di assistere alle riunioni della boulé e di rivolgersi ad essa senza un'autorizzazione speciale.
Nel cap. 28 della Costituzione degli Ateniesi i demagogoí sono ordinati secondo coppie, a volte claudicanti, non omologhe tra loro. Lo schema della coppia ha in realtà una valenza diversa nei diversi casi: ora si tratta semplicemente di una coppia di demagogoí che si succedono nel tempo, ora di una coppia di antagonisti che individua un bipolarismo molto preciso nella tradizione della democrazia radicale, ora, infine, di una coppia di persone che hanno operato nello stesso campo e in qualche modo sono state anche rivali tra loro, ma appartengono alla stessa matrice.
Tutto il sistema delle coppie prelude nel suo insieme alla nascita di qualcosa di nuovo facendo riferimento alla situazione creatasi ad Atene dopo le Arginuse ed Egospotami. Vi si individuano tre grandi correnti politiche: le due che riproducono in maniera rigida la dicotomia e il bipolarismo del V sec., e una terza posizione, intermedia, che si formò intorno all'idea di pátrios politeía, la costituzione attiva o dei padri.
Dopo Pericle nell'opposizione tra Nicia e Cleone, emersero connotazioni di ordine sociologico e comportamentale nel modo della demegoría: Cleone faceva i suoi discorsi al popolo tra urla e insulti, vestiva e gesticolava in maniera incomposta.
Il profilarsi sulla scena politica di personaggi come Teramene e Cleofonte fu il segno dell'emergere di nuovi ceti che ambivano alla leadership politica. Con ciò si assistette a un altro assestamento verso il basso, nel processo di declino già individuato da Aristotele, e al tempo stesso a un notevole cambiamento sociologico.
Cleofonte fu il primo a creare la diobelía . Da lui in poi, fu un susseguirsi di demagoghi che volevano thrasýnesthai (strafare) e charízesthai (guadagnarsi credito).Sembrerebbe, in sostanza, un continuo peggiorarsi della situazione fino al tempo di Aristotele. Pericle dunque rappresentò una soglia ancora largamente positiva: ma una nuova soglia, che segnò con sicurezza il declino, è rappresentata da Cleofonte. Dopo Pericle, e soprattutto da Cleofonte in poi, fu un acuirsi dei comportamenti demagogici, di prepotenza, corruzione e sobillazione della folla.

Schieramenti nella democrazia: da un polo al tripartitismo

Nella prima democrazia (da Clistene ad Efialte) non era ancora presente una radicale divaricazione nelle prospettive politiche, interne ed esterne, di Atene. Clistene, infatti, non ebbe un vero e proprio antistasiótes (oppositore/antagonista) dopo il confronto con gli oligarchi raccolti intorno a Isagora. Clistene restò senza rivali: lo schema bipolare dei due partiti non era ancora emerso in maniera chiara. La democrazia nacque come forma generalizzata, che unificava intorno a prospettive comuni un'intera città. Semmai l'avversario era la tirannide, che porta totalmente fuori dal campo della democrazia.
Solo con la coppia Santippo-Milziade l'unità "sociologica" di fondo della prima democrazia cominciò a incrinarsi ed articolarsi.
Altra coppia che si discosta dallo schema dicotomico/bipolare è quella formata da Temistocle e Aristide. In realtà, sul terreno della politica di impero, i due agirono nello stesso senso, Aristide con maggior rispetto per gli alleati, Temistocle facendo posto ad una certa aggressività: il loro, comunque si trattò di successione, più che di un vero e proprio antagonismo.
Poi, con l'evoluzione tipica dei processi organici si giunse al periodo della radicale contrapposizione, della classica divaricazione dei contrari. Il bipolarismo emerge con chiarezza nell’opposizione Efialte-Cimone; con Pericle-Tucidide il bipolarismo si affermò in maniera più netta.
Il personaggio che pose fine a questo processo fu Teramene. La storia del bipolarismo si concluse alla fine del V sec. quando si assistette al sorgere di un partito del centro che segnò la nascita di una nuova tradizione democratica.
Questo fu il segno dell'emergere di nuovi ceti che ambiscono alla leadership politica. Cleofonte, opposto a Teramene, era un esponente della nuova classe "borghese". Si assistette ad un altro assestamento verso il basso, nel processo già individuato da Aristotele, e al tempo stesso emersero, nuove connotazioni di ordine sociologico e comportamentali nel mondo della demagoría. Ad es. Cleone faceva i suoi discorsi tra urla e insulti. Teramene rappresenta quella posizione moderata intermedia che divenne, nella cultura politica del IV sec., la soluzione migliore. Cleofonte fu il primo a fornire la diobelía , l'indennità dei due oboli. Iniziò poi una successione di demagoghi che volevano thrasýnesthai (strafare) e charízesthai (guadagnarsi credito).

Passaggio tra V e IV sec.

Nel 403 a.C. avvenne la restaurazione della democrazia dopo i Trenta tiranni. Si diffuse una tripartizione in oligarchi, democratici, oligarchi democratici; questi ultimi finirono con l'identificarsi con i democratici moderati che vagheggiavano la pátrios politeía.
L'idea di tripartizione era intrinseca alla storia politica di Atene. Originariamente infatti vigeva quella tripartizione su base regionale che sottintendeva interessi economici diversi all'epoca di Solone: i Pediaci (della pianura), i Diacri ( della zona montuosa), i Paralii ( della costa).
La tripartizione è individuata da Aristotele come un processo in cui i due opposti si risolvono nella forma media. La patrìos politeia divenne infatti un momento di sintesi , un recupero della tradizione democratica clistenica che fece i conti con la situazione reale del momento.

Legislazione del V sec.

In questo periodo fu emessa una notevole quantità di leggi e decreti. La separazione tra queste norme non è del tutto rigida.
I decreti sono virtualmente norme individuali, o con un tempo limitato di validità, e quindi non possono essere estranei del tutto alla definizione di nòmoi. Inoltre un passo del IV libro della Politica di Aristotele ne dà una classificazione sociologica, ideologica e politica a seconda dei vari tipi di democrazia: dopo la seconda restaurazione democratica il problema della revisione delle leggi della "selva" legislativa è diventata fondamentale. Con l'esplosione legislativa del V sec., in piena corrispondenza con i caratteri della democrazia radicale, leggi e decreti si sono moltiplicati; quindi alla fine del medesimo secolo risulta necessario per la cultura dell'epoca una revisione delle norme.

I "nuovi" politici

Elementi della trasformazione democratica tra V e IV sec. consistettero nel cambiamento dei politici nell'estrazione sociale (che registra un notevole calo di livello), nella professione esercitata, nei comportamenti personali tenuti nella sfera delle attività pubbliche.
Nel testo di Aristotele viene indicato appunto un passaggio dall'antico al moderno. Gli archaîoi includono i politici fino a Pericle compreso , ma costui pur essendo tra gli epierkeîs, è pure il primo dei béltistoi o nuovi politici. La linea divisoria passa più o meno tra Pericle e Cleone, anche se non li divide quella bathytáte tomé (taglio profondissimo) che secondo Plutarco intercorre invece tra Pericle e l'oligarchico Tucidide di Malesia.
Cleone fu un personaggio nuovo nelle origini, nella professione, nei comportamenti, ma in sostanza, si differenzia di poco da Pericle in tema di iniziative politiche: egli continuò la politica bellicistica periclea anche se in toni più acuti e incrementa il sistema delle indennità dicastiche inventato da Pericle, usando non più solo i soldi della Stato, ma aggiungendo del suo.
Il cambiamento della struttura del conflitto politico si verificò anche nel modo diverso in cui si conseguì il potere. Alle coppie dei grandi rivali che si susseguirono per gran parte del V sec. segue la pletora, in parte anonima dell'epoca successiva; dai demogoghi si passò ai rhétores, ai demagoroûntes, ai politeuómenoi (intesi come politicanti).

Professionalizzazione della politica

Nel IV sec. si assistette, soprattutto per il grande ruolo dell'oratoria, a una specializzazione della politica.
Il V sec., sia da un punto di vista culturale sia politico, fu molto vivo per i grandi scontri di idee e di principi sottoposti ad una lacerante forza propulsiva. Nel IV sec. la fecondità del modello greco venne consolidata anche, se in forme più blande, attraverso la professionalizzazione.
In questo processo si affiancò alla coppia rhétores e strategoí un'altra categoria di personaggi politici, sono le nuove cariche finanziarie che vennero rivestite con le elezioni forse per quattro anni (il che costituisce una forzatura del principio democratico della rotazione annuale).Tutto questo significa che la scienza delle finanze progredì nel pubblico e nel privato, poichè si fece strada l'idea del guadagno e dell'imprenditoria. Ad ogni cosa si accostarono le idee di capitale e di interesse. Accanto alla professionalizzazione si assistette ad una concentrazione del potere che si riscontrò nella tendenza a rieleggere più volte uno stesso individuo.
Certamente nel IV sec. ci furono politici che si arricchirono e ricchi che presero parte alla vita politica. La struttura del conflitto politico cambiò, mentre si consolidò l'aspetto istituzionale: nuovi ceti in crescita economica raggiunsero il potere. La democrazia non si colorò di quella moderazione intesa come un ritorno indietro a livelli acquisiti di partecipazione a diritti e istituzioni.
D'altra parte però, si sviluppò l'idea di homónoia, cioè concordia che consistette nella rimozione di ostilità radicali, grazie all'assestarsi delle varie parti sociali in ruoli diversi; in tal senso si può parlare quindi di una democrazia in forma moderata in cui, però, il divario fra ceti abbienti e meno abbienti aumentò.

Economia del IV sec.

Nel IV sec. si registrò un crescente scontro e una marcata disomogeneità tra il gruppo dei ricchi, costituito dalla vecchia aristocrazia fondiaria e dagli esponenti del nuovo ceto borghese, e quello dei poveri invece piccoli contadini schiacciati dai debiti e artigiani, che in quasi tutta la Grecia portarono ad una forte crisi.
La democrazia ateniese offrì una soluzione a questo nuovo problema grazie allo sviluppo di ceti privi di proprietà che costituirono nuove situazioni economiche con l'affiorare di una mentalità imprenditoriale che risultò un prolungamento della mentalità periclea, ma che si presentò in forme talora degradate e con una non lieve sofferenza sociale.

Indennità e sussidi

Nel IV sec. si assistette alla crescita di una povertà non generalizzata, ma piuttosto ad una maggior lacerazione del tessuto sociale un maggior divario tra ricchi e poveri.
Il dikastés continuò ad essere pagato, ma la somma non era molto elevata. Si ebbe una sorta di divaricazione, di polarizzazione, per cui le forme assistenziali non vennero meno gli elementi meno abbienti accedettero con frequenza.
Una democrazia come quella dell'età di Pericle, che teneva continuamente occupati i cittadini nell'attività politica, doveva essere retribuita. La partecipazione all'Ecclesia e alle altre assemblee era pagata con due oboli per ogni giorno di seduta (quanto bastava per acquistare il minimo cibo giornaliero); mentre i marinai erano pagati tre oboli per ogni giorno di servizio sulle navi.

domenica 13 febbraio 2011

La libertà di parola in Grecia


Omero e la negazione della libertà di parola

In uno studio sulla libertà di parola nell'antichità è quasi d'obbligo soffermarsi ad analizzare il mondo descritto da Omero; questa esigenza non ha solo ovvi motivi cronologici, ma deriva anche dal riconoscimento dell'importanza del ruolo didattico che ebbero i poemi omerici nei secoli successivi.
Occorre anzitutto notare che quella descritta da Omero è una "società stratificata", ovvero assimila elementi propri di epoche diverse. Sinteticamente, risulta che il potere di decidere spettava ai basileis (fra i quali vi era comunque un capo, Agamennone), affiancati da boulephoroi (consiglieri, anziani, indovini), con facoltà più che altro di persuadere. Il ruolo del demos (popolo) doveva essere piuttosto marginale: esso poteva tutt'al più condizionare uno scontro sorto tra i basileis. Esisteva comunque una certa tensione tra la sfera militare e quella civile: come rimarca Aristotele, "Agamennone poteva sostenere attacchi verbali nelle assemblee, ma quando uscivano in campo aperto aveva anche l'autorità di condannare a morte". Nonostante questa pregnanza dell'aspetto militare, il ruolo della parola viene esaltato in vari passi.

Sembra che il diritto di parola non fosse limitato da leggi particolari, ma piuttosto regolato da consuetudini e dalla necessità di parlare katà moiran o katà kosmon (secondo misura). Questo traspare chiaramente dal celebre episodio di Tersite: l'uomo del demos viene punito non per l'atto in sé di prendere la parola, ma per aver detto frasi sconvenienti, anche se accuse simili erano già state pronunciate, con esito diverso, dall'aristocratico Achille. Si ripropone quindi la tensione tra un diritto non regolamentato da criteri oggettivi e una rigida organizzazione gerarchica.
Ma forse l'episodio più significativo a questo proposito è quello in cui Agamennone sottrae Briseide ad Achille con queste parole: "sì che tu sappia che sono più forte di te ... e tremi anche un altro di parlarmi alla pari". Questa è l'aperta negazione di una reale possibilità di un uguale potere di parola in una società strutturata come quella omerica.

L'ideologia "isegorica"

Nel mondo della polis quello della parola era il principale strumento di potere: è quindi ovvio che, soprattutto nell'età di Solone, gli strati emergenti lottassero per ottenere il diritto di esprimersi in assemblea, definito con i termini isegorìa e parrhesìa. Semplificando una questione molto dibattuta, si può tradurre il primo con "uguale potere di parola", attribuendogli un valore prevalentemente civile; il secondo come "libertà di parola", con carattere più etico. Tuttavia i due termini si sovrappongono spesso e assumono sfumature diverse a seconda dell'autore.

Nei testi del V secolo. il dibattito sul diritto di parola viene associato a quello sulle varie forme di governo (politeiai); tali riflessioni, pur mantenendo carattere prevalentemente teorico, nascono però da una realtà vissuta. L'anonimo autore della Costituzione degli Ateniesi, pur essendo di parte aristocratica, riconosce la coerenza dell’ordinamento preso in esame, in cui a uguali funzioni militari ed economiche corrisponde un uguale potere di parola. D'altra parte, è preoccupato che questa estensione dell'isegorìa possa determinare una "svalutazione" della qualità della parola, quindi ritiene che tale diritto dovrebbe essere riservato unicamente a quelli che egli definisce "i migliori" (cioè agli aristocratici), ignorando le importanti funzioni svolte dal resto della popolazione. Nel Protagora di Platone anche Socrate si mostra perplesso riguardo alla disomogeneità dell'assemblea, ma Protagora replica che Zeus ha distribuito a tutti l'arte politica, quindi è giusto che tutti partecipino alle decisioni. Erodoto invece, senza addentrarsi in disquisizioni teoriche, si limita a constatare un dato di fatto: che Atene, con l'introduzione dell'isegorìa, era diventata la polis più potente di tutte. Infine Euripide, in un passo delle Supplici, evidenzia la relazione che lega l'isegorìa alla libertà e all'uguaglianza, insieme a sottolineare un aspetto di questo diritto spesso dimenticato: la libertà di tacere.
Nel IV secolo la riflessione sul diritto di parola lascia il posto a riaffermazioni di questo principio e considerazioni di carattere deontologico riguardo a quanti di tale diritto avevano fatto una professione: i rhetores. Emblematica è l'affermazione di Eschine: "E' necessario che l'oratore e la legge parlino lo stesso linguaggio".
Ma contemporaneamente Senofonte attribuisce allo stoico Zenone questa significativa osservazione: "Non andrà in malora lo stolto, se si opporrà al saggio?". La stoltezza ha ormai preso il posto delle differenze gerarchiche o sociali.

Le restrizioni all’isegorìa

Dall'orazione di Eschine Contro Timarco si possono ricavare diverse informazioni sulla procedura delle assemblee in Atene. Nella formula di apertura del dibattito veniva data la precedenza ai cittadini che avessero compiuto i 50 anni, secondo il modello gerontocratico già presente in Omero; tuttavia questa norma ai tempi di Eschine non doveva più essere ufficialmente operante, sebbene sentir parlare un giovane continuasse a sembrare sconveniente. Dopo questa notazione, Eschine illustra le categorie escluse dal diritto di parola: chi è venuto meno ai propri doveri verso i genitori, chi ha scialacquato il patrimonio, chi si è prostituito (è questa l'accusa rivolta a Timarco) e chi non ha preso parte alle spedizioni militari a lui prescritte o ha gettato lo scudo. Il principio di fondo della censura è chiaro: chi si mostra indegno, anche se nella vita privata, non può che nuocere all'assemblea; c'è quindi un'analogia tra l'ambito della colpa e quello in cui viene applicata la pena. Ma Demostene si spinge oltre, volendo applicare la censura agli avversari della democrazia, in quanto essa doveva difendersi anzitutto dai nemici interni. In effetti, l’affermazione del regime dei Quattrocento fu resa possibile dall’abolizione di alcune misure restrittive alla libertà di parola: sebbene un’assoluta isegorìa in teoria potesse garantire la possibilità di rovesciare sul nascere un tentativo oligarchico, di fatto i congiurati si assicurarono il totale controllo delle assemblee, senza che alcuna legge li potesse più ostacolare.
Comunque, l'esclusione dal diritto di parola diventò in breve strumento di lotta politica, specie in quella che si può considerare la sua forma più radicale, l'esilio, tramite l'ostracismo.

Ideologia e pratica concreta

Resta da stabilire se nella pratica il diritto di parola fosse realmente uguale per tutti, come sancito in teoria, indipendentemente dal fatto che spesso pochi ne usufruivano. Tucidide e Plutarco narrano come Pericle, dopo la guerra del Peloponneso, avendo la popolazione contro, fece temporaneamente sospendere le assemblee; ma si tratta di un caso unico. Molte testimonianze sottolineano la varietà tra le parti in contrasto, sia a livello di fazioni, sia di singoli oratori. Erodoto, descrivendo un'assemblea riguardante l'interpretazione di un oracolo, contrappone prima i "più anziani" agli "altri", poi narra come l'intervento di Temistocle abbia confutato gli interpreti ufficiali; Plutarco descrive un diverbio tra il celebre Milziade e il giovane Sofane (sebbene biasimando quest'ultimo); lo stesso Plutarco, Tucidide e Senofonte parlano di oratori sconosciuti che contrastano grandi rhetores. Anche il teatro inoltre, con Aristofane ed Euripide, dipinge spesso scene di reale isegorìa.

Tuttavia, sebbene chiunque potesse parlare, lo scarto maggiore tra ideologia e pratica reale si può cogliere sul piano della "qualità" della parola espressa: il pieno esercizio della libertà di espressione poteva condurre a risultati drammatici. Da un lato, vi erano le limitazioni regolari alla parrhesìa, fondate sul principio che l’assenza di proposte sovvertitrici garantisce la democrazia, a cui si affiancavano restrizioni che riguardavano argomenti particolarmente delicati, per evitare pericolose tensioni. Tuttavia, l'isegorìa alla base del regime democratico doveva garantire che tali restrizioni non venissero percepite come arbitrarie, mentre il potere dispotico era visto come naturalmente associato all’arbitrio, come testimoniano le tragedie e le Storie di Erodoto.

D’altra parte, vi erano le reazioni spontanee della folla, che spaziavano dal semplice schiamazzo (thorybos) a minacce ben più gravi all’incolumità dell’oratore. Tuttavia le conseguenze, soprattutto psicologiche, del thorybos non vanno sottovalutate, specialmente quando a parlare era un oratore di scarsa esperienza: Demostene, reduce da una brutta esperienza di tal genere alla sua prima orazione, dipinge spesso lo schiamazzo assembleare come una forma di intolleranza, oltre a denunziare l’uso manovrato a cui questo fenomeno si prestava. Quanto a episodi più gravi, Erodoto ad esempio narra la tragica fine di un membro della boulè, Licida, morto lapidato insieme alla moglie e ai figli per aver proposto di accettare le offerte di Mardonio. Racconti simili sono stati descritti da Licurgo e Aristotele, ma accanto a essi ce n’è uno di Eschine che testimonia l’esistenza di intimidazioni alla libertà di espressione anche da parte di singoli: un tale Cleofonte avrebbe minacciato di "tagliare la gola col suo coltello a chiunque avesse parlato di pace".

Il ruolo di Aristofane

Durante la guerra del Peloponneso si può constatare una notevole libertà di parola lungo l'intero periodo sia da parte dei commediografi, come Aristofane, che prendevano spunto dalla vicende a loro contemporanee per i testi delle opere sia da parte dei filosofi, come Socrate, che mettevano in discussione le certezze in un epoca di guerra. Il problema che verte sulla libertà di parola è sicuramente simboleggiato meglio da Aristofane che da Socrate perché gli ateniesi non temevano la critica in campo politico, avevano fiducia in loro stessi, nella loro autodisciplina, nel proprio giudizio e nei loro capi politici. Quindi gli Ateniesi non erano colpiti dalle commedie, mentre lo erano dagli attacchi dei filosofi, questa caratteristica dipende anche dal demos incolto che è preda dei demagoghi: i filosofi infatti tendevano a condannare la democrazia e ad insegnare forme alternative di governo.

Il ruolo di Diotipe

D'altra parte Diopite aveva proposto una legge che condannasse coloro che insegnassero astronomia e che negassero l’esistenza degli dei, per cui dal 432 al 429 a.C. furono colpiti per lo più gli intellettuali per le loro idee in quanto era presente il timore di perdere il sistema democratico che era stato conquistato da Atene provocato da superstizioni religiose e dalla corruzione dei giovani, ricavata da un nuovo tipo di educazione prettamente sofistica.

Letto in quest’ordine di idee anche l'episodio della mutilazione delle erme acquista un risvolto ideologico-politico, poiché era stato provocato dagli esponenti delle classi aristocratiche di Atene per disturbare la spedizione in Sicilia, segno che non era ben accetto nessun cambiamento anche se il tentativo fallì e la spedizione si effettuò dando luogo a una perdita totale dell’esercito.

L’esito della mutilazione delle Erme:

La mutilazione colpì l’emotività popolare in modo così brusco da dare inizio a una serie di condanne e processi tra cui la vittima più illustre fu Alcibiade e il clima in città era ricco di tensione si impediva una vendetta divina. L'obiettivo dei capi oligarchici era stato raggiunto con una combinazione di terrorismo e infine di propaganda per instaurare il loro regime, così nel 411 a.C. l'assemblea votò l'insediamento di un Consiglio composto da 400 membri a discapito della democrazia.
Alcibiade, ritornato in patria, ottenne il comando militare e la democrazia fu rinstaurata, ma il demos si mostrò tollerante e non perseguitò i responsabili del colpo di stato; con questa tolleranza firmò la sua condanna quando Sparta nel 404 a.C. vinse la guerra e instaurò in Atene il governo dei Trenta Tiranni.

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